Alberto Savinio.
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Ascolto il tuo cuore, citt.
Parte 1.
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2013. Edizioni ADHELPI, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Nel 1988 il filosofo Gilles Deleuze parl di arte connessa a territorio: costituire un territorio per me  quasi la nascita dellarte. Savinio fa nascere dunque larte passeggiando per Milano, alla ricerca e alla delimitazione del suo territorio. Territorio che stava per essere sconvolto, nel momento nel quale lautore completava il suo libro per darlo alle stampe. Nellagosto del 1943 Milano fu atrocemente bombardata e questi bombardamenti mutarono la faccia di Milano. Per questo ci fu un ritardo nella pubblicazione: Savinio volle aggiungere delle pagine che parlassero del corpo di Milano insudiciato dalla morte. E cos il libro di Savinio si  trasformato nel ritratto di una Milano che non esiste pi, che nessuno potr rivedere. Ma  anche una testimonianza di grande speranza, quasi una descrizione e un auspicio per la Milano che sar. Ascolto il tuo cuore, citt verr quindi pubblicato nel febbraio del 1944.
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L'AUTORE.
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Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico (Atene, 25 agosto 1891  Roma, 5 maggio 1952),  stato uno scrittore, pittore, drammaturgo e compositore italiano.
Terzo figlio dell'ingegnere ferroviario Evaristo de Chirico e Gemma Cervetto, fratello del pittore Giorgio de Chirico, studi pianoforte e composizione al conservatorio della sua citt natale, dove si diplom a pieni voti.
Alla morte del padre, nel 1905, la famiglia si trasfer a Monaco di Baviera.
Per un breve periodo Andrea de Chirico studi contrappunto, ma a causa dell'insuccesso delle sue composizioni, si trasfer nel 1911 a Parigi, dove fece la conoscenza di molti esponenti delle avanguardie artistiche come Pablo Picasso, Blaise Cendrars, Francis Picabia, ecc.
Dall'inizio del 1914 si present sotto lo pseudonimo di Alberto Savinio. Nel 1915 torn in Italia insieme al fratello Giorgio ed entrambi furono arruolati nell'esercito italiano. Nel 1916 per sottrarsi all'isolamento e alla noia della vita militare infitt i rapporti con Giovanni Papini e Ardengo Soffici e inizi a collaborare a "La Voce" di Giuseppe De Robertis.
Dopo la fine della prima guerra mondiale fu trasferito a Milano e dal 1923 si stabil a Roma. Nel 1924 fu tra i fondatori della "Compagnia del Teatro dell'Arte", diretta da Luigi Pirandello.
Due anni dopo spos Maria Morino, un'attrice della compagnia teatrale di Eleonora Duse, da cui ebbe Angelica e Ruggero. 
Fu collaboratore del quotidiano "La Stampa" con una rubrica, Torre di guardia. A partire dal 1941 si avvicin a Valentino Bompiani, suo editore di riferimento, entrando in un sodalizio di intellettuali che annoverava anche Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli e Giacomo Debenedetti. Nell'autunno del 1943, avendo appreso che il suo nome era stato inserito in una lista di sospetti antifascisti, fu costretto a nascondersi.
Europeista convinto, alla fine del conflitto prosegu l'attivit di critico culturale sulle colonne del Corriere della Sera, ottenendo il Premio Saint-Vincent per il giornalismo nel 1949. Lavor anche come drammaturgo e regista, scrivendo egli stesso opere e drammi per il teatro.  
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Ascolto il tuo cuore, citt.
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Indice di questa parte.
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EL VANIR.
CATRAFOSSI.
IL CAVALLO DI ROMEO.
FIGLIO DI MARIA.
FALLATAJ.
BULUL.
GARIBALDOFF.
I CINQUE TEATRINI DELLA CRUDELT.
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Fine Indice.
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EL VANIR
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Guardel ben, guardel ttt, L'omm senza dane come l' brtt. (Proverbio milanese).
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Arrivo a Venezia che  notte. Il lungo tragitto attraverso il cantiere della stazione nuova,  una preparazione al gagliardo podismo, alle tremende scarpinate, alle feroci maratone che mi aspettano in questa "citt del riposo". A detta del mio amico Gigino, il simile avviene anche nel centro di Milano, ove la vita degli affari  ormai cos sapientemente raccolta, che l'uomo d'affari fa a meno di tram e tass, ma dopo poche ore cade morto ai piedi del monumento a Leonardo circondato dai suoi discepoli, che gl'intenditori chiamano on liter in quater.
Venezia sta seduta nell'acqua, ma io dubito che questa sia una ragione sufficiente perch il parlare dei suoi abitanti sia cos "inzuppato". Il dialetto restringe la vita, la rimpicciolisce, la puerizza. "Con lo scemare della coltura prevalsero i dialetti", dice Francesco De Sanctis nel capitolo della sua Storia della letteratura italiana dedicato ai siciliani. Il dialetto  una delle espressioni pi dirette dell'egoismo familiare, di quel "familiismo" che  origine di tutto il male, di tutte le miserie che deturpano l'umanit; e me che dialetto non ho, mi guardano di tra i dialetti come uno che non ha famiglia, non ha terra, non ha casa.
Aspetto sull'imbarcatoio il vaporetto per San Marco. Tre uomini mi stanno accanto. Avranno cinquant'anni a testa, e uno per di pi  barbato. Me costoro mi hanno scambiato per un bimbetto, e mentre parlano tra loro di cose gravi, a mia intenzione di quando in quando pargoleggiano: "Osei... ochi bei... buso". Il dialetto opera anche sull'apparato oculare, e chi parla in dialetto vede uomini e cose in formato ridotto. Me i miei vicini mi vedono piccolo piccolo.
Il veneziano  una lingua senz'osso. D riposo a incisivi e canini.  a uso dei mastodonti, ossia di coloro che hanno i denti a forma di mammelle. Il veneziano invita agli argomenti scherzosi e a goldoneggiare, ricordando che Goldoni  un anagramma di gondola.
Al biascicare puerile dei miei vicini cinquantenni, penso con un persistente "come mai?" a tanta potenza in terra e sul mare, a tanto dominio, a tanta gloria. Si vantano gl'Inglesi che mai in tanti secoli piede di dominatore straniero ha calpestata la loro isola, ma questo primato invero spetta ai Veneziani.
Pure, la costoro lingua, la sua distesa, uniforme dolcezza, fa pensare a un pasto senza pane.
Il pane  lo sdolcificatore del pasto. Fa nel pasto la parte che le consonanti e i loro urti fanno nel linguaggio. Leggete sul pane come correttivo dei sapori una poetica pagina di Nietzsche. I buoni pittori mischiano agli altri colori un poco di nero. Il nero  il pane della tavolozza.
Nietzsche una notte era appoggiato al parapetto del ponte della Paglia, guardava i diagrammi delle luci nella laguna, le gondole nere e silenziose, udiva il cupo richiamo dei gondolieri, e sciolse un canto a Venezia.
Venezia  la citt pi "ritrattata" del mondo. Il ritratto pi bello glie lo ha fatto Guardi, e oggi riposa su un cavalletto nel museo Poldi Pezzoli di Milano.  un ritratto grigio. Ma il grigio stasera si  annegrato e Venezia si nasconde. Attraverso il grigio di Guardi, il canto di Nietzsche tira un sottile filo d'argento.
Stavo sul ponte
Poco fa nella bruna notte.
Di lontano veniva un canto:
Di gocciole d'oro sgorgava
Via sul tremante piano del mare.
Gondole, lumi, musica
Ebri si scioglievano nel barlume dell'alba.
La mia anima come una cetra
Sfiorata da mano invisibile
Si cantava in segreto una canzone di gondoliere,
Tremando di confusa felicit.
L'ascoltava qualcuno?
Nietzsche scrisse questo canto nei primi giorni del 1888, al termine di quell'anno fatale in cui si dice che egli naufrag nella pazzia. L'atto che dichiar Nietzsche pazzo,  l'abbraccio che nell'inverno del 1889, in una via di Torino, egli diede a un cavallo, pochi giorni dopo aver terminato l'Ecce homo.
Ma quel cavallo Nietzsche non lo abbracci da pazzo, s perch aveva visto il carradore frustarlo a sangue. In quell'abbraccio  tutta la repressa passione di Nietzsche, tutto il bisogno d'amore di lui non amato, tutta la sua piet nonch agli uomini, ma agli animali, alle cose, all'universo, alle stelle: tutto il suo istinto di madre. Negli Uomini della Poesia, in questi uomini che sono assieme donne, in queste creature che sulla faccia visibile portano l'invisibile e ambigua maschera dell'Ermafrodito,  anche un misterioso istinto di madre; e tutte le cose essi le considerano con materna propriet, come se le avessero generate. Bisogna capire la loro intolleranza, e perdonarla. Che si pu sapere? La "pazzia" di Nietzsche  forse la sua ragione suprema, la sua pi alta lucidit; tanto pi dolorosa perch disaccordata con la ragione di quaggi. Quanto pi patetica suona ora la domanda di Nietzsche veneziano a riguardo della sua anima: "L'ascoltava qualcuno?".
Un mio amico, sapendo che io andavo esplorando Milano, amichevolmente mi confid: "C' a Milano un museo degli orrori.  un segreto. Pochi lo conoscono.  stato raccolto da un ricco signore che aveva la mania dei mobili strani, degli oggetti mostruosi". Ma il mio amico non ricordava il nome. Infine, dopo un lungo brancolare fra nebbie di assonanze, scoprimmo che l'autore del museo degli orrori  il nobile Gian Giacomo Poldi Pezzoli di Albertone. Quel mio amico lo credevo intelligente, ma ora mi sono ricreduto. Non perch egli ignorasse il museo Poldi Pezzoli, e sulla fede di una fama menzognera scambiasse questa magnifica raccolta di cose d'arte per un museo degli orrori, ma perch credeva che io fossi attirato dallo strano e dal mostruoso, n ha capito che io cerco invece l'anima segreta delle cose, e per trovarla sono costretto molte volte a guardare dietro la loro facciata consunta dall'uso e divenuta irriconoscibile.
Il museo Poldi Pezzoli  uno dei pi belli d'Europa. Serba intatto il suo carattere di galleria privata, di abitazione adorna. Nell'anticamera il visitatore  accolto dal padrone di casa, immobile su un cavalletto. Il nobile Gian Giacomo porta due scopettoni imponenti, ha l'occhio pollino, il sinistro un poco divergente. Al lato opposto dell'anticamera, il visitatore  ricevuto da una grassa signora in camicia, ferma essa pure su un cavalletto; ma costei non  la padrona di casa.  una donna senza nome, ritratta da Jacopo Negretti, altrimenti detto Palma il Vecchio. Le fragole delle mamme occhieggiano tra le crespe della camicia. Una stoppa flava fluisce sulle spalle a ponte. L'occhio, il volto hanno quel che di tardo, di bovino piace ai pittori di mestiere, e a coloro che nella loro serena rozzezza mentale ripongono ogni fiducia nella impassibile salute della bestia. L'incontro con la vera padrona di casa non avviene in anticamera, ma in una sala interna; e non direttamente ma indirettamente, per il tramite di una ignuda giovinetta accosciata che affida la sua anima a Dio.
Quasi obliando la corporea salma
Fidando in Quei che volentier perdona...
La "Fiducia in Dio"  stata eseguita per commissione di Rosa Poldi Pezzoli, madre del fondatore del "museo degli orrori"; e sotto questa celebre scultura, in cui la perfezione arriva fino alla soglia della banalit ma non la supera,  ricordato che "La fece - Lorenzo Bartolini - a me - Rosa Trivulzio - vedova Poldi - dappoich - solo in Dio - protettore - e consolatore - unico - non manchevole - posi fiducia - 1800 35". Nei ricchi, la devozione fa parte delle belle maniere.
Oltre alla menzionata Venezia di Guardi, il museo Poldi Pezzoli custodisce cinque ritratti di Vittore Ghislandi: tra i pochi ritratti italiani che rendano il carattere dell'individuo con l'incisiva precisione dei fiamminghi e dei tedeschi; il Trionfo di Bacco e Arianna di Cima da Conegliano: una di quelle pitture che giustificano il libro di Raffaele Carrieri sulla "fantasia degli italiani"; un piccolo San Sebastiano di Carlo Crivelli trasformato in portaspilli:  il santo prediletto degli ermafroditi, e sempre un'immagine di questo santo trafitto si mischia alla loro vita misteriosa, ai loro misteriosi drammi; un busto di quel conte Neipperg che fu il secondo marito di Maria Luisa, la "bella mucca", e che Napoleone dal fondo del suo esilio chiamava "ce polisson"; e poi gioielli, mobili, tappeti, maioliche, legni scolpiti, cibori, croci, vetri colorati, armi antiche, cocci, coccetti, rami, caminetti a prospettiva, miniature, porte istoriate, stucchi, ventagli, e uno sul quale si spande un pulviscolo di minuscoli Giovanni Brueghel; una fiasca da polvere in avorio con incisa la "Danza della Morte" di Cranach, dei lancia-aghi che, nascosti nella mano, lasciavano partire l'ago avvelenato e colpivano a morte la vittima ignara e indifesa; una sala "per leggere Dante", con savonarole, leggii e finestre a cul di bottiglia.
Che cosa giustifica nella poesia di Dante la necessit di una sala apposita, mentre a nessuno, e nemmeno al nobile Gian Giacomo Poldi Pezzoli,  venuta in mente una sala "per leggere Omero", o Milton, o Aleardo Aleardi?
Fermiamoci nella Sala di Dante.  forse qui la chiave di quella fama degeneratrice, che di questo magnifico museo ha fatto un museo degli orrori. Le anime di Bouvard e Pcuchet ci alitano intorno. Chi ride? Guardiamoci di mancare loro di rispetto. Sono le anime di due demiurghi. Da Adriano imperatore, che nella sua villa sotto Tivoli raccolse in modello tutti i capolavori del mondo, al nobile Poldi Pezzoli che nella sua casa di Milano raccoglieva oggetti di tutte le epoche, di tutti i paesi, di tutti gli stili,  sempre l'ambizione di Bouvard e di Pcuchet,  l'ambizione demiurgica che anima questi raccoglitori; l'ambizione di fare della propria dimora un piccolo universo, cio a dire un campionario dell'universo grande.
Questa demiurgica ambizione si  propagata fino agli ultimi salotti dell'Ottocento, ripieni di puf, vasi cinesi, tavolini turchi, conchiglie rare, farfalle del Brasile, pelli di coccodrillo, denti di elefante, uova di struzzo, tappeti arabi, raccolti nella penombra e nel mistero; finch il vento folle soffi, l'arido vento, il vento prosciugatore e distruttore del razionalismo, che sotto pretesto di aria e luce disperse quei piccoli universi, quegli universi privati, quegli universi minuscoli e personali nei quali ogni uomo, anche il pi modesto, confermava a se stesso la misteriosa presenza in s di un demiurgo. E dall'arida soglia del razionalismo guardando a quei piccoli universi abbandonati, qualcuno, pi cinico degli altri, li chiam "musei degli orrori". E museo degli orrori divenne il salotto del caposezione, con le sue colonne di legno a tortiglioni di velluto, la pendola a idillio pastorale sotto la campana di vetro, l'airone imbalsamato; e museo degli orrori divenne il museo Poldi Pezzoli; e musei degli orrori diverrebbero con minor freno di rispetto Villa d'Este, palazzo Pitti, il castello di Versailles: tutti i luoghi nei quali l'uomo ha dato forma alla sua ambizione di demiurgo; e se ci potessimo innalzare all'altezza necessaria, e metterci al livello del demiurgo universale, anche questo nostro pianeta probabilmente, con i suoi paesi, le sue citt, e gli uomini che variamente vi si agitano, ci apparirebbe come un gigantesco museo degli orrori.
Col viso ritornai per tutte quante
Le sette spere: e vidi questo globo
Tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante.
Venezia stasera si nasconde, ma io la riconosco all'odore. Odore: spirito della parte mortale degli uomini, delle cose, delle citt. Ferrara  sorella in odore a Monaco di Baviera. Entrambe sanno di ceppo bruciato. Citt cordialissime entrambe e invernali. Entrambe invitano al chiuso domestico, al gemtlich della casa. L'acqua di Venezia ha un "suo" odore.
NOTA: Di Venezia questa definizione di Amerigo Bartoli: "Venezia  una nobilissima e vecchia signora dall'alito cattivo". FINE NOTA.
Apro le narici all'odore di Venezia, penso che anche l'acqua ha una sua vita segreta, che anche l'acqua  cosa mortale. Si pu amare Venezia per il suo odore, pi che per qualunque altra sua ragione di amabilit. Il ricordo dell'odore di una donna, risveglia di l dall'amore estinto, la nostalgia di esso amore. Nessuna citt  stata tanto amata, "come donna", quanto Venezia. Forse per questo suo odore, per questo suo rivelarsi all'odore. Quando si accetta l'odore di una donna,  segno che la fase razionale e di ripugnanza  superata. Ormai si anela alla parte mortale di quella donna: la si ama. Il nostro amore non lo possiamo dare se non a cose destinate come noi a morire. Per potere amare Dio, l'uomo gli ha dato forma mortale.
Il vaporetto corre flibottando il Canal Grande.  buio. Stasera anche i palazzi mi tocca riconoscerli all'odore. Qualcosa - ma non  sensazione olfattoria - mi avverte che, dal buio, palazzo Vendramin mi sta guardando. L'alleanza tra Venezia e Oriente si estende anche ai nomi. Assieme col nome veneziano dei Vendramin, questo palazzo porta anche il nome bizantino dei Calergi. Un Calergi fece parlare di s in questi ultimi anni, quale animatore di una strana societ di pacifisti. Egli  il fondatore di Paneuropa e dell'"europeismo", e un suo messaggio agli europeisti escludeva l'Inghilterra dall'Europa, per i troppi interessi che questa nazione ha fuori d'Europa. In questo concetto di un'Europa piccola e conchiusa in s, sono da riconoscere le origini "greche" di Calergi il paneuropeista.
NOTA: Paul Valry dice per parte sua che l'Europa " un piccolo promontorio del continente asiatico". C' in molti contemporanei d'intelletto l'idea del ritorno ai piccoli aggruppamenti etnici, ispirato dall'amore della forma: antitesi al concetto di nazione nato dalla Rivoluzione francese e da Napoleone. FINE NOTA.
Quale fine hanno fatto Koudenhove-Calergi e i suoi fratelli in irenofilia? Strani sodalizi forma la "cosa" politica, simili ai vari Dad che forma la "cosa" intellettuale.
Una lapide dettata da Gabriele D'Annunzio e murata nel muro del palazzo Vendramin-Calergi, ricorda la morte avvenuta in questo palazzo di Riccardo Wagner. Questi mor il 13 febbraio 1883, ed era nato nel 1813. Il 13 ha avuto una parte magica nella vita di questo mago. Nel buio che mi circonda fosforeggiano le ultime pagine del Fuoco. "I sei compagni tolsero il feretro dalla barca e lo portarono a spalla nel carro che era pronto su la via ferrata. I devoti appressandosi deposero le loro corone su la coltre. Nessuno parlava".
Della morte di Wagner io so una versione pi modesta. Conobbi anni sono un uomo irrequieto e arguto, figlio di un capostazione. Suo padre era campestre e dialettale. Sorvegliava una stazioncella del Veneto. Un giorno un telegramma gli annunci il treno speciale che portava Riccardo Wagner a Venezia, e lui, nella sua schietta ignoranza, tradusse in famiglia il telegramma cos: "Domani alle diciassette e quindici passa el Vanir". E l'indomani, all'ora indicata, il figlio del capostazione, curioso di sapere chi era el Vanir, si piant sul marciapiede della stazione, vide il treno arrivare, vide a un finestrino un signore rosso di pelo, a naso uncinato e ganascia a scarpa, che reggeva un libro con la sinistra e con la destra carezzava un cagnolino, e cap che el Vanir era lui. Poi il treno ripart e il bambino non ci pens pi. Qualche tempo dopo per, un altro telegramma avverte il capostazione che l'indomani, alle 16 e quarantotto, el Vanir sarebbe ripassato; e l'indomani alle sedici e quarantasette, il bambino torna a piantarsi sul marciapiede della stazione, vede il treno arrivare, lo vede ripartire, ma non vede al finestrino il signore rosso di pelo, col libro in mano e il cagnolino. Questa volta il signore rosso di pelo stava nel furgone di coda dentro una bara, e "viaggiava verso la collina bavara ancora sopita nel gelo". Tanti conoscono a memoria i Leitmotive della Trilogia: quel modesto funzionario delle FF. SS. visse e mor senza sapere chi fosse quel misterioso Vanir, che ora arrivava e ora ripartiva.
Venezia ha donato all'Oriente la sua civilt; torri e castella della Serenissima si specchiano torno torno nel bacino orientale del Mediterraneo; a Corf, Zante, Cefalnia la parlata degl'indigeni "cade" oggi ancora nella molle cadenza veneta; ma l'Oriente per reciprocit ha insegnato a Venezia il gusto della casbah, il gusto della vita intasata in aree piccolissime, velate di ombra e serrate come le cellette del favo. Non mi si parli di necessit topografiche. Anche Manhattan  circondata d'acqua e i suoi abitanti sono costretti a moltiplicarsi in altezza, eppure a Manhattan non ci si stringe gli uni agli altri per sentirsi a core a core. Bench sgrassata del molto olio da lucerna che la ingromma, l'aria delle calli  sorella a quella dei bazr. Respirare nelle calli  un po' come mangiare. La somiglianza tra calle e bazr  naturale, non imitata come nella vecchia galleria De Cristoforis di Milano, che io, sotto la bassa tettoia di vetro a capanna, tra le vetrine Paravia rosse di polmoni anatomici, e le pensioni per artisti di canto, rammento come un parente molto caro e scomparso. Si risvegliano a Venezia alcune infantili volutt, come di accoccolarsi sotto l'ascella. Questo  forse il mistero di Venezia, il segreto del suo fascino: di essere non dico un grembo, ma una ascella colossale, all'ombra della quale i veneziani si stanno accoccolati, e pure i foresti cercano di cacciarsi, venuti di lontano per scaldarsi a questo tepore, ristorarsi a questo odore, ritrovarsi bambini e nudi al contatto di questa citt di carne e pelle, e dimenticare i tuoni, il vento, le tempeste che squassano lass la terra dei loro avi. Natura spinge rondini e amanti a cercarsi un nido, ed  per questo che gli amanti vengono in questa citt-nido, circondata meglio che sospesa in aria da un'acqua pacifica e dormente, da un'acqua-materasso nella quale puoi camminare a torso asciutto e le mani ciondoloni.  possibile annegarsi a Venezia? C' chi s'impicca coi piedi per terra. Proprio in questi giorni ho letto nel giornale di due vecchie che sono cadute di notte in un canale di Venezia e sono morte annegate. Salvo il rispetto che si deve alla morte, queste due vecchie mi hanno rammentato Charlot che si tuffa nel canale, e si trova seduto sotto un palmo d'acqua.
Fui la prima volta a Venezia nel 1906. Portavo una scarpa al piede sinistro, una ciabatta al destro e sulle spalle un mantello da donna. Ero giovinetto, ma la giovent non lenisce i tormenti della vergogna: li accresce.  la vecchiaia semmai che rende impudichi; finch si arriva alla morte: impudicizia suprema. Dir la condizione del mio animo al mio ingresso sotto i portici delle Procuratie Nuove, il raffronto tra me e l'"Altro Io" di Dostoiewski, le angosce di quel tale che impotente, molle, "legato al vuoto", vedeva se stesso nelle situazioni pi umilianti, pi ignominiose. La mia prima visita a Venezia io la ricordo come un incubo.
Eravamo venuti in piroscafo dalla Grecia, ma poich il mare era burrascoso e mio fratello ne soffriva, sbarcammo a Bari e proseguimmo in ferrovia. O notti ferroviarie, insonni e prigioniere! I fumi dei nostri fiati e dei nostri otto corpi sudanti, salivano nella penombra glauca dello scompartimento e si addensavano in una nube interna. Era fra noi l'immancabile oratore delle seconde classi, il "satutto", colui che dirige la manovra dei finestrini nelle traversate delle gallerie, e di notte il passaggio dalla luce bianca a quella azzurra. E l'oratore, dall'angolo in cui si era sistemata una casa, e l'abitava in pantofole e spolverina grigia, parl dell'Esposizione Internazionale di Milano allestita in omaggio al traforo del Sempione, come di cosa mai vista al mondo. Imputer all'oratore delle seconde classi la mia delusione pochi giorni dopo, quando entrai nella "cosa mai vista al mondo" fra due minatori di gesso, che con perforatrici di gesso attaccavano una roccia essa pure di gesso? L'oratore finalmente tacque, e i volti dei viaggiatori rovesciati sui cuscini e verdi sotto la luce azzurra, sembrarono sette morti di Ribera.
La scarpa mi aveva ferito al calcagno destro, ed ero costretto a portare una ciabatta. Ho smesso di essere Edipo da quando non porto pi scarpe su misura, e assieme mi sono liberato del supplizio della sinuosa e tinticarellante matita, intorno al mio piede contratto d'orrore sul foglio del calzolaio. E poich i nostri bagagli erano rimasti sul "Romania" e a Venezia la temperatura era inaspettatamente fredda, mia madre per consentirmi di uscire dopo cena dal Luna (abitavamo al Luna: che fiabesco esordio nella vita europea!) mi aveva costretto a mettermi sulle spalle un suo mantello. Se tutto ci che viene dalla madre  santo, perch un figlio che ha superato i dieci anni, accanto a sua madre si mette in condizione di essere deriso? Anche la preghiera  santa, eppure l'uomo cosciente del "colore" di certe situazioni, per pregare si nasconde.
Piazza San Marco scintillava come un teatro. I negozi brillavano torno torno di trine, gioielli, cristalli: magnifica "vanit" di una civilt salita all'acme. (Il progresso della civilt si misura dalla vittoria del superfluo sul necessario). Le venti favelle dell'Europa passavano a nastri tra la folla, s'intrecciavano, si confondevano in un ronzio d'oro. Nella luce della piazza, da entro un cerchio di luce pi viva, salivano a squilli gli accenti della Semiramide, tra i pennacchi dei bandisti e quello pi alto e vibrante del direttore. Una faccia da lord seduto in smoking al Florian, il piede sul ginocchio, si carezzava la caviglia scarlatta di un grosso calzino tessuto a mano. E io contratto i muscoli, lo sguardo astratto, vagante e timoroso di altri sguardi, sperando di sognare e disperatamente convinto che sogno non era, traversavo quella folla, quello splendore, quella "libert", prigioniero di una pantofola, di un mantello da donna... Una buca d'ombra in fondo alla piazza: la torre quadra del nuovo campanile sporgeva di poco sopra lo steccato del cantiere.
Chi gi in quegli anni aveva uso di ragione, sa quale emozione suscit il crollo del campanile di San Marco. Il quattordici luglio 1902, poco prima delle dieci, il vecchio campanile "rientr" in se stesso, come un telescopio che si chiude. "Rientr fra il suo popolo", dice il Libro del Genesi di chi  stato richiamato nel misterioso paese onde nessuno fa ritorno. Gl'Incas morti ritornano al Sole, paese dei loro antenati. I Mandan sperano, morendo, di ritrovare i loro antenati nella primitiva patria della trib, che per i Maori della Nuova Zelanda  nei cieli, e per i Santali a Oriente. Radbad, capo frisone, avendogli assicurato il missionario che lo stava convertendo al cristianesimo che i suoi antenati pagani erano all'inferno, rinunci alla conversione e prefer morire pagano, per rientrare tra il suo popolo e ritrovare i suoi cari. L'angelo d'oro che culminava il campanile di San Marco rotol fino alla porta della basilica, come per entrare in chiesa e ritrovare i suoi fratelli sparsi sulle navate e dentro le cupole. Delle tante campane fu salva la sola Trottiera, quella che con i suoi rintocchi affrettati ricordava ai magistrati che bisognava trottare per arrivare in tempo al consiglio.
Un giorno Isadora Duncan stava in San Marco e guardava uno degli angeli musaicati nella cupola. Anche l'angelo si mise a guardare Isadora, e cos guardandosi l'angelo a poco a poco si mut in bambino, in quel piccolo Patrizio che Isadora mise al mondo alcuni anni dopo. Continuarono a guardarsi finch negli occhi del bambino apparve una grande tristezza: l'ombra della morte negli occhi di lui che ancora non era nato. Allora Isadora usc di corsa sulla piazza, spinta da un gran vento di paura. E i colombi si levarono in tempesta.
Chi gi in quegli anni aveva uso di ragione, sa con quali accenti fu deplorato il "vuoto" che il crollo del campanile aveva lasciato nella celebre piazza. Molto vivo era l'orrore del "vuoto" in quegli anni di civilt "chiusa". Anche la forma delle automobili, rarissime in quel tempo, era violentemente criticata per quel che di mozzo lasciava il ricordo dei cavalli; e in omaggio a quel ricordo, le prime automobili erano dette "carrozze senza cavalli" (confronta Lieder ohne Worte) e i pi accaniti custodi delle tradizioni, assicuravano che mai l'automobile avrebbe sostituito la pariglia. Lieder ohne Worte chiamano i Tedeschi, ma non so perch, anche una scaloppa di vitello sulla quale riposa un uovo in camicia, e condita con filetti di alici e olive tritate.
Gran mutamenti sono avvenuti d'allora, alcuni violenti e altri inavvertibili, e oggi, nel cuore duro delle citt, nei punti pi compatti del tessuto cittadino, i vuoti si aprono repentini e in gran numero, ma senza sorpresa da parte di nessuno.
Anche la mia anima senza avvedersene si  convertita al cosiddetto "Novecento", e anzi convinta di restare incrollabilmente ferma sulle antiche posizioni.
Mi affaccio stasera dopo tanti anni su Piazza San Marco. Vedo intero quel campanile di cui ricordavo appena le sporgenti radici. E a parte il sentimento di liberazione che ispira ogni costruzione che vince il cielo, mi sembra che il campanile turbi la gentile asimmetria di questo salotto di pietra.
Traverso con due scarpe questa volta il luogo della mia vergogna.  vuoto. Solo i fantasmi ritrovo: il fantasma del lord dal pedalino scarlatto, il fantasma di mia madre, il mio proprio fantasma...
Civilt "chiusa"  la civilt molto matura e conchiusa in s, che non aspetta pi nulla dall'esterno e fa tesoro di quello che possiede.  la sola forma di civilt che m'interessi. La sola che risponda fedelmente al significato originario della parola civilt e ne dichiari la funzione, che  di raccogliere l'informe e accentrarlo nella citt, per ivi rinchiuderlo e dargli forma ridotta, e in tal modo renderlo intelligibile, visibile, maneggevole.
Civilt sottintende applicazione rigorosa di un determinato gruppo di conoscenze. Sottintende esclusione, ignoranza, volont d'ignoranza di tutto quanto non partecipa di esso gruppo. Quella sola  civilt che si conchiude in s,  priva di finestre, buchi, fessure attraverso le quali idee strane e diverse possono entrare nella civilt e inquinarla, corromperla. Civilt vera non  curiosa. Le comuni regole d'igiene non le si confanno: l'aria di fuori le nuoce.
 incivile desiderare le cose altrui, aspirare a trasformarsi, voler diventare diversi da come si . Eppure questo  il desiderio di molti uomini, di molti popoli. La marcia dei Medi contro la Grecia, il loro tentativo di ellenizzarsi rimane il modello tuttavia dell'antitesi fra civilt e barbarie. Proverbialmente il francese ignora la geografia. Anche i Greci erano indifferenti alle cose altrui. Cos pure gli uomini del primo Rinascimento. Colombo scopr un mondo nuovo, ma, scoprendolo, distrusse l'ordine della civilt italiana che noi, a poco a poco, e con molta fatica, cerchiamo di riordinare. La scoperta di nuovi mondi  dannosa alla civilt chiusa. Qualcuno a questo punto si preoccuper della posizione della poesia in seno alla civilt. Cos . Nella sana compattezza di una civilt chiusa, la poesia rappresenta un corpo estraneo, una perturbazione, un male. La poesia, in poche parole, non  civile.
Bisogna intendersi sul preciso significato della parola "civile". Civile  ci che  destinato all'uso del cittadino. Ci che  proporzionato ai suoi bisogni e alle sue possibilit. La vita rurale prepara le grandi forze dell'uomo. Prepara gli uomini con margini di forze, prepara la razza. Quando l'uomo di campagna, l'uomo forte, l'uomo di razza va in citt, ossia s'"incivilisce", egli si taglia torno torno i margini della forza e se li aggiusta, si rimpicciolisce, si riduce al formato comune del cittadino. Questa riduzione al formato civile non avviene soltanto negli uomini ma nelle cose, nelle arti. In pittura, la sola pittura da cavalletto  civile. Alla pittura murale, alla pittura stesa su grandi spazi, su volte, cupole, la parola "civile" non si addice. Con orrore io penso agli sforzi bestiali che richiede la contemplazione del soffitto della Sistina; per non dire degli sforzi che la pittura di questo soffitto richiese a Michelangelo. Non a caso Milano custodisce il quadro pi "civile" del mondo: lo Sposalizio della Vergine.
Milano, anche come conformazione fisica,  atta alla civilt chiusa. La sua forma a ruota la destina a raccogliere e ad accentrare.
I nostri aviatori hanno l'occhio troppo grande, troppo aperto, troppo ingenuo; altrimenti, trasvolando il cielo di Lombardia, ci avrebbero messi a parte della loro scoperta ciclopica, di questa monocola citt, di questa citt vulcano, di questa citt che, a simiglianza di Polifemo, reca in fronte un occhio unico, intorno al quale l'orbita enorme delle case s'avvolge.
La civilt chiusa di Milano, io la ricordo ancora. La ricordo come si ricorda un sogno. Era tra il 1907 e il 1910. Momento di sua stasi assoluta, del suo massimo splendore. Il vento frusta la fiamma e l'irrita, ma la sua luce pi viva, pi ferma, la fiamma la d nel cuore della calma. Il vento polemico si era posato da anni. Della "scapigliatura" non rimaneva traccia. Della boemia non si tentava nemmeno pi la freddura tra Praga citt e Praga Emilio.
A rappresentare la casata dei Praga, era rimasto il solo Marco. Questi ogni sera presiedeva un piccolo cenacolo al Savini, sul divano di fronte e a destra dell'ingresso. Stava abbandonato sul divano rosso, la testa poggiata allo specchio. Non parlava con la bocca ma coi baffi fulvi e folti, che si agitavano eloquenti sotto il naso a pomo d'annaffiatoio. Capelli rossigni gli fumigavano a sommo il cranio, gli occhi si appuntivano in ispecie di zibibbo tra fitta una rete di rughe, zampe di gallina, cincischi, tutto un intarsio lavorato a punta di temperino su quella cute da pellerossa.
Una sera, cos abbandonato sul divano, Marco pieg la testa d'un lato e non si mosse pi. Scrissero i giornali del tempo che l'"illustre commediografo" era morto a Varese. La morte, che tante volte getta luce sulla vita degli uomini, sulla vita di Marco Praga gett un'ombra cattiva e bugiarda.
Undici anni sono passati, ma la sera, al Savini, sul divano di fronte e a destra dell'ingresso, un posto rimane sempre vuoto pur nei momenti di maggiore affollamento. E chi ha occhio aguzzo vede nello specchio una testa china che pallida vi si riflette, rossa di pelo e che sotto i baffi fulvi continua a sillabare mute, incomprensibili parole.
Marco Praga, individuo tipico della chiusa civilt milanese, mor nel 1929. Per quindici anni egli stent la vita, in un clima che non era pi il suo. Non respirava pi: annaspava, e il suo affanno appannava gli specchi del Savini.
La chiusa civilt di Milano fin nel 1914.
La guerra acceler la sua fine ma non la determin. Le guerre non operano sulla civilt, ma dipendono esse pure dai drammi della civilt. Anche senza la guerra, quella civilt conchiusa e perfetta sarebbe egualmente finita.
Nuove idee, che turbano e corrompono, cominciavano ad addensarsi come nubi sulla citt. Fino allora Milano era vissuta calma e sicura, indifferente a tutto quanto non era suo. Che importava a lei se altrove nasceva il cubismo, se le idee mutavano e si capovolgevano i valori poetici, se una volta ancora gli uomini curiosi e ansiosi rompevano la superficie polita ma ormai infeconda della civilt, per cercare novamente le radici delle cose?
Civilt  sorella di mediocrit. Quando in seno a un consorzio civile si trovano anche due soli individui di eguale misura intellettuale, comincia la utile, la comoda, la beata mediocrit. Mediocre, ossia equilibrata nei suoi valori, fu l'Atene di Pericle. Mediocre, ossia equilibrata nei suoi valori, fu la civilt francese, e Pasteur, pur non avendo mai sentito nominare Czanne, badava a non superarlo. Nel tempo della chiusa civilt di Milano, l'arcangelo del mediocre, armato di scaglie d'oro e scintillante nel sole, nuotava a larghe bracciate intorno alla Madonnina, e, innocente e severo, vigilava i tetti della sua diletta citt.
Dentro il circuito di quella civilt chiusa, el pover Btti scriveva Il Castello del Sogno ed era proclamato poeta, perch in una civilt chiusa la poesia  considerata sogno, irrealt, puro gioco di amabili astruserie, e per gli uomini civili le cose poetiche partecipano della specie dei paesaggi della luna. Carrugati, l'uomo pi sudicio di Milano, colui che aveva radunato nel suo alloggio un intero serraglio e arrivava la sera al Savini reggendo una scimmietta sulla spalla, uccise nelle colonne del "Secolo" la morte di Melisanda, la quale osava competere con la morte di Mim; perch una civilt conchiusa in s, non ha che farsene di morti che le vengono da fuori. Giovanni Pozza, critico musicale del "Corriere della sera" e che di musica non capiva un'acca, risolveva dopo la prima della Salom il caso Strauss in maniera brillante e giusta, dicendo che come Riccardo preferiva Wagner, e come Strauss quello dei valzer. L'altro Pozza, fratello di Giovanni, aveva innalzato il "Guerin Meschino" alle vette supreme di un umorismo senza malizia, parafrasava la politica estera nella note extre, prendeva in giro le eccentricit di Gabriele D'Annunzio, ma con una riverenza per l'idolo che superava quella stessa degl'idolatri. All'insegna della lucerna antica, i libri uscivano dalle mani manesche di Emilio Treves, e Renato Simoni, Aristofane di quella civilt chiusa, fece ridere nella Turlupineide la citt di se stessa.
Quando non scriveva Il Castello del Sogno, el pover Btti, accompagnato da madame Brochon come un figlio bisognoso di cure da sua madre, veniva alla confetteria del Cova, che tra le cinque e le sette era il cuore intellettuale di Milano. Giacomo Puccini chiedeva al cameriere dei pet burr da inzuppare nel suo cappuccino, perch in quel tempo i filologi non avevano ancora provveduto a sostituire i vocaboli di provenienza straniera, con vocaboli di pretto conio italiano. Sul marciapiede davanti al Cova, simili a guerrieri che vegliano le armi di Ercole, erano schierati signori barbuti come centauri e prestanti ufficiali di cavalleria, il mantello azzurro ributtato sulla spalla, membri gli uni e gli altri del vicino circolo della Patriottica. Signori e ufficiali lodavano concordemente i pregi delle passanti, e se era tempo piovoso e le passanti si tiravano su la gonna per traversare via Manzoni, centauri e uffiziali gridavano a una voce e con perfetta seriet e convinzione: "Gambe! gambe!".
L'accordo tonale di questa civilt chiusa in s e priva di sospetti, echeggiava dalle colonne marmoree del "Corriere della sera". Nel suo nitore immacolato, questo massimo quotidiano d'Italia, in cui tutti, redattori e collaboratori, pensavano e scrivevano allo stesso modo, rispecchiava la concordia, l'armonia di un tono letterario in cui nessuna voce "usciva dal seminato", n cercava isolarsi, n tentava sopraffare la voce altrui. E poich la civilt chiusa esclude tanto la fede cieca quanto gli slanci, tutta roba da disperati, ma si ammanta di un garbato scetticismo come di una elegante veste da camera, lo stile del "Corriere della sera" s'intonava fino nel "corriere milanese", fino nel "corriere giudiziario", al "buon tono" di Amedeo Morandotti e del "Conte Ottavio".  curioso notare che questo giornale cos milanese, ossia cos discreto e attento a non sparare la pi piccola balla, fu fondato da Torelli Viollier che era napoletano ed era stato segretario di Alessandro Dumas padre, che era il re delle balle.
La civilt chiusa ignora la critica, la polemica, la diversit dei giudizi. La civilt chiusa o esclude o consacra. Giovanni Pozza, critico musicale del tutto ignorante di musica, consacr nel "Corriere della sera" la grandezza del Mefistofele: "Questo capolavoro che alla spontaneit melodica italiana, associa la disciplina armonica tedesca".
NOTA: Mirabile analogia fra Boito e Alarico. A giustificare le aspirazioni del re dei Goti all'imperio di Roma, fu detto che Alarico "associava la foga germanica all'ordine latino" (Marcel Brion, La Vie d'Alaric, pagina 132). FINE NOTA.
Nello stesso giornale Ugo Ojetti scriveva d'arte a imitazione di Giorgio Vasari (critico d'arte questi pure di una civilt completa e chiusa in s), ossia in maniera encomiastica. All'esordio celebrativo, seguivano i nomi degli artisti, tutti egualmente bravi: Bazzaro, i Ciardi, Marius Pictor...
A simiglianza degli di etruschi, i personaggi di questa chiusa civilt letteraria erano collocati a piramide, nell'ordine di una rigorosa gerarchia. Gli di minori salivano con movimento lento ma regolare i gradi della piramide, sostituivano ai posti pi alti gli di maggiori, via via che costoro svolavano in cielo in una luce d'apoteosi. Quando nel 1908 mor Edmondo De Amicis, il "Corriere della sera" usc con tutta la prima pagina listata di nero e un titolo su sei colonne che diceva: " morto lo scrittore della bont". Il simile alla morte di Giuseppe Giacosa. La morte di uno scrittore anche mediocre, occupava in quel tempo tutta la prima pagina del primo giornale d'Italia. I veleni della critica, le tossine del dubbio, il fiele del saperla lunga non avevano ancora turbato gli animi; nessuno si sognava di avanzare il sospetto che ai fini supremi della poesia, la morte di Edmondo De Amicis o di Giuseppe Giacosa potessero anche essere avvenimenti di poca importanza. I libretti di Luigi Illica erano imparati a memoria.
Passava nel pomeriggio per via Manzoni un giovane alto, dai baffi felini, dal naso uncinato, dalla faccia da karaghieuz, pi lui tirato da un levriere russo, gobbo dinoccolato e a testa aerodinamica, che lui tirante il levriere. I centauri e gli uffiziali di fazione alla porta del Cova, non avendo una conoscenza diretta delle cose letterarie, domandavano a Tito Ricordi chi fosse quel giovane, e Tito rispondeva che era un romanziere di grande avvenire, autore di La vita comincia domani.
Un personaggio solo occupava la vetta della piramide: Gabriele D'Annunzio.
Venne la prima della Fedra. Fino alle sette, i centauri, gli uffiziali e gl'intellettuali del Cova furono in ansia. Alle sette qualcuno venne ad annunciare che il libro era uscito. La libreria Treves occupava in Galleria il posto che oggi occupa la libreria Garzanti, e in pi le vetrine che ora sono della C.I.T. Alle sette, dopo un breve intermezzo a saracinesche abbassate, tutte le vetrine della libreria Treves si aprirono sfavillanti di luce, e piene dall'alto in basso dei simili esemplari della Fedra. Dopo mezz'ora per non rimaneva traccia di quel biblico prato di libri, perch i centauri, gli uffiziali e gl'intellettuali del Cova si erano buttati sui volumi come cavallette sul grano, per studiarsi il testo dannunziano prima dello spettacolo.
E la sera stessa, dalle nove alla mezzanotte, nella platea e nelle gallerie del Teatro Lirico, quegli stessi centauri, quegli stessi uffiziali, quegli stessi intellettuali del Cova, ai quali si erano aggiunte le pi belle spalle, le pi belle mamme, le pi belle braccia di Milano; e assieme le spalle pi brutte, le mamme pi vizze, le braccia pi nere e macere e pelose della citt, si annoiarono prodigiosamente allo spettacolo della castit di Ippolito e della lubricit della figlia di Minosse; ma dopo teatro cionondimeno, e l'indomani, e per molti giorni ancora, i centauri, e gli uffiziali, e gl'intellettuali, e le belle spalle, e le spalle brutte continuarono a ripetersi l'un l'altro come una parola d'ordine, come un motto araldico, un po' sorridendo e un po' divagando; "Fedra indimenticabile...".
Meno che nel Piacere, centauri, uffiziali, intellettuali del Cova e belle spalle non trovavano piacere nei libri di D'Annunzio, ma il riflesso piuttosto dei loro desideri e l'immagine di come essi stessi volevano essere. Mai come nel tempo dannunziano l'uomo trov nella letteratura il proprio ideale. Ogni nuovo libro del "divo", era un avvenimento "personale" dei centauri e dei loro compagni. La vita si regolava sull'ultimo libro di D'Annunzio. Se Verdi, nella parola stessa di D'Annunzio, pianse e am per tutti, D'Annunzio per parte sua "visse e am per tutti gl'italiani". Quando usc Forse che s forse che no, zelanti araldici scoprirono che "forse che chi sa tu"  il seguito del motto ripetuto nel soffitto del Palazzo Ducale di Mantova. Quanto al nome "velivolo" dato da D'Annunzio all'aeroplano, ignoti eruditi scoprirono l'uso gi fatto di questo vocabolo da Chateaubriand e citarono "le pcheur napolitain dans sa barque vlivole".
NOTA: Del resto velivolo e veliforo sono termini poetici di nave a vela e di mare solcato da navi a vela. FINE NOTA.
Contemporaneamente, nelle strofette di un'operetta di Ruggero Leoncavallo intitolata Malbrc, si cantava: Con licenza di quel divo, che villeggia a Settignano, l'aer aeroplano, non velivolo sar.
A queste strofette il pubblico applaudiva freneticamente, perch la folla ama essere dominata, ma le piace pure mostrare che prende in giro chi la domina, sia pure letterariamente. Fra pubblico e autori non era avvenuta ancora la grande scissione. Oggi anche a Milano i poeti migliori, gli scrittori migliori, i pittori migliori, i migliori musici, il pubblico li ignora perfettamente. Si sono costituiti due campi, senza neppure animosit fra campo e campo, perch un campo ignora l'altro campo, e reciprocamente.
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CATRAFOSSI.
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Le calli anche pi larghe di Venezia sono ancor esse cos strette, che pur senza ombra di volont da parte mia, anzi con una vergogna da non si dire, le mie mani penzoloni vengono a contatto con le mani delle passanti. Provo a tenerle ferme, ma non giova. Provo a lasciarle libere nel loro movimento a bilancere, ma siamo alle solite. E ogni volta  una scossa, un brivido, un diavoleto che mi corre gi per il filo della schiena. Mani fresche e mani calde, mani sudate e mani diacce, mani grasse e mani magre, mani di burro e mani di avorio, mani morbide e mani dure, mani magiche e mani morte come scaloppe crude, mani che danno la scossa come il cordone della lampada a spina quando la tela isolante  logora e il filo conduttore a nudo, e mani il cui attoccamento non fa pi effetto di un ferro da stiro freddo. Quali strane reazioni i mezzi anche pi tenui dell'amore esercitano su me? C' in questi contatti un che d'illecito. Ho l'impressione di rubare. Provo a mettermi le mani dietro la schiena, come Napoleone, ma non basta. Allora, piano piano, m'infilo i guanti.
I soli veicoli che hanno diritto di circolare per queste calli sono le carrozzine dei bambini. Mi volto atterrito a uno scampanellio di bicicletta, ma  un triciclo infantile. Il caldo fiume umano che confonde le sue acque in Merceria,  pieno di bambini che piangono. Perch piangono i bambini a Venezia? Perch sulla calle apre ogni tanto sua bocca diffusa di glauco lucore sottomarino, una gelateria mirifica come un acquario. Ma pu la mamina fermarsi a ogni gelateria che trova per via e comprare il gelato al suo bambino? Sarebbero venti gelati al giorno e mal di pancia in proporzione. Sul bambino che insiste troppo, Giustina Rossi lascer cadere da quel mezzanino lass il suo mortaio di pietra.
L'ho riveduta poco stante Giustina Rossi, subito che ebbi traversato l'arco dell'Orologio, tra il portico del Cappello e un terrazzino di ferro battuto. La testa e le braccia sporte fuori del suo rettangolo di marmo arrugginito, Giustina Rossi  sempre in procinto di lasciar cadere il mortaio che regge tra le mani, e che viva, il 15 giugno 1310, lasci cadere sulla testa di Baiamonte Tiepolo, mentre costui, alfiere dei congiurati insorti contro la "serrata" del Gran Consiglio, passava sotto l'arco del Cappello proveniente da Rialto, e diretto in Piazza a uccidere il doge Pietro Gradenigo. Una Gradenigo io ebbi ventura di conoscerla l'anno passato qui in Roma, ov'essa era venuta da Santa Monica di California, e con delizia pinsi il suo volto di Madonna, i suoi dolci occhi di velluto. Chi a Venezia dice assolutamente "la piazza" intende Piazza San Marco, e le altre piazze, come non degne di tal nome, si chiamano o campi, o campielli, o campazzi. Nel pavimento della Merceria, una piccola pietra bianca, destinata di solito a segnare eventi felici, segna il punto preciso ove cadde il mortal mortaio. L'atto di Giustina Rossi gett il panico tra i congiurati e fu cagione della loro diffalta. A ogni anniversario della domata congiura usciva alla finestra di Giustina Rossi una bandiera, e sull'area delle distrutte case dei Tiepolo a San Stin, una colonna d'infamia perpetuava il monito e il ricordo. Oggi bandiera e colonna sono custodite nel Museo Correr. Alla finestra del mezzanino Giustina Rossi e il suo mortaio sono ritornati a posto, come per trucco cinematografico le cose si ricompongono che prima si erano scomposte. Perch ghigna la sdentata bocca di Giustina Rossi e s'incurva a gondola tra il naso adunco e la ganascia prognata? Chi non sa e vede questo capino minuscolo, questi gesti raccolti, pensa una nonnina intenta a scodellare la minestra ai nipotini; ma chi sa scopre in questa faccia essiccata dal tempo la pregustazione di un orribile piacere. Il conservatismo, questa paura della morte,  la malattia dei vecchi.  per conservare, per la sola idea di conservare che Giustina Rossi  in attesa quass di uccidere un uomo. Anche se intesi a fin di bene, certi atti non si addicono ai vecchi. Al pari dei fanciulli e delle donne, anche i vecchi sono tenuti a un maggiore riserbo, a una maggiore discrezione, a una maggiore pudicizia. E nonch delle fanciulle, il silenzio  ornamento dei vecchi. Silenzio di parole e silenzio di gesti. Vecchia, la donna ritorna fanciulla. Atti leciti all'et forte, diventano illeciti ai vecchi. E quando i vecchi peccano, i loro peccati sono orribili e osceni. Un'altra vecchierella oper a fin di bene come Giustina Rossi, e, trotta trotta, port "essa pure" il suo fastelletto di sarmenti al rogo di Giovanni Huss. E il povero Huss, gi per met bistecca, guard la vecchierella di lass e sospir: "Sancta simplicitas!". Per analogia di gesti, il monumentino di Giustina Rossi rammenta la statua di Gerolamo Fracastoro, ritta sopra l'arco di Piazza dei Signori, a Verona. Ma quanto diverse le intenzioni! Fracastoro regge in mano una palla di marmo che lascer cadere sul primo galantuomo che gli passer sotto. Sono passati quattro secoli, e Fracastoro regge ancora la sua palla in mano. In obitum Fracastorii, Matteo Bandello scriveva:
I cedri miei, che di tua man sovente
rigavi, con gli Esperii pomi d'oro
languidi stanno, tra gli allori e i mirti.
Io non amo il sole. Col sole ho una vecchia ruggine. Due volte il sole mi butt gi dal mio muletto, quando, bambino, accompagnavo mio padre nella pianura di Tessaglia. Le calli di Venezia anche in questo mi sono amiche, che gettano un discredito profondo sulle conclamate virt del sole. L'igienico sole non  legge generale. Ci sono uomini e popoli interi, che vivono meglio e pi igienicamente all'ombra. Al sole, all'aria, deperiscono e muoiono. Su quello che fa bene e quello che fa male, il mio scetticismo  giustificato. Quattro volte da che sono al mondo ho visto mutare giudizio sulle virt dei pomodori. Ora benefici e ora malefici. E il sole? L'infanzia al tempo della mia infanzia maturava nelle case fresche e ombrose, dietro le tende trasparenti e dipinte di paesaggi arcadici. Poi venne l'eliomania e il furore della pelle abbrustolita, ma gi sento parlare del sole come di un amico del bacillo di Koch. Osvaldo chiede a sua madre il sole, ma  pazzo. Bruno Barilli si era cos bene abituato a Parigi ai cibi corrotti e a certe suprmes barbues brulicanti di vermi, che quando ricominci a mangiare sano si ammal.
All'angolo della calle dei Barettieri, un poggiuolo a gabbia di legno e vetro, sorretto esteriormente da una rete di ferro, mi rammenta che in turco i poggiuoli di questo genere si chiamano sachniscr. L'Oriente si continua a Venezia. Il vivere piccolo, il vivere in miniatura, il vivere nelle calli, alle finestre, ai terrazzini, dentro le porte dei negozi. Nel minuscolo portato a statura d'occhio, si scopre la curiosit, l'interesse, l'importanza di cose cui altrimenti non si bada. Le formiche vedono a occhio nudo ci che noi non vediamo se non attraverso lastre infrarosse. Nella vetrina di un orologiaio, in Merceria San Salvador, mi fermo a guardare un orologio da polso, sospeso per il cinturino e immerso dentro un globo di vetro pieno d'acqua, e intorno al quale un pesce rosso gira come Sansone al bindolo. Sotto il boccale c' scritto: "L'orologio di precisione che sfida gli elementi scientificamente ermetico". Che avrebbe pensato Mallarm di un orologio "ermetico?". Italianamente potevano scrivere "mercuriale". Venezia  un immenso museo di storia naturale, nel quale tutto  storia naturale: orologi, gelati, pizzi, palle di cristallo, birilli. Sfruttamento di ogni millimetro quadro. M'impressiona in Campo San Salvador una chiesa trasformata in cinematografo. Eguali impressioni avr provato Giuliano nei suoi viaggi di ispezione religiosa, trovando i templi in abbandono, le spazzature che nei "ier" ballavano agli spifferi, e non un'oca per i sacrifici. Quattro angioloni stanno ancora ritti sul tetto, ai due lati di Ges, e uno  decapitato. Esempio della venezianissima art d'accommoder les restes. In Campo San Salvador c'erano due chiese affiancate. Una era di troppo e fu trasformata nel cinema Massimo. Quali film proietta questo cinematografo? Voglio sperare che siano scelti con criterio edificativo.
Si tratta insomma di vedere le cose che gli altri non vedono: quelle che vivono all'ombra delle sorelle ammirate: le cenerentole della citt. Si tratta di vedere le cose che vedono anche gli altri, ma nei momenti in cui gli altri non le guardano, e quelle dimettono la rigidit della posa, si abbandonano, respirano pi tranquille.
A Venezia, i Giardini bisogna vederli quando la Biennale  chiusa. La Biennale non  il mio pensiero dominante, n mi ero accorto dunque fino a qual segno la Biennale ha fatto di Venezia la citt della pittura. Tito Ricordi, l'ultimo di questo nome che ebbe in sua mano la direzione della celebre casa editrice, voleva fare di Venezia "la Bayreuth italiana". Era il tempo che una cosa, per essere qualcosa, doveva essere quello che  un'altra cosa. De Amicis era "il Dickens dell'Italia", Lecce "l'Atene delle Puglie". Ma Tito Ricordi non riusc nel suo disegno.
Passiamo nel Corso Vittorio Emanuele di Milano, e nelle vetrine dei fotografi ritroviamo le consuete immagini delle primedonne in costume di Amneris, di Tosca, di Azucena; e altre che sembrano grasse donne in vestaglia, e sono invece tenori nella parte di Nerone. Ma chi s'aspettava di trovare a Venezia, in Calle Seconda dell'Ascensione, nelle vetrine del fotografo Giacomelli, i ritratti di Aldo Carpi, di Gino Severini, di Vellani Marchi, presentati come i tenori della pittura contemporanea?
Anche i Giardini di Venezia sono stati fatti da Napoleone, questo grande fabbricatore di giardini, che fabbricava i giardini forse per farsi perdonare i cimiteri.
Nell'estate del 1908, la prima volta che venni ai Giardini, una nave da guerra era ancorata presso la riva, gi veterana in quel tempo e forse inetta agli usi guerreschi, grigia, pesante, larga come una enorme zattera di ferro, e che non sembrava galleggiare ma poggiare per mezzo d'invisibili piante sul fondo del mare. Marinai in tenuta di fatica si affaccendavano sulla tolda, tiravano acqua dal mare dentro sacchi di tela, li versavano a getto sul ponte, pi per dare refrigerio al vecchio scafo esausto di sole, che per lavare la sua arroventata crosta di ferro. Quella nave portava un nome illustre nei fasti della marineria italiana: Andrea Doria. Di quel mio lontano passaggio ai Giardini, tre cose mi sono rimaste impresse: la squisitezza di due uova al burro consumate al ristorante Paradiso, che presso la riva dei Giardini erge ancora la sua leggera casina, spiega i suoi tendoni variegati, sciorina i suoi tavolini da selva mansa e a miti godimenti consacrata; i tonfi di ferro su ferro rimbombanti su la ferrigna antenata, e il titolo che avevo letto poco avanti sotto uno dei pannelli di Giorgio Aristide Sartorio, esposti come il piatto del giorno nella Biennale di quell'anno, e destinati all'aula nuova del Parlamento. Quel titolo oscuro e vichiano sonava cos: "Primo sorriso della belva umana".
Oggi, a trentadue anni di distanza, e malgrado tanto progresso di macchine, Cronos tra questi miei due soggiorni veneziani ha camminato a ritroso; e presso l'amabile sponda non pur una nave vecchia ma di ferro io ritrovo, tarda s ma chiusa nel suo scudo al pari di Ettore che si appresta ad affrontare Achille, ma un veliero.
Un veliero grande. Un veliero grandissimo. Un veliero immenso. Un bel veliero. Un veliero bellissimo. Un veliero stupendo. Fasciate le murate di bande bianche e nere. La poppa filigranata d'oro, rabescata come una lama illustre, e onde sporge un terrazzino di verde ferro battuto sostenuto da grandi S. Un veliero a tre alberi. Altissimi e coi pennoni a croce. Un veliero che nelle vele ammainate, nelle intricate sartie a rete, nelle alte coffe, nelle fiancate bombeggianti, nei paranchi curvati a uncino sulle lance, negli attoniti obl porta le infinite immagini dell'Avventura; porta il respiro del mare alto e il flisbo lungo delle onde, la corsa dilaniata delle nubi e la distesa serenit dei cieli, le albe e i tramonti, i giorni e le notti, i meriggi abbaglianti e i palpitanti pleniluni, i porti familiari e i lontani e sconosciuti lidi, le tempeste e le bonacce, la scorta dei delfini e i voli ad arco dei pesci rondini, le stelle di questo e dell'altro polo, tutto il bene e tutto il male del mondo. Anche la prua  filigranata d'oro, e su l'acrostolio un uomo pur esso d'oro, grifagno e fiero, proteso in immobile slancio, l'Ammiraglio dell'Oceano insegna con la destra la rotta delle Indie Occidentali ai marinaretti vestiti di bianco, schierati sui pennoni come passerotti sui fili del telegrafo, che agitano bandierine a gara e lanciano a ritmo alti saluti alla voce.
Quali fortune v'aspettano, o giovani allievi della Cristoforo Colombo?
"Bongiorno, avvocato".
 un gusto sedersi al caff Trovatore, in Campo San Bartolomeo, e riprendere il filo del discorso col padre di Mirandolina. Che me ne faccio io di marmi, colonne, bifore? Che me ne faccio dello scheletro illustre e sontuoso di Venezia, se la dorata vita di Venezia non trovo pi? Se pi non ritrovo sui liag le putele fulve con la solana in testa? Se di notte sulle altane fiorite di lampioncini le fanciulle non si raccolgono pi a chioccolare d'amore? Se la guida mi avverte che l'ultima serenata "di carattere amoroso", nei canali di Venezia si  spenta nel 1925?
Hic manebimus optime. Venezia io la vado frugando nel suo intimo, nel suo hinterland foderato di pietra e senza languore d'acqua, nella sua vita meno casanoviana ma pi cordiale, meno gondoleccia e inserenata, ma pi vicina al mio talento.
Sto seduto ai piedi di Carlo Goldoni, e questi sta in piedi e in polpe, appoggiato alla mazza, paffuto e sorridente, il tricorno posato sulla parrucca a cannoncelli, quasi minuscolo vascello su una minuscola tempesta. La familiarit di questo uomo di marmo, ispira familiarit agli uomini di carne. Al mio tavolino, dopo un rapido "permesso", siede un maresciallo di marina con la sua bella, e senza pi badare a me quasi fossi il grullo della canzone che anche presente manca, attaccano una accesa conversazione d'amore, di cui, pur senza ombra di volont da parte mia, non perdo sillaba. Ma non io solo fruir di tanta grazia, ed ecco un quarto cliente, un soldato di fanteria, che dopo un rapido "permesso" siede egli pure al mio tavolino, ove ora siamo in numero per uno scientifico scopone, che l'"avvocato" di lass presiederebbe da par suo, se ben altro che scoponi scientifici non avessero per il capo il maresciallo e la sua bella.
Nessuna statua di uomo illustre ha diritto quanto questa di dire: "Io sono un poeta fra il mio popolo". Sollevato di poco sulla comune statura dei compaesani che gli girano intorno, e sbrigano le loro faccende, e non badano a lui pi che a un parente anche grandissimo ma che si  abituati a vedere tutti i giorni, Goldoni poggia il piede calzato di scarpino a fibbia sullo zoccolo disegnato dal bravo Pellegrino Orefice, il quale zoccolo  di stile rococ, perch quando ci si chiama Orefice difficilmente si sfugge al proprio nome. Goldoni si  messo un poco pi su dei vivi, per imbonire la sua gente e spacciare prodotti miracolosi.
Oltre al Trovatore, altre due botteghe da caff sono in Campo San Bartolomeo: il Caff Bar Nostro e la Birreria Caff Commercio. Tutto qui intorno  familiare e goldoniano. Quale differenza tra il padre di Mirandolina e i suoi compaesani di oggi? Questa sola, che lui porta la faldona fiorita di un numero straordinario di bottoncini, e loro i completi confezionati dai Magazzini al Duomo, che per eleganza di taglio e numero di bottoni sono assai pi sparagnati. Che idea per aprire in Campo San Bartolomeo una succursale dei Magazzini del Duomo di Milano, e conservare alla filiale lo stesso nome della casa madre? A Milano questo nome trae la sua ragione dalla vicinanza del Duomo, ma in Campo San Bartolomeo il richiamo al Duomo di Milano non ha senso.
Continuo a esplorare le interiora di Venezia. Prendo per San Giovanni Crisostomo, poi imbocco la lunghissima via Vittorio Emanuele. In fondo l'originalit di Venezia  questa: trovare una via lunghissima. Di mare, canali, canalazzi, qui neppur l'odore. Anche le arterie dimettono in questa parte pi "solida" di Venezia i loro nomi di rappresentanza, non sono pi calli callette calleselle, n campi campielli campazzi, n stretto fondamenta rio, n rio terr ruga salizzada, ma comunemente e piacevolmente tornano a chiamarsi "vie".  la Venezia di Daniele Manin. La Venezia risorgimentesca. La Venezia consacrata sulla riva degli Schiavoni dal monumento a Vittorio Emanuele II. La Venezia che io ritrovai una notte, molti anni fa, in Piazza San Marco, una scarpa al piede sinistro, una ciabatta al destro e sulle spalle il mantello di mia madre; e laggi, sopra un mare di teste, il pennacchietto del direttore della banda comunale si agitava a ritmo, e in cima ai pennoni gli orifiammi ondeggiavano a un misterioso vento notturno, e un piccione stupito e spaventato da quell'aurora capovolta traversava con volo ubriaco il cielo tra la Torre dell'Orologio e il cornicione della Libreria, e dal luminoso cerchio saliva e si spandeva il coro del Nabucco, nel quale trombe e tromboni esalavano il loro amor di patria.
Non tutte le musiche si addicono a Piazza San Marco. Va bene il Nabucco per il carattere risorgimentesco che Venezia serba ancora in talune sue parti, ma la musica di jazz non si aff che udii nel giugno scorso dall'orchestrina del ristorante Olimpia: quei ritmi sincopati, quelle fioriture del sassofono, quello sbattere a spazzola l'archetto sulle corde del contrabasso. In fondo, Piazza San Marco non sopporta se non musiche dei Gabrieli, di Bonporti, del Buranello. Col negrismo questa dama di pietra in abito di trina poco se la dice.
E il Moro di Venezia allora?
O mia grande perplessit!
Sussistono in salizzada Santa Fosca, in rio terr San Leonardo, farmacie a fondo nero e oro, col boccalone verde nella vetrina di destra, il boccalone rosso in quella di sinistra e nel mezzo Esculapio, poggiato al bastone intorno al quale si avvolge l'angue della scienza. C' pure il boccale nel quale dormono le sanguisughe. E c' il boccale pi stretto nel quale  conservato il tenia che il signor M. P., per virt del celebre vermifugo X. Y. Z., ha espulso, la testa per prima, da quella parte del suo corpo che Luigi Pulci chiama postione. Qui, se fosse ancora in vita, mia zia Apollonia troverebbe i miracolosi lassativi che serbavano alla sua pelle la freschezza della rosa, e l'aceto per i suoi simulati svenimenti di vergine tardiva.
"Non  vero, avvocato?".
La statua di Goldoni  un buon esempio di statua borghese. La statua borghese si deve adeguare all'ambiente. Goldoni in Campo San Bartolomeo ci sta benissimo, ma Gustavo Modena invece, egli pure in atteggiamento familiare, anzi pi familiare di Goldoni, anzi addirittura dimesso, in mezzo ai Giardini stona.
Il giardino pubblico non  ambiente da statue borghesi. Non  ambiente familiare. Non ha l'innocenza della foresta. In una foresta, Gustavo Modena in bronzo e redingote ci starebbe come in casa sua. Ma il giardino pubblico  una selvetta apprestata, agghindata, fornita di volont e criterio.  una selvetta cosciente del bene e del male. Solo le statue mitologiche stanno bene nei giardini pubblici, perch temperano l'ombra del peccato originale, presente nelle aiuole, sulle panchine, nei cestini della carta straccia, e rapiscono la mente in un mondo d'innocenza primordiale.
I Giardini di Venezia sono abitati da statue mitologiche in buon numero. C' Plutone. C' Ganimede con l'aquila. C' Ati. C' Acchelloo che gronda acqua, ma non si capisce perch si porti addosso tanti ci e tanti elle. Peccato che queste statue siano di cemento, che  la materia pi brutta e ignobile che ci sia, e per di pi ferite, snasate, mutile. C' anche una Minerva colossale a cavallo su un leone, ma se ne sta nascosta dietro un cespuglio come un vespasiano. Tuttavia, e malgrado i loro difetti, queste statue mi riconsolano e trasportano egualmente il mio pensiero in quel dorato mondo dei miti, che  il mio mondo "naturale".
Dissento in questo da un Padre della Chiesa. Sant'Agostino non amava le finzioni mitologiche, nelle quali vedeva un incoraggiamento a peccare. Nel libro I delle Confessioni, paragrafo 16, il figlio di Monica esclama: "Guai a te, torrente dell'uman costume. Chi ti fermer? Quando sarai prosciugato? Fino a quando trascinerai i figli d'Eva verso il vasto e spaventoso oceano, che pur coloro che si aggrappano alla croce stentano a traversare? Da te trascinato ho letto di un Giove tonante e assieme adultero, che non riusciva beninteso a fare le due cose in una volta, ma la storia era siffattamente combinata, che un adultero vero se ne rivalse, e segu l'esempio di quell'immaginario tuono".
A me, in verit, i miti hanno sempre ispirato pensieri innocenti, e i riprovevoli trascorsi di Giove non mi hanno deviato finora da quella via di fedelt coniugale, che serenamente percorro. Sant'Agostino mi perdoni, ma io, dovessi vivere di l dalla morte un'altra vita, viverla vorrei sotto la giurisdizione del Tonante.
"Proprio cos, avvocato".
Strane coincidenze si trovano talvolta nella vita di un uomo. Tommaso Salvini nacque di Capodanno e mor nella notte di San Silvestro, ma Goldoni fece di meglio; e lui, che nella maniera pi leggiadra aveva espresso la dorata civilt del Settecento, mor a Parigi il 6 febbraio 1793, sul cominciare torbido, arroventato di una nuova civilt. Oltre che ottimo scrittore di commedie, Goldoni si dimostr anche ottimo tempista.
La morte di Goldoni suggerisce anche una considerazione sulla eccellenza della poesia e la solidariet fra poeti. L'indomani della morte di Goldoni, un decreto della Convenzione Nazionale restituiva a Goldoni morto la pensione che un anno prima era stata tolta a Goldoni vivo, e quel decreto era stato emendato su proposta di Giuseppe Maria Chnier, fratello di Andrea e poeta egli stesso.
Da Orfeo a Ungaretti i poeti si tengono per mano, e sopra gli anni e i secoli tirano una lunga catena di voci amabili e leggere. I secoli passano ma quelle per nostra consolazione rimangono. Perch nelle voci leggere dei poeti, risuona la voce dell'eternit.
I locali di Venezia, i loro soffitti bassi, le loro infoderature di legno - spesso le finestre hanno forma di obl - danno a credere che si stia su una nave e si viva navigando. Questo per i locali "aggiornati", i bar e i ristoranti "Novecento". Ma nemmeno quelli fermi tuttora sulle ancore del passato debbono trarre in inganno. I minuscoli interni delle "botteghe da caff" di Piazza San Marco sono cabine di fregata, le salette del Florian sono le salette stesse del Bucintoro.
Perdurano gli effetti della repubblica marinara. Grande sorpresa coricarsi la sera a Venezia, e l'indomani svegliarsi ancora a Venezia. Ma siamo sicuri che nel frattempo non abbiamo navigato? Maurizio Renard aveva ideato un apparecchio aereo, che sfuggiva al movimento rotatorio della terra: si alzava nell'aria, metteva in funzione i suoi meccanismi di "immobilitazione", compiva in un solo giorno quel medesimo giro del mondo, che Philas Fogg comp in ottanta. Per meglio dire, era la terra che sotto l'immobile apparecchio di Maurizio Renard aveva fatto un intero giro su se stessa.
Il simile avviene mentre io dormo nella mia cuccetta veneziana, dentro questo lettuccio a barca, sotto questa zanzariera che in verit  una bocca d'aria. Ieri sera mi sono addormentato a Venezia, e stamattina mi sono svegliato a Venezia; ma nel frattempo dove sono stato? Con questo in pi che a Venezia il giro del mondo si compie molto pi velocemente, perch nessuno, nemmeno a Venezia, dorme ventiquattro ore su ventiquattro. Chi sa? Tutto questo viaggio forse, tutto questo libro io l'ho vissuto in una notte di sonno a Venezia.
Questo parlare scherzoso, questo trattare con ironia talvolta anche le cose e gli uomini pi augusti,  forse la pi sincera forma di amore, la pi preziosa, la pi pudica. Amore sottintende possesso, almeno desiderio di possesso (non dico "volont di possesso":  troppo forte). Amando una cosa la facciamo nostra, la pensiamo come nostra. Ed  questo bisogno di rimpicciolire le cose troppo grandi per renderle pi facilmente nostre, rammorbidire le troppo dure, flettere le troppo rigide, che ci porta al tratto scherzoso, ironico. Le cose che amiamo cerchiamo di farle figlie nostre e le trattiamo come tali. Ma non tutti capiscono queste astuzie sentimentali, e vedono irriverenza in quello che  soltanto amore. E si scaldano, si fanno paladini dell'offesa grandezza. O inutile furore!
Per andare da San Marco alla Stazione, non ho preso il vaporetto ma il motoscafo. Pace, amore, bellezza. D'un tratto un urlo terrificante squarcia l'ineffabile pelle di felicit, pi animale dell'urlo di una sirena industriale, e assieme inesorabilmente marino.  il grido di un'otaria, di un dugongo, del misterioso serpente di mare? Una nostra silurante  entrata non vista nella laguna, si  ancorata presso la punta della Salute, ha salutato con quel grido la citt che si ridesta. In questo grido perforante, in questo grido a succhiello,  tutto il significato della parola "silurante".
Per condurmi all'imbarcatoio, avevo traversato il portico delle Procuratie Nuove. Superato il Florian, mi fermo stupito davanti alla bottega Aurora, "chiusa per restauro". Anche le citt, come il mio amico Mario Crostarosa, hanno le loro freddure. A Napoli, una via presso la casa nella quale abit Giambattista Vico, e presso quella nella quale abita Benedetto Croce, si chiama via dei Giganti. Un nostro poeta, pi attento alla grandezza della posa che a quella dell'opera, scese a Parigi all'Htel des Grands-Hommes. Quando riaprir le sue porte l'Aurora, e quando le avr riaperte, quali articoli vender? Raggi di sole presumibilmente, e non a me che amo e onoro la vita, ma a Michelangelo e ai michelangioleschi anche lo sconforto di un nuovo giorno.
Diversamente dal vaporetto che bordeggia tutto quanto il Canal Grande, il motoscafo a met del Canal Grande obliqua a sinistra nel canale del Rio Grande. Passiamo davanti alla caserma dei vigili del fuoco, alle sue piccole darsene aperte sul canale, in ciascuna delle quali  in pronto un motoscafo, immobile sull'acqua interna, la lancia puntata a prua come una mitragliatrice. Ma a queste piccole imbarcazioni destinate a spegnere il fuoco, perch sono stati imposti nomi flogistici come "Folgore", "Scintilla", "Fiamma"?
Anche Venezia sta per avere la sua stazione nuova. A Milano la sostituzione avvenne all'antica, ossia moriva da una parte la stazione vecchia, e dall'altra nasceva la stazione nuova. La vecchia anzi, prima di cedere le armi, disperata si incendi. A Venezia, come gi a Firenze, il trapasso avviene per fusione. L'edificio vecchio sparisce inavvertitamente intorno ai meccanismi ferroviari che non cessano di funzionare, e altrettanto inavvertitamente si forma intorno a essi l'edificio nuovo. In linguaggio cinematografico, questi passaggi si chiamano "dissolvenza incrociata". Da cosa nasce cosa, e la palingenesi, il proteismo, le mitiche trasformazioni rivestono ai nostri giorni una forma visibile e patente. Trova applicazione qui anche la mia "teoria dell'eleganza", che all'urto, alla lotta, al "levati che mi ci metto", sostituisce il trapasso dolce, silenzioso, lubrificato, da tempo a tempo, da generazione a generazione.
Quante stazioni ho gi visto morire, quante ho visto nascere! Quanti caffelatte sorbiti al Doney della vecchia stazione di Firenze, mandati gi a goccia a goccia come l'olio nei tubi di una vecchia macchina stanca, e pallidi come l'alba che si levava laggi, sullo squallore infinito dei binari! Quante colonne di birra tracannate al Valiani di Roma, nelle infocate attese del treno per Civitavecchia! Quante illuminazioni letterarie intorno ai cinzanini della vecchia stazione di Milano!
La vecchia stazione di Firenze, era la stazione del giovane regno sabaudo. Partiti i granduchi dentro le vetture a barca, le tendine svolazzavano fuori dei finestrini e facevano "addio! addio!", si affacci al pronao dell'edicola mansueta tra le tube delle autorit Bettino Ricasoli, il "barone di ferro". La biglietteria in quel mentre era traversata in obliquo da Geppetto, dalla Fatina e da Pinocchio, che si tenevano per mano e andavano a prendere il treno per Collodi. E all'alba del giorno dopo, dietro i vetri versicolori del buff, i musicomani si stringevano ansiosi intorno a Carlo Lorenzini, reduce dalla prima a Livorno della Cavalleria Rusticana, il quale profeticamente dichiarava che Mascagni aveva la stoffa, ma era un pazzo che faceva cantare il tenore dietro il sipario chiuso. Poi, a poco a poco, i treni in arrivo divennero troppo grandi per quella stazione troppo piccina e uno l'attravers da parte a parte, avanz col petto fumante e gli occhi sfanalati sulla piazza, fu in forse se entrare a Santa Maria Novella ad accertarsi se quei Giotto sono dei veri Giotto o soltanto dei giotteschi. Allora, per evitare il ripetersi di simili sconvenienze sei architetti, scelti tra i pi funzionali, tirarono su quel muro grigio e feudale, imperforato e imperforabile, che  la nuova stazione di Firenze.
Gi sui binari della nuova stazione di Venezia fanno ombrello le pensiline di cemento, esili figlie delle nere e rigonfie tettoie di una volta; gi emergono dal caos dell'opera in formazione alcune lisce pareti di mosaico unicolore, alcune panchine monche di spalliera e di braccioli, alcuni pilastri cos nudi e levigati, che nemmeno alle mosche possono offrire riposo.
Prima che io partissi da Roma, e quando ancora non avevo in mente questo divagante viaggio nel Veneto, una lettera inaspettatamente mi arriv da Padova, firmata Catrafossi e tutta madida di non so che di giovanile e di goliardico. Mi ripromisi, per la prima volta che sarei capitato a Padova, di conoscere di persona questo misterioso e attraente Catrafossi.
Bench io abbia consumata la vita negli studi, e continui a studiare tuttavia come se ogni mia giornata fosse la vigilia di un esame, studente io non sono mai stato, onde gli studenti e la loro vita hanno ancora per me il malinconico fascino dei desideri inappagati.
Gli studenti sono creature singolari. Non vivono come noi. Invertono l'ordine solare, e della notte fanno giorno, del giorno notte. Sono come i cacciatori che si alzano a mezzanotte, e all'alba, nell'ora in cui ogni luce  uno spettacolo, ogni voce un miracolo, sono gi in posizione di sparo alla randa delle foreste, o in vetta alle colline, pronti ad abbattere le miti prede che con animo riconoscente escono dai loro nascondigli per salutare il sole e onorare il nuovo giorno. Capisco cacciare al crepuscolo, sotto tutte le colpe che su noi ha accumulato il giorno; ma come inserire l'idea di uccidere nell'ora pi casta fra tutte e pi pura, quando l'animo  bianco nonch di male ma anche di bene, e neutro come l'acqua, come l'aria, come la luce che nasce?
Per me, gli studenti vivono in una Citt dei Campanelli. Penso i cappelli puntuti dei goliardi, grondanti medagliette come frequentatori di grotte miracolose; penso i monomi nel Quartiere Latino e gli amori cantati da Murger; penso i racconti di Hoffmann nell'osteria di Eisenach, tra le fiamme del ponce e i trofei di caccia; penso le notti di Eidelberga, traversate nel fumo della resina dai cortei dei Korps; penso gli studenti sfavillanti di bianco, il calzone aderente e lo stivalone a mezza coscia, la draghinassa al fianco e le manopole al polso, la torcia in mano e il tortino a sghimbescio sul cranio rasato e fenduto dalle cicatrici delle sciabolate. Penso quell'ultimo atto dell'infanzia; quell'infanzia pi violenta e vissuta da adulti. Penso quello sfogo supremo dell'istinto, prima dell'imprigionamento nell'ordine, prima del passo misurato alla lunghezza della gamba, prima della voce bassa e grigia che, para para, traverser la vita e arriver alla soglia della morte. Penso quella vita foresta, che secondo i casi diverr giardino o frutteto, orto o terreno brullo, sparso di margherite o di vecchi pitali rotti.
Tutto  diverso nella vita degli studenti e il nome stesso, che sembra derivato da "studio", trae invece da altra radice. Come dubitarne? Arrivai a Padova alle 11.45, e mezz'ora dopo bussavo all'indirizzo indicato nella lettera. L'attonita fanciulla che mi venne ad aprire, mi disse che prima delle sei Catrafossi non si sarebbe svegliato. Quella fanciulla non lo sa, ma fu come se mi avesse annunciato che il sole quel giorno si sarebbe levato al tramonto.
Fuori della stazione aspettava il filobus che porta al Pedrocchi. Il caff Pedrocchi  il centro riconosciuto di Padova. Come se fuori della stazione di Roma si trovasse un autobus che porta da Aragno, fuori della stazione di Milano un tram che porta al Savini. Il destino del caff volge al tramonto, ma un tempo il caff era ci che l'agor era per i Greci, il foro per i Romani. Non a caso il benemerito Antonio Pedrocchi edific il suo celebre caff sull'antico foro patavino. Se fossi arrivato a Padova in una vita anteriore, avrei trovato fuori della stazione nonch la vettura pubblica che porta al Pedrocchi, ma l'omnibus stesso del Pedrocchi col famoso Vincenzo Galvan in serpa, il postiglione gobbo, con gli stivaloni al ginocchio, la frusta in mano e la doppia penna sul berretto.
El caf de Pedrochi xe un portento
che supera ogni umana aspetassion;
pi che 'l se varda e fora e soto e drento,
pi se resta copai d'amirassion.
Al caff Pedrocchi ci si accosta con rispetto, come in Egitto alla piramide di Gizh. Questo accostamento, come si vedr in seguito, non  casuale. La citt lo stringe da ogni parte, ma al cospetto della sua neoclassica dignit le case cedono il passo, si fermano con rispetto, strisciano una riverenza di pietra, creano un dignitoso vuoto dinanzi a questo Colosseo della caffetteria. Forato di logge e astato di colonne, il Pedrocchi, come un'acropoli, vive solitario. I tavolini allagano la piazza come una piccola marea di vimini e lamiera, e poich in quest'ora la marea  deserta, trionfalmente io mi siedo nel mezzo e aspetto il cameriere.
La facciata del Pedrocchi avanza dalle parti in due ali che formano terrazza, e sono sostenute da pilastri e colonne prive di base. Grifoni e candelabri adornano i parapetti. Tra le colonne dell'ala sinistra siedono alcuni vegliardi in grave conversazione, ma i loro tavolini non portano traccia di vassoi, chicchere, cristalleria. Non si consuma al Pedrocchi?
Stendhal, in Rome, Naples et Florence, proclama Pedrocchi excellent restaurateur, ma sbaglia il nome e lo chiama Pedrotti.
NOTA: Anche nella piccola prefazione alla Chartreuse de Parme, Stendhal torna a sbagliare il nome di Pedrocchi, anzi  addirittura dal caff Pedroti che il nipote del buon canonico di Padova fa venire un excellent zambajon. E Stendhal era un italianizzante, era "il milanese". Figuriamoci gli altri! Nell'ultimo atto della Falena di Henry Bataille, un contadinello siciliano pronuncia questa battuta "in italiano": "Ecco li tombi, seor". Vero  che al dire di Thibaudet, Le phalne  un chiaro esempio di teatro faisand. FINE NOTA.
Quale pi profonda umiliazione? Il nome  il simbolo della nostra personalit. A due nostri accademici, desinenti entrambi in elli, una signora continu vita natural durante a dare a uno le lodi che spettavano all'altro, e reciprocamente. Attento alla suscettibilit del nome, Napoleone imparava a memoria i nomi delle persone invitate ai ricevimenti delle Tuileries, e anche la pi anonima moglie di merciaio aveva la soddisfazione di sentirsi chiamare per nome dall'imperatore. Ma il cameriere dov', che dovrebbe prendere la mia ordinazione?
Giuseppe Jappelli, architetto del Pedrocchi, dovendo risolvere la congiunzione del caff con le case adiacenti, edific al fianco della loggia posteriore il cosiddetto "Pedrocchino", strana costruzione a bifore e portico moresco, ed esordio in Italia di quella straordinaria architettura arabogtica, che nell'opera di Camillo Boito trov la sua pi alta espressione. Provo a chiamare il cameriere, ma invano; provo a bussare con le nocche sul tavolino, ma i miei bussi si perdono nella desertica marea dei tavolini. Un metafisico timore entra in me di castelli incantati, e pi che l'aiuto del dormente Catrafossi, cadrebbe a proposito in questa congiuntura l'aiuto di Malagigi.
Anche il Pedrocchi di Padova, come il Florian di Venezia, era un caff senza porte. All'idea del caff si associava l'idea dell'asilo. Antonio Pedrocchi, fondatore, e Domenico Cappellato Pedrocchi, suo successore degno, nonch audaci e illuminati commercianti, erano anche filantropi delicati e inappariscenti. L'"asilo" doveva essere aperto a ogni ora del giorno e della notte. Pronto ad accogliere il viandante che passa, il viaggiatore che arriva, lo studente che vuole studiare ma non ha soldi per comprarsi il carbone o la legna, l'uomo "che non sa dove andare" (caso pi tragico di tutti) e il comune, il paziente, l'allegro senzatetto. La mortificazione delle porte il Pedrocchi non la conobbe se non dopo Caporetto, quando per l'incombere della guerra su Padova anche il caff senza palpebre dovette chiudere i suoi occhi. Nel gennaio 1878, alla notizia della morte di Vittorio Emanuele II, il Pedrocchi non pot chiudere le sue porte, perch porte non aveva, ma in segno di lutto i suoi camerieri si abbottonarono la marsina sullo sparato bianco della camicia; e tornarono ad abbottonarsela nel giugno 1882, alla morte di Garibaldi.
Camerieri allora c'erano al Pedrocchi. E ora?
Quattro leoni egizi vegliano ai piedi dei terrazzi, ma posso rivolgermi a un leone per avere un cameriere? Sulla facciata fra le due ali leggo la lapide murata l'11 giugno 1931, nel primo centenario della fondazione, e dettata dal comitato cittadino per le onoranze ad "Antonio Pedrocchi - umile e grande creatore - di questo storico edificio - ideato dal genio di Giuseppe Jappelli". L'influenza  ancora fresca della spedizione di Bonaparte in Egitto. Oltre ai leoni coricati ai piedi delle terrazze, al piano superiore c' la Sala Egiziana con le pareti sparse di stellone d'oro, i geroglifici in corsa sulle cimase, la statua di Anubi seduto compostamente, le mani sulle ginocchia e la testa di cane. Al piano terreno si aprono le sale comuni: la rossa, la verde, la bianca che nel mezzo ha l'incava mezzaluna dell'orchestra. Dietro i divani sui quali siedono invisibili ma presenti Melchiorre Cesarotti, Giovanni Prati, Roberto Ardig, si alza maestosa l'immagine del Mondo a significare l'universalit di questo caff. Il Mappamondo del Pedrocchi fu dipinto nel 1821 dallo studente Peghn, nativo di Lusia presso Rovigo. Io non conosco immagini pi poetiche, pi affascinanti, pi ispiratrici delle carte geografiche, e queste pitture del Peghn hanno l'aspetto illustre degli affreschi geografici del Vaticano. Ma il Mappamondo di Peghn parte dal Polo e mostra i continenti che s'incurvano in precipitosa fuga sulla sfera della terra; e questa visione del mondo "a rovescio" aumenta la metafisica perplessit di questo caff pieno di storia e di memorie, nel quale i fantasmi degli avventori morti occupano ai tavolini il posto degli avventori vivi, e ove i tavoleggianti sfuggono il cliente.
Poi, a poco a poco, mi rinfranco. Opera su me la "filantropia" dell'immortale Antonio Pedrocchi. E lui, che al banco del suo caff teneva a disposizione dei clienti stecchini per nettarsi i denti, scatole di macuba per delicate e profumate prese starnutatorie, paracqua per tornare a casa senza bagnarsi; lui che allo studente dava il privilegio di farsi servire a qualunque ora del giorno e della notte acqua e anice senza pagare;  lui, ancora lui, sempre lui che dall'oltretomba suggerisce al cameriere di non costringermi alla consumazione.
Allora, nell'mpito di una generosa emulazione, mi alzo piano piano dal tavolino, mi allontano in punta di piedi dal Pedrocchi, attento a mia volta a non recar disturbo all'assente cameriere.
Tra le case di Padova, posa come un canestro d'insalata il pi antico orto botanico d'Europa. Il nome del suo fondatore ispira fiducia: si chiamava Bonafede.  un paradiso terrestre in disuso. Un teatro vecchio sebbene ancora verde, muto di spettacoli e attori, e ridotto a presentare in qualit di personaggi le varie parti della sua messinscena. I pi illustri sono la decana delle Magnolie grandiflore, la Juglans nigra nata nel 1760, la Platanus orientalis vecchia di due secoli e il cui tronco perfettamente cavo si pu guardare indifferentemente di fuori e di dentro. Di notte, o anche di giorno ma quando non ci sono visitatori, la Magnolia grandiflora canta un'arietta di Mercadante contemporanea della sua giovinezza, e la Juglans nigra parla con voce scortecciata del trattato di Campoformio, e del grande avvicendarsi a Padova di Austriaci e di Francesi.
Ma la perla, se cos posso dire, dell'orto botanico di Padova,  la Chamaerops humilis vel arborescens, meglio conosciuta col nome di Palma di Goethe. Questa alta personalit del regno vegetale non vive all'aria aperta come una pianta qualunque, ma dentro un'apposita casa che  una serra ottagonale. Volfango Goethe studi questa palma nel 1788, e la palma di rimando sugger al poeta la teoria sulla polimeria delle piante. Un lettore a questo punto m'interrompe per domandarmi che cos' la polimeria, e io, dopo aver consultato il vocabolario, gli rispondo che la polimeria  la condizione del polimero, ossia del corpo che ha molte parti, e un peso molecolare multiplo di quello di un altro corpo. Ma se il lettore non ha capito, la colpa non  mia.
Goethe, come si sa, coltivava oltre allo studio della botanica, anche quello dell'anatomia. La sua pi importante scoperta in questo campo  l'osso intermascellare, o incisivo, o premascellare (os incisivus) cos chiamato perch situato fra i due mascellari superiori. Anche l'osso intermascellare non  un osso qualunque, ma un osso per cos dire "testimoniale", e la sua scoperta port una profonda rivoluzione nell'idea dell'uomo in seno al creato. Negato da Vesalio e dagli altri anatomici, col sistematico fine di stabilire differenze tra l'uomo e la scimmia, l'osso intermascellare fu "presentito" da Nesbitt e da Vicq d'Azyr, e finalmente scoperto da Goethe. Cadde cos l'ultimo velo che copriva la sconfortante ma innegabile parentela tra l'uomo e la scimmia, e Adamo da quel giorno cess di essere una pura emanazione di Dio.  per un grosso equivoco che i poeti sono considerati gli amici della divinit. Di essa invece sono i rivali pi subdoli e tenaci, e non senza ragione gli di, e in vece loro i loro vicari in terra, diffidano dei poeti.
 per semplice coincidenza che anche Stendhal parla di Goethe, nel breve capitolo di Rome, Naples et Florence dedicato a Padova? Si vede che questa citt mammelluta di cupole; questa citt che si presenta al viaggiatore come una citt da mille e una notte; questa citt che a chi arriva in treno appare siccome appariva al cavaliere delle steppe la variopinta, la cupolata, la brillante Samarcanda: si vede che questa citt, per qualche sua misteriosa ragione, ispira il goethismo. Stendhal non aveva per Goethe una eccessiva ammirazione, diceva che due soli volumi si possono ricavare dai venti della sua opera, ma non precisava quali.
Goethe era tenacemente attaccato alla vita. L'amava e la prendeva profondamente sul serio.
NOTA: La seriet ha molta parte nella fama di taluni grandi uomini. Io per me diffido della seriet. A pungere la seriet, c' il caso di scoprire attraverso il buchino qualcosa che l'uomo "serio" voleva nascondere. FINE NOTA.
Il suo olimpismo era un modo di risparmiare le forze e prolungare il suo soggiorno quaggi. Anche la sua teoria che "non muore se non chi rinuncia a vivere", era una definizione indiretta della sua ostinata volont di vita. Attaccato alla vita era anche Schopenhauer, e tante volte, ai suoi discepoli che gli rivolgevano domande anche importanti, egli non rispondeva "per risparmiare il fiato". Anche Schopenhauer praticava l'olimpismo, ossia il sistema di prolungare la vita, e scommise che il suo sistema lo avrebbe portato agli ottant'anni; ma mor a settantadue e perd la scommessa. Ma non pag.
Per un errore di cui non conosco la ragione, o per estensione forse della colpa di Carlo Darwin a tutti coloro che in quel tempo erano uomini in vista, ma non anche riconosciute anime pie, io da bambino, mentre pi aspra infuriava la lotta tra fede e libero pensiero, spesse volte udii persone anche molto gravi imputare ad Arturo Schopenhauer l'asserzione che "l'uomo discende dalla scimmia". Per confutare quest'asserzione, quegli uomini gravi prendevano a testimone il ritratto del filosofo, e dicevano che se quel miscredente sosteneva la discendenza dell'uomo dalla scimmia, era per giustificare se stesso. Era destino che l'autore del Mondo come volont e rappresentazione fosse paragonato a un antropoide. Quando il piccolo Arturo venne alla luce, il 22 febbraio 1788, a Danzica, e suo padre, Enrico Floris Schopenhauer, che aveva in quella citt una floridissima casa di commercio, scese negli uffici ad annunciare il lieto evento ai suoi dipendenti, il suo contabile, fidando nella sordit del principale, gli disse: "Complimenti, signor Schopenhauer: se vostro figlio somiglier a voi, sar un bellissimo babuino".
Alle crisi di goethismo andiamo tutti pi o meno soggetti, ossia a un modo tra poetico e scientifico di contemplare la natura; e la mia crisi di goethismo, unica nel suo genere, la ebbi io pure, un giorno, ai piedi del Circeo. Ma a meriggio, solo, sul fianco occidentale del Circello, col mare sotto a me e il cielo sulla mia testa, come resistere alla tentazione di "interrogare" la natura, e riconoscere in lei non solo la grande madre, ma anche la grande maestra? Staccai una foglia da un arbusto, me la avvicinai alle lenti, esaminai attentamente le sue nervature sottili; assaporai la casta gioia del botanico, e la tentazione mi bland di esaminare pi profondamente quella foglia, trarre dalle "cose naturali" quegli insegnamenti che tanto profitto hanno recato a Leonardo e a Goethe. Pensiero non prima formulato che dimesso. Mi risovvenni in tempo che nulla mi pu dare un personale esame di una foglia, che non sia gi consegnato nei manuali di botanica. La natura a portata di mano  tutta registrata nei libri. Lo spirito scientifico continua lo spirito poliziesco, e tra le nostre facolt  la pi sviluppata di tutte. Quello che interessa me, quello che io vorrei approfondire sta fuori dei libri, e forse fuori della stessa natura. La conoscenza intanto, come nave che non pu ammainare le vele, si allontana sempre pi verso le cose che la mano non pi riesce a raggiungere n l'occhio a vedere. L'intelligenza dell'uomo perde via via il suo carattere "manuale" e si liquef. E quando la liquefazione non basta pi, l'intelligenza si "atmosferizza". E quando anche l'atmosfera non basta pi, l'intelligenza diventa particella dello spazio. E quando lo stato di spazio nello spazio  troppo corposo ancora, troppo "toccabile", l'intelligenza si annulla. La fine del mondo avverr per tentazione dell'infinito.
Mi sono documentato meglio sul Pedrocchi. Il Pedrocchi, al pari di molte chiese cristiane,  stato edificato su un antico tempio pagano incluso nel Foro di Padova, e i marmi di quel tempio sono serviti in parte a fare i muri, le colonne, i pavimenti di questo celebre caff. Quanto allo stato di abbandono in cui oggi si giace il Pedrocchi, esso  dovuto alla concorrenza che gli fanno i caff pi giovani e moderni. Il Pedrocchi potrebbe aggiornarsi, combattere i suoi giovani rivali con le loro stesse armi, ma non lo fa: noblesse oblige. Preferisce rispettare la santit delle memorie e tenersi l'affetto dei clienti che non pagano. Molti si vergognano di entrare al Pedrocchi perch  vecchio, e vanno al caff di fronte che  Novecento. Cose che stringono il cuore. Ma non vediamo dei figli forse che si vergognano dei propri genitori?
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IL CAVALLO DI ROMEO.
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Non amo le enciclopedie.
NOTA: Amo cos poco le enciclopedie ed esse cos poco mi contentano, che sto provvedendo a farmi una enciclopedia da me e per mio uso personale, siccome Schopenhauer, che per parte sua aveva ragioni sufficienti di non amare le storie della filosofia, si fece una storia della filosofia da s e per suo uso personale. FINE NOTA.
Non amo quel loro ridurre lo scibile a un di tutto un poco. Non le amo anche perch in enciclopedia c' ciclo, che a Protagora figurava l'immagine della perfezione, e a me quella della stupidit. L'idea dell'O di Giotto mi turba, mentre mi dispongo l'animo alla cappella Scrovegni. Ma l'O per fortuna non ha lasciato traccia nella pittura del buon maestro, nella quale invece tutto  angolo, come nei templi dell'antica Grecia. Nel tempo in cui una lanuggine leggera ombrava le mie gote, conobbi uno degli ultimi esemplari del dotto di antico stampo: il mio professore di latino. Un giorno, col candore di quella et, osai domandare a colui di quale enciclopedia facesse uso, al che una improvvisa vampata come una pelle rossa gli sal la faccia. Rise di sdegno il mio magister, quasi lo avessi accusato di custodire tra i gravi tomi della sua libreria una collezione completa del "Voleur", il giornaletto pornografico del tempo di Napoleone Terzo, che io, una sera di tempesta, e mentre lmuri e lamie miagolavano sinistramente tra il rombo incassato del Rummel, trovai nella biblioteca del senatore del dipartimento di Costantina, dentro un finto volume che invece era una scatola, e sulla costa del quale era scritto in oro: Oeuvres compltes de Voltaire.
Quel mio professore era una delle stupidit pi belle, pi rotonde, pi perfette che io abbia mai conosciuto. Era una stupidit corazzata, inespugnabile. Le cose pi strane, pi inquietanti, pi insidiose lo lasciavano indifferente, non traversavano il nimbo della sua oscurit. Non le vedeva, non le sentiva, non le sospettava neppure. Fuori degli ablativi assoluti non capiva nulla, e anche gli ablativi assoluti li capiva a modo suo, che non  quello che pu trasformare anche un ablativo assoluto in istrumento d'intelligenza. C' tra gli ufficiosi della coltura classica un'aria di famiglia, e a capostipite di costoro veggo giganteggiare la figura del mio professore di latino. Veggo la sua faccia tona come la pianta di un piede, il suo sguardo che non zampilla, ma cola gi dagli occhi come un filo d'acqua da un rubinetto stanco. Quali tetri fantasmi, quali cieche larve si aggirano per i giardini delle letterature antiche? E questi fantasmi si ergono, queste larve levano il braccio su chiunque osa sollevare il velo su quei mirabili giardini, com' capitato a Salvatore Quasimodo per la sua bella, la sua tranquilla versione dei lirici greci.
Nelle enciclopedie  sempre un che di mondano. Gente pratica, gli Americani hanno creato l'enciclopedia vivente, e nell'alto mattino, mentre la signora si fa stirare le crespe della pelle, o tirare su le mamme, o porre lo smalto turchino su le unghie dei piedi, l'agente della enciclopedia vivente le impartisce alcune nozioni lampo sul materialismo dialettico, sul modo misolidio, sui misteri generativi dei metalli, di cui la signora far sfoggio la sera stessa nei salotti della Quinta Strada. Oser confessare dopo quanto ho detto che io pure posseggo una enciclopedia? Essa  l'"Enciclopedia compilata per cura di Francesco Predari, accomodata all'intelligenza ed ai bisogni d'ogni ceto di persone, particolarmente necessaria ai padri di famiglia ed al clero". A giustificare questa mia propriet, aggiungo che l'Enciclopedia Predari porta la data del 1861, e se non trovo in essa quello che trovo nelle enciclopedie aggiornate, ci trovo in compenso quello che nelle enciclopedie aggiornate manca. Apro l'Enciclopedia Predari alla voce Padova, e mentre sulla cappella Scrovegni non trovo parola, trovo invece un'amplissima notizia sul ponte sospeso a catene di fil di ferro che scavalca il Bacchiglione, "il primo che di simil genere siasi costrutto in Italia, e compiuto nel 1829 sul disegno del colonnello Anton Claudio Galateo".
Nel 1861, una opaca indifferenza posava sull'opera di Giotto. Stendhal stupisce che Montaigne, cos spiritoso, cos curioso, cos bighellone, sia arrivato a Firenze solo diciassette anni dopo la morte di Michelangelo, e mentre la citt rimbombava ancora del fragore delle sue opere, non faccia menzione di lui nel suo diario. Ma lo stesso Stendhal, pur cos amante della pittura, nei due capitoletti di Rome, Naples et Florence dedicati a Padova parla del caff Principe Carlo, parla dell'anima ardente di Pacchiarotti, cantante e castrato, parla della torre nella quale Bembo scriveva le sue istorie sui ginocchi della sua bella, ma alla cappella Scrovegni non regala neppure una parola. Pu darsi che non l'abbia veduta. Ma pu anche darsi che l'abbia veduta e l'abbia lasciata egualmente in tacere.
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NOTA: La ragione del silenzio di Stendhal su Giotto non si trova in Rome, Naples et Florence, ma in altro suo libro turistico, e precisamente in Mmoires d'un touriste volume 1. "Non  blasfema" scrive Stendhal "pensare che se Giotto fosse nato nel 1483 anzich nel 1276, avrebbe potuto eguagliare Raffaello. In lui il "focolare interno" era altrettanto forte: sarebbe riuscito meno grazioso ma pi solenne". A loro volta, queste parole di Stendhal, giustissime a mio pensare, riusciranno blasfematone a molti miei colleghi delle arti e della coltura delle arti. Riconosceva Stendhal la presenza di un "focolare interno" in Giotto, ma non anche la maturit pittorica di Raffaello, e dunque lo considerava un "primitivo". Il nostro tempo invece, cos bravo a scoprire le verit alla Bouvard e Pcuchet, ha scoperto che i primitivi non sono mai esistiti, o, come dice un nostro pittore, non so se pi per ischerzo che per buaggine, che "antichi non ci sono mai stati, perch anche gli antichi avevano a loro volta i loro antichi".  scomparso cos dal vocabolario del nostro tempo il significato di "primitivo", che indica la mancanza di quella maturit di mente e di mezzi, che porta l'arte a uno stato di bellezza raggiunta. Era da stupidi considerare le pitture di Giotto come delle pitture infantili, perch il loro disegno non ha il tondo n la loro pennellata la fluidit del disegno e della pennellata di Raffaello; ma non  certo da intelligenti considerare come si fa oggi le pitture di Giotto (e cos quelle di Piero della Francesca, di Masaccio) come delle pitture pienamente raggiunte e prenderle a modello. Dopo di che rimane da dire che il "giottismo" d'oggi  meno la scoperta di una verit che una ragione pratica, perch  pi facile rifare Giotto che Raffaello. FINE NOTA.
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Al tempo di Stendhal, la pittura di Giotto era una pittura di cui non si parla. La conoscenza di Giotto  di fresca data. Essa dipoi  diventata amore, e infine  degenerata in mania. Alla conoscenza di Giotto, e cos a quella di Piero della Francesca, di Masaccio, si opponeva il gusto pi che le archeologiche difficolt. Dante Alighieri, che noi chiamiamo padre di nostra lingua e con le sue stesse parole "altissimo poeta", per il Settecento non era se non un barbaro noioso. Al tempo di Stendhal il gusto ingenuo e naturale mirava al centro "maturo" delle cose, che in pittura  Paolo Veronese, ma non a Giotto, che  pittore periferico. Giotto o lo si guardava "per curiosit", come ora si guarda il graffito di un convento dell'Aghion Oros, o non lo si guardava affatto. Doveva passare un secolo, perch la parola "primitivo" perdesse quel significato peggiorativo che faceva guardare i "primitivi" al modo che un adulto guarda un bambino, un gigante guarda un nano. Poi venne Spengler, relativista della coltura, dal quale si conobbe che i primitivi non ci sono mai stati. Per Stendhal, la pittura pompeiana  un sottodomenichino. Doveva passare un secolo perch si sviluppasse il gusto del primitivo, il gusto del crudivorismo, il gusto delle cose non arrivate a maturit. Oggi si preferisce Giotto a Veronese, ma se si guarda bene si scoprir in questa preferenza qualcosa che stranamente somiglia al gusto dei vegetariani. (Si tenga presente che vegetariano viene da vegetus, e che il mangiatore di vegetali si chiama vegetaliano). Cos nel preferire Monteverdi a Chopin. La stilizzazione del gusto  segno di gusto incerto. La stilizzazione del gusto ha marciato di concerto con la stilizzazione delle arti. Se i pittori oggi guardano pi a Giotto che a Rubens, non c' ragione che gli amatori d'arte non facciano altrettanto. C', s, il desiderio di rifarsi alle fonti, di "toccare le radici", ma c' anche il comodo ripiego, la tentatrice facilit. Nel gusto di oggi c' questa alterazione, questa deviazione, questo vizio di preferire l'osso alla polpa. Sia inteso che qui non si vuole minimamente "buttare gi" Masaccio, Giotto, Monteverdi, n "tirare su" Rubens, Paolo Veronese, Chopin. Non si parla delle cose in s, ma di ci che pensano, di ci che sentono gli spettatori davanti alle cose. Dal che si trae la sconfortante conclusione che ben di rado l'uomo riesce a vedere, a capire, a sentire pi di una cosa per volta. Traverso sotto il peso dei miei anni il prato sul quale affiorano come ossa di scheletro rasato le mura dell'antica arena, ma quando traverso anche la soglia della cappella Scrovegni, il tempo d'improvviso si arrotola a ritroso, e rientro, bambino, nella mia camera dei giochi. Giochi a destra e giochi a sinistra. Una doppia fila di giochi, in mezzo ai quali l'uomo rinfantolito passa solenne e leggero, nella luce sempre giovine dell'immortalit terrestre. La pittura di Giotto  la mamma dei giocattoli. Questa la sua suprema qualit, la sua qualit segreta. La composizione segue le istruzioni del "Piccolo architetto". Questi color schietti, vivaci, sono quegli stessi che brillavano sui dadi, sulle palle, sui birilli della mia infanzia. Ed ecco laggi il mio cavallo a dondolo. L'arte sempre riaccende le luci del paradiso perduto, che la tetra mano dei non-artisti torna ogni volta a spengere; ma Giotto, pi che l'immagine del paradiso perduto, riaccende i giochi che in quella luce dolce al tatto, in quel vivere come dentro una perla, noi si faceva per passare il tempo senza tempo. Qui, come nell'arte della Grecia antica, nulla supera le forze dell'uomo, tutto  previsto per essere scomposto e ricomposto diversamente, tutto  portatile. Pennello paziente di educatore, lavoro pacato di nonno che vuole regalare dei balocchi ai nipotini. Nulla  annegrato ancora dall'ombra del peccato. Nube non  scesa ancora su questo cielo terso. Chiodi d'argento fissano questa immutabile serenit, questo turchino intenso e senza fine. Grave errore commise Cronos collocando Giotto nel tempo in cui i pittori, per esprimersi, dovevano illustrare per lungo o per largo la sacra scrittura. Ma Giotto da buon toscano ha "girato" l'ostacolo, ha ridotto la Sacra Scrittura a Storia sacra, si  attenuto a un patos di maniera, ha costeggiato il dramma, ma si  ben guardato dal mettere le mani in pasta. Basta allontanarsi di pochi passi, e i suoi personaggi pi doloranti riassorbono le rughe, cancellano i calamari, spianano le crespe, ritornano alla compostezza, alla tranquilla atonia dei personaggi che hanno superato il male quotidiano. La fosca, l'informe, la tronfia tragedia della notte semitica, Giotto l'ha portata nella luce di ambienti puliti e rilucenti, l'ha chiusa dentro architetture nettissime e precise, l'ha costretta a vivere con misura e decoro.
Anche il paesaggio  fatto a pezzi di ricambio. Smontabili le case e di rado pi d'una casa, pi d'una collina, pi d'un albero in ciascuno di questi rettangolini colorati. Intelligenza della poesia, misura del modo di comporre e raggruppare le cose poetiche. Gusto del tipo unico, dell'unico esemplare.
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Il canto. Della rana rimota alla campagna.
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A che si ridurrebbe questa rana "che riempie l'universo", se le rane fossero non dico tante, ma soltanto due? Pi tardi, perduto l'aristocratico gusto dell'unico esemplare, l'arte comincer a moltiplicare le case, le colline, gli alberi. E creder arricchirsi, e invece s'impoverir. Anche i paesaggi di Michelangelo sono a esemplare unico, ma per altre ragioni: per austerit di costume compositivo, per un concetto troppo "cattolico" dell'umana dignit. I paesaggi di Giotto vanno scomposti ogni sera, terminata l'ora dei giochi, e riposti nelle scatole. In una scatola i templi, le case, le logge, le torri, i campanili a tortiglione. In altra le pecorelle accosciate, gli alberelli a cavolfiore, l'asinello dell'Ingresso a Gerusalemme, il cammello dell'Adorazione dei Magi che somiglia a un giovin signore con cappellino estivo in testa. In altra ancora, tutta in lunghezza, vanno riposti in fila i personaggi del presepe.
Ora che tutto Giotto  in scatola, passiamo nella sacrestia. Pi che il tempio, a me interessano i segreti del tempio. Weininger divideva gli uomini, non tutti ma "certi" uomini, in sacerdoti e ricercatori. Si vede che io appartengo alla prima specie. Nella sacrestia della cappella trovo dentro una nicchia la statua di Enrico Scrovegni, "milite di Varena". La statua  stata tolta di sopra il sepolcro dietro l'altare maggiore, e trasportata in sacrestia. Perch separare la salma dal simulacro? Trovo l'Annunciazione di Pietro Paolo Santacroce.  a doppia faccia, come le buone stoffe, e per vedere le due facce bisogna girare la pittura sopra un asse di ferro. Bellissimi armadi scolpiti, stalli venerabili e tarlati. Non trovo il Crocifisso di Giotto, ma in compenso trovo una curiosa croce di vetro a lanterna, presumibilmente la teca del Crocifisso. Come andare a trovare un amico, e trovare soltanto il suo impermeabile. Poco distante due campane posate per terra, alcune poltrone di cuoio, dei candelabri. Giovanni Pisano ha figurato Enrico Scrovegni in atto di pregare. Perch prega il "milite di Varena"? Per farsi perdonare tutte le colpe feneratizie che gli pesano sulle spalle.
Con questi Fiorentin' son Padovano.
Spesse fate m'intronan gli orecchi,
Gridando: "Vegna il cavalier sovrano
Che recher la tasca co' tre becchi".
Per chi non lo sapesse, il "cavalier sovrano" che ha per insegna tre becchi neri,  il fiorentino Giovanni Buiamonte, "re degli usurai".
Tra le scatole menzionate pi sopra ho dimenticato la scatola per gli angeli di Giotto: gli angeli nuotatori del Compianto delle Marie, nei quali Giotto si  fatto aiutare da Paul Klee; gli angeli a banco di sardine dell'Ascensione di Ges; gli angeli da pubblico in anfiteatro del Giudizio Finale, per i quali Giotto non si  fatto aiutare da Paul Klee, ma da Massimo Campigli. Nella oggettivit con la quale Giotto figura gli angeli,  ancor viva la fede metamorfosica dei poeti antichi. Gli angeli di Giotto sono pesci rondine, e abitano un acquario di cielo: un celario. Questo medesimo aspetto di uccelli araldici avevano anche le tre sorelle Aglaura, Pandrosa ed Ersea, quando le Furie le precipitarono gi dalla rupe e le trasformarono in rondini. Anche Luigi Pulci aveva il gusto giottesco di "ptenizzare" i personaggi della leggenda cristiana, e chiamava "Santa Uccella" la Madonna.
Scatola per le ombre non c', perch i personaggi di Giotto non hanno ombra. C' appena sotto il personaggio come un leggero umidore, ma l'ombra portata manca, quell'ombra che  l'anima del personaggio, il suo alter ego, il suo ka, e che Peter Schlemihl si vend come un palt fuori moda. Inquilini di un mondo metafisico, i personaggi di Giotto non buttano ombra.
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NOTA: Ombra nel linguaggio di Omero  il fantasma del morto, e chi perde la propria ombra muore dentro l'anno. Giotto i suoi personaggi li voleva sani e vitali. FINE NOTA.
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Nel Giudizio Finale che riempie di s tutto il risvolto della facciata, si deplora il passaggio dall'apollineo delle pareti laterali, a un incipiente michelangiolismo. Il Giudizio di Giotto ripete la formula tradizionale del soggetto distribuito in zone parallele intorno alla figura centrale di Cristo, quale appare per la prima volta nel manoscritto vaticano di Cosma Indicopleuste (secolo sesto), poi si sviluppa nel Giudizio di Sant'Angelo in Formis (sec. XI), poi nel mosaico del Duomo di Torcello (sec. XII) e finalmente culmina nella Sistina. Queste schiere di personaggi sovrapposti, questo non posare tutti i personaggi sullo stesso piano,  la composizione meno pittorica che ci sia. L'assieme assorda come gli accordi fortissimi dell'organo. Bisogna aguzzare lo sguardo e fermarsi ai particolari.
Nel contrasto tra la serie di pitture colorate delle pareti laterali e le sottostanti allegorie monocrome (Carit, Fortezza, Invidia, ecc.) si dimostra l'intelligenza "scenografica" di Giotto. Altro che O!
Le pitture laterali sono disposte su tre file. Quelle della terza fila sono meglio conservate. Segno che l'umidit raccolta nel sottosuolo dell'arena patavina, stenta a salire fin lass.
La volta della cappella Scrovegni  azzurra a stelle d'oro, come la cupola che nel 1908 Galileo Chini dipinse per la Biennale di Venezia. Immortalit delle idee...
Quando esco dalla cappella Scrovegni, il tempo riarrotola gli anni che aveva srotolato al mio entrare, e non senza contento mi ritrovo adulto. Perch gli uomini rimpiangono il loro passato? Insano  voler tornare a essere quello che si  stati. Il passato non  concepibile se non come cumulo delle colpe e delle vergogne che ci siamo lasciati dietro le spalle. Una sola curiosit ci deve attrarre, di quello che ancora non  stato, di quello che ancora non abbiamo fatto. L'Arena di Padova  stupefatta di sole.  l'ora del demone meridiano. Un cupo furore arriccia il naso di Pan, e l'incauto pastore  perduto, che in quest'ora si attentasse di soffiare dentro il suo sfolo di canne. Si tirano a quest'ora le tende alle porte dei templi, e ai fedeli  vietato l'ingresso per non disturbare gl'immortali. Infatti, il custode della cappella Scrovegni chiude a chiave la porta dietro a me, e aspettando che l'ora pericolosa sia passata, se ne va a magnr 'na feta de polenta. Io immagino la gioia dei personaggi di Giotto a ritrovarsi soli, li vedo scendere a precipizio dal muro, saltare sul pavimento per sgranchirsi le gambe, correre come giuggioloni su e gi dalla sacrestia alla parete del Giudizio, approfittare di queste ore di ricreazione per fare un po' di chiasso. Anche Giotto  sceso dal suo posto alla sinistra della croce, e sorveglia le sue creature. Se avessimo licenza di entrare nella cappella ora che i personaggi sono in libert, potremmo fare alcune osservazioni che lo stato di posa non consente, come ad esempio che il Giuda del bacio e il Giuda che riceve i trenta denari non sono la stessa persona, perch visti cos accostati non si somigliano affatto. Ma poich questa licenza non ci  data, quello che abbiamo detto di Giuda sia come non detto. Solo la Madonna col Bambino in braccio, non si  mossa dall'altare sul quale si sta ritta da pi di sei secoli, la Madonna di Giovanni Pisano che ha il naso, la bocca, il mento di una Minerva del V secolo, e nell'atteggiamento dell'anca in riposo richiama l'Ermete prassitelico che regge Bacco bambino in braccio. Essa  troppo preoccupata di scomporre la trittica simmetria con i due angeli ceroferari, rompere l'ordine chiuso della composizione, turbare la stilizzazione alla Wildt. A un occhio di formica questa simmetria apparir maestosa, ma a occhio umano questo ordine eccessivo rimpicciolisce la forma, la rende invistosa, le toglie quelle sporgenze, quel necessario sovrappi al quale l'occhio si afferra per guardare.
A un lampo che brilla d'un tratto nella luce meridiana, i muri rasati a terra dell'antico anfiteatro cominciano a commuoversi e a sorgere rapidamente dal prato, poi si restaurano a poco a poco da s e ricompongono nell'ovale originario, infine si riempiono di spettatori sui quali si riverbera il rosso del velario gonfio di vento, che di quaggi ondeggia e s'impallona. Guardo intorno stupito la maestosa arena e m'accorgo che nella sua integrit essa  pi grande dell'arena di Verona, nella quale invano nell'estate del 1920 io e il mio amico Danilo tentammo di udire il Mefistofele, perch dopo il prologo in cielo ci venne tale una voglia di scappare, che in fretta riparammo in un caff di Piazza Bra, in tempo per vedere Angelo Dall'Oca Bianca vestito di candido lino, che passeggiava fieramente sotto il portico, e per il caldo si reggeva la parrucca in mano. Anche alla mia macchina da scrivere il Mefistofele non piace, e ogni volta che io le voglio far scrivere Mefistofele, essa scrive Pefistofele. Chi penetrer la psiche delle macchine da scrivere?
Andammo a letto con quel mozzicone di Pefistofele nell'orecchio, e l'indomani, sotto un sole trionfante, assistemmo allo scoprimento dell'arca di Can Grande della Scala, dentro il recinto delle arche scaligere, che  cinto da una mobile cancellata a maglia. Si era costituito all'uopo un comitato "dello scoprimento", presieduto da Angelo Dall'Oca Bianca, che per l'occasione si era rimessa la parrucca in testa. Correva il sospetto che il Signore di Verona non fosse pi nella sua tomba, ma scoperta la tomba tutti i presenti videro che c'era, ed era magnifico, lungo due metri, splendidamente vestito, la testa ridotta a un pugno di cartapecora nera, coricato al fianco del suo spadone, che era lungo quanto lui. Chi dice che la morte spaventa? Errore. La morte attira, questo pi affascinante degli spettacoli; e non appena il sarcofago apr la sua bocca, dame e damigelle sciamarono sul morto, avide di vederlo da vicino e di portarsi via qualche cimelio scaramntico. Una, pi audace di tutte, avanz la mano sulla benda di seta che reggeva il mento di Can Grande, ma assieme con la stoffa (pulvis), venne via anche la mascella (pulvis). Come stupire se i morti qualche volta si vendicano dei vivi e Tutancmen sped all'altro mondo l'archeologo che viol il suo sonno?
Odo una voce d'attore che clama: "Sub terris tonuisse putes".
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NOTA: Pare che questo verso di Nerone alludesse a qualche terremoto, e il giovane poeta Lucano, udendo un giorno un amico spetezzare, evoc il verso neroniano. Cos dice Svetonio nella sua Vita di Lucano. Degli altri nove versi che rimangono di Nerone, tre sono riportati nella nota dello scoliaste su Lucano, 3, 261; cinque sono stati tolti da Persio dallo scoliaste e citati nelle sue Satire, I, 93, 94, 99, 100, 101; un altro  citato da Seneca, Quaestionum Naturalium. FINE NOTA.
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E capisco che nell'Arena di Padova si sta recitando un poema di Lucio Domizio Enobarbo, il quale evidentemente sta facendo un giro di recite da queste parti. La noia dev'essere grande, perch uno spettatore accanto a me si lascia cadere lungo disteso ai piedi dello scanno e si finge morto, dopo di che  trasportato fuori da quelle stesse guardie armate che Nerone ha collocato a teatro per impedire agli spettatori di uscire durante lo spettacolo. Un altro spettatore mi dice che una donna, pochi giorni prima, aveva simulato le doglie del parto per poter uscire da teatro. Scoppiano finalmente i tre generi di applausi con cui Enobarbo vuole che si saluti la sua poesia: i bombi, che imitano il ronzio delle api, gli imbrices, che imitano il crepito della grandine sul tetto, le testae, che imitano il rumore delle anfore urtate che si rompono; e mentre il pubblico si avvia verso l'uscita, la voce di Catrafossi mi grida dal fondo del suo sonno: "Esci dall'Arena e va' alla chiesa degli Eremitani".
Anche i dormienti hanno i loro fantasmi a imitazione dei morti, meno vampireschi in verit ma altrettanto attivi, e mentre il dormiente giace nel sonno come il morto nella tomba, il fantasma di lui, similmente a quello del morto, va in giro tra i vivi e si mischia invisibile alla costoro vita. Per quale ragione il fantasma del dormente Catrafossi vuole condurmi alla chiesa degli Eremitani? Non certo per farmi vedere gli affreschi del Mantegna diciassettenne, di cui egli sa che io non apprezzo la scolastica durezza; e difatti, entrati nella chiesa, l'invisibile compagno mi guida presso il pilastro a sinistra dell'altar maggiore, sul quale  dipinto un San Pietro pi grande del vero. In s questa pittura non  notabile, ma tale essa diventa perch alla chiave che il santo portiere tiene in mano, e che l'angolo del pilastro tronca alla fine del fusto,  stato aggiunto un ferro formato e traforato che sporge fuori del pilastro, e imita al vero l'ingegno della chiave, ossia la parte della chiave che gira nella toppa.
L'aggiunzione di un oggetto vero alla finzione pittorica, partecipa delle idee infantili. Piccolo, molte credute possibilit di questo genere mi passavano per la testa; ma ho capito di poi che esse sono inattuabili, e l'esperienza plastica mi ha insegnato che tra mondo reale e mondo dipinto non ci sono ponti. Infantile dunque la mente dell'ignoto artefice che al cannello dipinto della chiave di San Pietro ha aggiunto questo ingegno vero; infantile la mente di Max Klinger che alla pittura del suo Cristo sull'Olimpo aggiunse alcuni titani scolpiti a tutto tondo; infantile la mente di quei cubisti che nelle cosiddette "incollature" mischiavano pittura e oggetti reali; come il nominato Picabia, sudamericano e ricchissimo, che in una natura morta incoll un biglietto da mille vero. Inutile dire che per quanto tempo quella natura morta rest in mostra, un custode era appositamente incaricato di tenere d'occhio il biglietto da mille. Quale istinto criminale si sveglia nel fondo del mio io e mi suggerisce di portare via la parte "vera" della chiave di San Pietro? Non fosse il fantasma di Catrafossi...
Il cortile del "Bo"  il pi bel petto di Padova, tanti gli stemmi scolpiti o dipinti che incrostano i muri del suo doppio loggiato. Le ragioni che illustrano l'universit di Padova sono molte. Essa  la pi antica universit d'Italia, dopo l'antichissima di Bologna. Ebbero qui loro cattedra Fabrizio d'Acquapendente, Giambattista Morgagni, Galileo Galilei. Ma ci che pi mi fa cara questa universit,  che nel 1684 essa diede la laurea di filosofia a Elena Lucrezia Cornaro Piscopia. Guidato dall'invisibile compagno, avanzo fino ai piedi della scala E e m'inchino al busto della bella filosofessa.
L'abate Parini, tanto amabile per altro, e virtuoso, e illuminato di casta poesia, io ho una ragione profonda di odiarlo. Direttore di Brera, egli si oppose pervicacemente all'ammissione delle studentesse in quell'ateneo; poi, avvenuta l'ammissione a suo dispetto di una sola studentessa, egli la vess in mille crudelissimi modi, la separ dai suoi condiscepoli maschi, la escluse dalle classi in cui a detta sua s'insegnavano scienze aliene dal destino della donna. Non aveva pensato quell'uomo claudicante che a una comunione degna, sincera, profonda fra uomo e donna, l'eguaglianza mentale  anche pi necessaria dell'eguaglianza sociale. Come allacciare su tanto dislivello quella suprema confidenza che  l'amore? Sposano i principi le pastorelle, sia pure nelle favole, ma mente adorna non si associa a mente disadorna senza dolore e pentimento. Quante perdute belt! Quale amarezza per noi che cerchiamo la doppia bellezza di anima e corpo, quale ripetuta amarezza, quale frequente amarezza quando donna bella d'aspetto, attraente, fascinosa, si rivela alla conoscenza deserta di cervello, assente di anima, buia di idee! Ogni speranza si spegne, ogni "scambio" diventa impossibile, e un muro si leva improvviso davanti all'intraveduto giardino. Noi, o Lucrezia Piscopia, noi che tutte le donne amiamo, e le passate ancora e le future, vorremmo che tutte, come te, fossero degne di alto amore. Che rugano qui sotto gli abati Parini? Sinite feminas...
Tito Livio nacque a Luvigliano presso Padova, e Liviano si chiama in suo onore la facolt di lettere di questo Ateneo, che ora, per opera di Gio Ponti, abita una sede nitida e casta come una fanciulla. Alberi muscolosi proteggono col loro severo fogliame la purezza della facciata bianca. Le scale, cui esili finestre ad arco trasmettono la luce filtrata dalle piante, salgono con monastico sussiego i misteri dello scibile. L'idea della verginit, della castit, della purezza  all'origine dell'architettura razionale. Sugl'inclinati tavoloni degli architetti, vigila il Poverello d'Assisi. La finitezza di queste aule  tale, che a tutta prima si pensa a un lusso verecondo e scolastico. Ma lusso  l'altro nome del superfluo, e qui nulla supera i limiti della ragione, nulla varca la soglia della stretta necessit. Nell'affresco che Massimo Campigli ha steso sulla grande parete dell'atrio, e che come tutte le opere di questo pittore trae gusto di moderno dal sapore dell'antico, l'autore delle Deche, paludato di bianco e la destra chiusa intorno a un arrotolato papiro, fa lezione a un gruppo di studenti e studentesse vestiti come noi e voi, i quali lo guardano, lo ascoltano, e due se lo segnano a dito. Che cosa insegna Tito Livio a questi giovani? Insegna che la vestale Rea Silvia, violentata da Marte, dette alla luce due gemelli, uno dei quali si chiamava Romolo e fu il fondatore di Roma; insegna che una fiamma brill un giorno intorno alla testa di un fanciullo addormentato che si chiamava Servio Tullio, e Tanaquilla, vedendo il prodigio, disse che quel fanciullo un giorno sarebbe stato l'onore dello Stato; insegna che Romolo, apparendo fantasma a Giulio Procolo, gli disse: "Va' e annuncia ai Romani che Roma, secondo la volont degli di, sar il capo del mondo".
In altra parte dell'affresco, nel quale Campigli ha figurato se stesso, come Giotto nel Giudizio e Raffaello nel Parnaso, sono raccolti fra gli archi e le colonne, assieme col pittore, l'architetto Ponti, il rettore dell'universit, e Giuditta, la bella gigantessa, moglie e collaboratrice di Campigli. Sparsi per l'affresco ritroviamo i vari sistemi edilizi usati dai Romani, meno l'opus reticulatum, che  il pi importante di tutti.
Campigli  uomo conviviale. Gli piaceva convitare anche quando era povero, e per mettere d'accordo povert e ospitalit, faceva cos. Preparava una grande pila di pastasciutta. Ci si metteva a tavola e si mangiava un primo piatto di pastasciutta. Poi ci si alzava, si andava a sedere nello studio, si parlava di cose varie. Poi si tornava a tavola e si mangiava un secondo piatto di pastasciutta. Poi ci si alzava di nuovo, si andava a sedere nello studio, e si ricominciava a parlare di cose varie. Poi si tornava un'altra volta a tavola, e si mangiava un terzo piatto di pastasciutta. Poi ci si alzava definitivamente da tavola, e nessuno poteva dire di non avere consumato un pranzo di tre portate.
Campigli non ride mai, per mutare che facciano le condizioni e i climi. In una notte deserta, egli e sua moglie stavano seduti ai tavolini esterni del Dme, a Parigi. Soli. Campigli portava sulla faccia una calza di sua moglie, sua moglie portava in testa la paglia di un fiasco. La notte era freddissima. Anche le stelle quella notte erano pezzetti di ghiaccio, e brillavano di un gelo che raggiungeva il fuoco.
Or non  molto Campigli m'invit a cena nel suo studio di Milano. La cena questa volta era abbondante e varia. Dopo cena un signore entr nello studio, e mi fu presentato come il professore Palloni. I Palloni, mi dissero, sono una vecchia famiglia di Reggio Emilia. Era vestito di nero, in redingote, colletto duro, attillatissimo. Portava occhiali a stanghette, capelli lustri, polsini inamidati a tubo. Lo accompagnava la signora Palloni, una beccaccia impagliata e agitata dalla paura, l'occhio inquieto e le mani vestite di mezzi guanti di trina. L'invisibile ala della pazzia sbatteva presso il soffitto, in un volo lento e discontinuo. Il professore era versatile. Parlava di tutto. Parlava con logica che superava la logica. Parl anche di pittura. Disse che egli stesso si dilettava di pittura e amava dipingere delle nature morte.
"Come componete le vostre nature morte, professore?".
"Con pezzi di cadavere, beninteso" rispose il professore. "Con che altro comporre una natura morta?".
All'ultimo rintocco della mezzanotte, due robusti giovanotti in cmice di infermiere vennero a prendere il professore Palloni, per ricondurlo alla clinica di cui egli era uno degli ospiti pi tranquilli. Ma il professore aveva preso gusto alla nostra compagnia. Ruppe la sua calma nera e cominci a dare in ismanie. Allora i due infermieri lo inquadrarono e lo condussero in anticamera per fargli una iniezione calmante. Campigli mi trattava come un re, al quale dopo la cena si offrono divertimenti strani. Il professore Palloni ritorn nello studio...
Can Grande della Scala giace orizzontale nella sua arca di Verona, Michele di Nostradamo invece sta ritto nella sua tomba di Salon, in Provenza, provveduto di carta penna e calamaio; e nella sua astrologica morte continua a comporre "centurie" nelle quali predice il futuro ai re, ai principi e ai privati. L'illustrazione grafica delle profezie di Nostradamo adorna l'interno della Ragione di Padova, e fa uno strano effetto passare da questo mondo sognato, alla vita estremamente sveglia che brulica ai fianchi di questo immenso salone coperchiato da una nave capovolta: il mercato delle erbe e quello dei frutti.
Non sono pi padrone di me stesso. Irresistibilmente mi guida il fantasma del dormente Catrafossi. Ritrovarsi nell'ampia malinconia del Prato della Valle, e non sapere come ci si  venuti. Oscuri ricordi mi circondano. Sento che qualcuno mi  vicino. Mi volto di scatto:  il matematico Poleno, che schiude con grandissimo sforzo le sue labbra di marmo e mi dice: "Me mi ha fatto il giovane Antonio Canova. Che ne  di lui?  diventato un bravo scultore?".
Non me la sento di rispondere al matematico Poleno. Il mio sguardo passa in rivista i portici circostanti. Si ferma a una finestra...  quella... Tanti anni sono passati. Il muro impallidisce, diventa trasparente. Nulla  mutato nel salottino. Ecco le poltrone a frangia, la mensolina, il piccolo pianoforte con i braccini d'ottone per le candele.
Angela  l. Bianca come il suo nome. La colonna d'oro dell'arpa poggia sulla sua spalla. Le braccia onde grondano le maniche a tulipano, traversano le corde esse pure d'oro. Le care dita pizzicano le corde, ma le corde non danno suono. Perch?
D'un tratto, oggi come allora, la voce di Otello, immenso e pi nero della notte; di Otello davanti al letto di Desdemona; la voce terribile, straziata di Otello grida: "Morta!... Morta!... Morta!... Morta!...".
Di cognome Angela si chiamava Marcucci. Mor a diciannove anni di tifo. Ed era un fiore. Un fiore luminoso. Un fiore trionfante. In turco marcucci  il tubo del narghil, e per amplificazione quello del clistere. Che tristezza! Quali abissi aprono sotto a noi queste mostruose assonanze! Angela io l'amavo di amore religioso. Non si pensa a quella et che la fanciulla amata digerisce, espelle da s il superfluo del cibo... Catrafossi, portami via di qui!
E il fantasma di Catrafossi mi port a Vicenza.
Anche a Vicenza c' una Ragione, somigliante come una sorella a quella di Padova. Sono le antiche sedi della giustizia. Ragione e Giustizia: sinonimi felici. La Ragione di Vicenza si chiama anche Basilica, cio a dire la Regale. Salgo la scala che costeggia il doppio portico ad archi e colonne; trovo a met scala il mascherone che riceve in bocca le "denonzie secrete in materia di Sanit". Il salone  immenso e vuoto. Domando: "A che serve questo Salone?". "A nulla" mi risponde il fantasma di Catrafossi. "Talvolta ci si fanno dei concerti". Ma io penso che il concerto, questi echi immensi lo moltiplicano in dieci concerti, in venti, in cento. Provo a dire il mio nome, e immediatamente mi sento circondato da una folla di me stessi. Sul muro di fronte, il leone di San Marco monta la guardia nel suo campo azzurro, sul mare del suo destino. Grassi colombi volano disordinatamente con secchi colpi d'ala tra le alte finestre a ogiva. Visto da sotto, il tetto della Ragione rivela i bagli di legno antico, gli arcuati statumi della sua carena capovolta. I banchi si popolano di galeotti che hanno la testa al posto dei piedi. Conto le calvizie pi numerose delle chiome. Dai fianchi i remi sporgono come ali e si tendono in attesa. Echeggia il grido del cmito, e al ritmo scandito la galera salpa maestosa sul mare esso pure capovolto.  dunque incominciato il grande viaggio per il mondo della Ragione? Mentre la mia ansia aspetta una risposta, qualcosa di molle mi piomba sulla pelata, e al richiamo inaspettato della realt, la navigazione cessa. Seguo con occhio triste il colombo colpevole del mio risveglio.
Tutto sa di mare qui intorno, anche la Loggia del Capitaniato di fronte.
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Belli saecura quiesco. Palmam genuere Carinae.
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Anche la Ragione di Vicenza, come quella di Padova,  una nave arenata in un porto. Oltre che una grande somiglianza,  anche una grande simpatia fra queste due Ragioni: acciaccatelle entrambe in questi tempi e sofferenti degli stessi mali. Mani esperte e delicate curano la Ragione di Vicenza. Una parte  isolata. Vado a vedere nella parte sofferente i tasselli infissi nel muro per misurare lo spostamento. Un lacerto corre l'arco. Perch la casa vecchia del podest voleva separarsi dalla Basilica? Nel cortile in riparazione posa per terra uno strano carrozzino di legno scolpito, che il servizievole Catrafossi mi dice una portantina del Quattrocento. Udendo parlare di cedimenti delle fondamenta, il vecchio podest avr pensato a mettersi in salvo. Scendono dalla torre del Tormento i rintocchi gravi della Marangona, e ogni rintocco ripete: "Vicetia venenum plena". Perch si permette a questa vecchia campana di propagare una fama cos falsa? Stendhal non dice Vicenza piena di veleno, ma celebre per la curiosit dei suoi abitanti. E che altro  la curiosit, se non la radice della conoscenza?
Al fianco della Ragione, Andrea Palladio sta ritto sopra il suo zoccolo di marmo, come l'artefice che ha portato l'opera al fine, e se la sta a rimirare compiaciuto. Palladio  barbuto e chiuso come per freddo nel robone. Il buon maestro, il maestro esemplare, il maestro generoso che ha dato all'uomo abitazioni che sono templi e l'illusione di essere immortale, l'incomparabile maestro che ha un nome di divinit, nel monumento che lo ricorda pi che un architetto sembra un santo. Ora capisco il suo nome di zano sacro. Dove c' lui si vince, ma a perderlo son dolori. La Ragione in tutti i sensi  sua. Palladio tiene una mano presso la bocca con l'indice alzato. Che significa questo gesto? Significa: "Tacete, bagoloni, e lasciate parlare le pietre, i marmi, i laterizi, la calce, le colonne, i portali, le cupole piane e le cupole a strati, le scalee, le mtopi, le logge, gli archi, gli acroteri, le statue di cui ho piena questa citt e la campagna che la circonda".  vero: se gli uomini tacessero, si udrebbero queste pietre parlare, sonare, cantare come un organo immenso e sparso in frammenti per questo piano e questi colli. Su Vicenza Maurizio Maeterlinck ha voluto pronunciare delle parole memorabili, ha detto che "Vicenza dovrebbe o avere le ali o essere campata in alto, su, su, come un santuario"; ma non si  accorto che, al solito, ha detto delle parole campate in aria.
L'ostinato fantasma insiste per condurmi al Teatro Olimpico, n si d pace finch non mi vede calcare questa illustre scena. Mi si chiarisce, ma troppo tardi, la profonda malignit del mio invisibile compagno. Fa uno strano effetto trovarsi d'un tratto in mezzo a questo scenario fisso, dentro questa ingegnosa prospettiva, in queste tre vie di Tebe ridotte a misura di scatola, nel cuore stesso della finzione e del trucco. Sento che se non mi affretto a scendere, tutta la concezione del mondo mi si trasformer, con grave danno mio e del mondo.
Canta Gabriele D'Annunzio:
nel Teatro Olimpico, in coorti
i vasti versi astati e clipeati
del Tragedo cozzar contro le turbe.
Nel settembre 1882, un personaggio inaspettato apparve sulla scena del Teatro Olimpico di Vicenza, ma non fece cozzare versi n astati n clipeati: era l'acqua del Bacchiglione in piena, che si presentava crestata di spuma e corsa da un vasto sibilo; poi, non applaudita da nessuno, si ritir dalla scena, strisciando nella propria bava una profonda riverenza.
Sull'apparizione dell'acqua in luoghi nei quali essa non  solita apparire, vedi alcune pitture di Giorgio de Chirico, vedi alcune pitture mie proprie, vedi soprattutto, voglio dire al vivo, uno dei primi film parlati, parafrasi del naufragio del Titanic, nel quale il mare apre una porta, entra da signore nei salotti deserti del transatlantico, si stende sui tappeti, lambisce i divani e le poltrone, le porta su su con s, lungo le pareti finemente decorate.
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NOTA: Questo film si chiama Atlantis. Per meglio dire si chiamava. Breve  la vita dei film. FINE NOTA.
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A propiziarsi i fantasmi,  necessaria una fede paziente. Altrimenti i fantasmi sfuggono. Oltre ai loro abitanti vivi, le citt ospitano anche i fantasmi di alcuni loro abitanti morti. Questi pochi compongono una compagnia invisibile e sparuta. Si avverte la loro presenza a un vento leggero che ci sfiora ora la faccia, ora le mani nude. Allora bisogna appuntare lo sguardo, e il fantasma a poco a poco si accende, prende una forma pi chiara della luce, simile a una immagine di vetro filato.
Vicenza sembra fabbricata apposta per ospitare il fantasma di Antonio Fogazzaro. Citt per passeggiate al sole d'inverno. Per signori sui cinquant'anni. Educatissimi. Che stanno bene di casa. Portano baffi spioventi, stringinaso cerchiato di metallo, palt con bavero di velluto sul quale scende e si posa la dignitosa forfora dei loro capelli bianchi.
Vicenza  una delle citt meno ferite dall'ammodernamento. Di moderno c' soltanto il palazzo delle Poste e Telegrafi. C' purtroppo anche il completamento del lato destro del Capitaniato, fatto nel 1938. Unica nota di squillante modernit, il negozio Olivetti in Corso Umberto. Ma in tutte le citt d'Italia il negozio Olivetti  la nota pi moderna, anche nella Galleria di Milano, pur cos ricca di note moderne.
Il fantasma di Fogazzaro  vano cercarlo nella Vicenza palladiana. Al piccolo Andrea che non aveva cognome, Gian Giorgio Trissino diede il nome di Pallade Atena; e col dargli il nome della dea della ragione, il conte Trissino salv Andrea dal verismo, che  lo stile dei poveri, e lo destin al classicismo, che  lo stile dei ricchi.
Anche un altro merito va riconosciuto a Gian Giorgio Trissino, di avere propugnata la distinzione tra l'U e la V.
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NOTA: I Romani, come si sa, non facevano distinzione tra U e V. FINE NOTA.
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Ai nostri giorni per, e per ragioni di estetismo (tutto che di male avviene nel mondo, avviene per ragioni di estetismo) la confusione  tornata nella grafia della U e della V, e molti scrivono avtomobile e auuenire. Molto hanno da badare i genitori alla scelta del nome. Il destino di un uomo  molto spesso nel nome che gli si d. Mariano Fogazzaro chiam il suo figliolo Antonio, ma forse pens meno al significato di questo nome, che  "fiore" e per figura "l'inestimabile", che a colui che fece pentire dei suoi peccati Ezzelino da Romano, soprannominato Figlio del Demonio. E cos Antonio nacque con l'idea religiosa in corpo.
Io stento a capire un artista che ha altri pensieri dominanti, di quello puro e solitario dell'arte. Non capisco lo scrittore cattolico, non capisco lo scrittore sociale. Per meglio dire li capisco, ma dubito della loro arte.
L'architettura di Palladio  bella ma inutile. Gl'inquilini della Rotonda hanno dovuto rinunciare a vivere da uomini, ossia in disordine e agitazione, e si sono dovuti restringere a vivere da di, immobili in mezzo al salone, aggruppati in pose statuarie. La prosa di Fogazzaro invece bella non  ma utile. Per meglio dire vuole esser utile, secondo quella strana idea dell'utilit che mobiliava le teste colte nella fine del secolo scorso, e consisteva a elevare la mente per mezzo della teoria dell'evoluzione e di un giansenismo aggiornato. Religiosi s, ma moderni. Una rivista "di liberi studi", che si chiamava "Coenobium" e si stampava a Lugano, proponeva questa tesi: " possibile conciliare scienza e religione?". L'opera di Antonio Fogazzaro  una lunga risposta alla tesi della rivista "Coenobium".
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NOTA: Anche Francesco Petrarca si riprometteva qualcosa di simile: S'Amore o Morte non d qualche stroppio, Alla tela novella ch'ora ordisco, E s'io mi svolvo dal tenace visco, Mentre che l'un con l'altro vero accoppio; intendendo dire che cercava di conciliare la verit cristiana con le verit insegnate dai sapienti del paganesimo. FINE NOTA.
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A Vicenza il fantasma di Fogazzaro va cercato piuttosto nei giardini del Campo Marzio, presso il chiosco della musica, in quel curioso caffeos di stile indiano, ove assieme con Fogazzaro c' il caso di trovare anche i fantasmi di Franco e di Luisa, di Jeanne e di Ombretta, di Piero Maironi e di Daniele Cortis, riuniti da pi di cinquant'anni a una merenda di caffe-latte e briosce.
Ma anche nei fogazzariani giardini del Campo Marzio, il fantasma di Fogazzaro mi sfugge. Perch?
Di Fogazzaro e della sua opera, ho pochissimi ricordi diretti. Ricordo una pagina del Daniele Cortis, sul modo di pronunciare la terminologia del tennis. Ricordo la morte di Ombretta, in Piccolo Mondo Antico, una delle pagine pi tristi (dico tristi, non poeticamente malinconiche) della letteratura mondiale. Ricordo il finale di Leila come una parafrasi del terzo atto del Tristano: l'ansia dei due amanti che si cercano, i ritardi che esasperano, la voluttuosa esplosione del ritrovamento.
Gli altri miei ricordi fogazzariani sono indiretti. Ricordo una lontana gita ai colli Euganei, la visita al convento di Praglia, ove molto pi che l'ineffabile figura di Fogazzaro, il quale da quel convento ha tratto ispirazione per Piccolo mondo moderno, e sulla quale invano quei buoni frati cercavano di fermare la mia attenzione, mi colp lo spettacolo buffo e assieme tristissimo di un vecchio corvo cui i frati avevano mozzato le ali, e che non potendo muoversi secondo il suo talento naturale salticchiava impotente sul muretto del chiostro. Ricordo un mio zio fervente cattolico, che per combattere a suo modo il modernismo di Fogazzaro, andava dicendo che i libri di Fogazzaro sono pieni di idiotismi, convinto che idiotismo significasse idiozia. Ricordo un esemplare di Leila scoperto anni sono tra i libri di un mio cognato, medico condotto in un paesino del Piemonte, nel quale questi ha annotato in margine tutti i passi e le battute di Massimo Alberti che si identificavano col suo caso personale, e se n' servito per esternare attraverso quelle note i suoi sentimenti a colei che di poi  diventata sua moglie. Ricordo soprattutto l'ultimo tentativo, prima di questo di Vicenza, di accostarmi ad Antonio Fogazzaro, e che risale al 1934.
Era un morbido pomeriggio d'autunno. Stavamo presso Como, nella villa di una nostra amica, valente scrittrice. Tra i presenti c'era anche la Noia. Ma com'era da aspettarselo da parte di una valente scrittrice, la nostra ospite ebbe un lampo d'ispirazione. Propose di andare in Valsolda a visitare la casa di Antonio Fogazzaro, che essa conosceva benissimo, essendo amica degli attuali proprietari.
Rotolavano molli i copertoni sull'asfalto. Traversammo in silenzio, e gi immersi nell'atmosfera di Piccolo Mondo Antico, le cittadine estive e chiuse ormai nel letargo invernale, ove il brioso, il frivolo profumo delle villeggiature andava svaporando assieme col ricordo degli amori brevi, dei matrimoni mancati, delle promesse dimenticate. Uno spicchio di luna brillava nel cielo vespertino, si rifletteva nello specchio metallico del lago. Sal un cipresso solitario fra strada e riva, pieg la cima al soffio ancor benigno della breva che, come quel giorno il Pasotti, scendeva da Albogasio Superiore.
"Eccola!" esclam d'un tratto la voce fremente eppur attutita della valente scrittrice, e sotto il muretto che costeggia la strada, la sua mano accenn gli embrici appassiti di una casetta bassa e china "a bere nel lago".
Ci affacciammo a guardare. Le cinquecentosettantotto pagine di Piccolo Mondo Antico uscirono dal tetto battendo le ali come colombe dalla piccionaia, ci volarono incontro con i loro personaggi cristallizzati in un ottocentismo tutto fremiti e belle maniere, i loro quadretti patetici, le loro pene e i loro amori, le amare umiliazioni, le cocenti vessazioni dell'I.R. governo, la santa fede nell'Italia libera, il grave, musicale soliloquio dello zio Piero che dal capitolo finale sale nel cielo del futuro, come il fumo dall'ara. Ed ecco il "giardinetto pensile che fu trasformato a immagine e similitudine di Franco". Ecco l'"olea fragrans che vi diceva in un angolo la potenza delle cose gentili sul caldo impetuoso spirito del poeta". Ecco "il cipressino poco accetto a Luisa che vi diceva in un altro angolo la sua religiosit". Ecco il "piccolo parapetto di mattoni a traforo, fra il cipresso e l'olea, con due righe di tufi in testa che contenevano un ridente popolo di verbene, petunie e portulache, e che accenna alla ingegnosit singolare dell'autore". Ecco "le molte rose sparse dappertutto che parlavano del suo affetto alla bellezza classica; la ficus repens che vestiva le muraglie verso il lago, i due aranci nel mezzo dei due ripiani, il vigoroso, lucido carrubo che rivelavano un temperamento freddoloso, una fantasia volta sempre al mezzogiorno, insensibile al fascino del nord". Ecco la piccola darsena ove in quella notte tremenda e nell'ululo della Caronasca, il Toni Gall vide biancheggiare nell'acqua nera il corpicino di Ombretta.
La valente scrittrice accenna a mezza voce:
Ombretta sdegnosa
Del Missisip.
Non far la ritrosa
E baciami qui.
"Ma quanto mutato  il quadro!" nota uno di noi. "Dov' la viottola che conduceva alla casa di don Franco? Dove sono le casipole di San Mamette?".
"La strada nuova che ora vanno aprendo in riva al lago ha distrutto ogni cosa", dice la valente scrittrice, volgendo essa pure intorno uno sguardo dubbioso.
Tornavamo lemmi lemmi e saturi di malinconia all'automobile ferma al margine della strada, allorch nel riattraversare il muretto incontrammo il postino, o forse l'ombra di quel Giacomo Panight "che portava le lettere in Valsolda non tre volte al giorno come ora si portano, ma due volte la settimana, com'era la beata consuetudine del piccolo mondo antico".
"Dite un po', brav'uomo," domand la valente scrittrice "non ci abita pi nessuno in casa Fogazzaro?".
Giacomo Panight sfanal gli occhi sulla valente scrittrice, guard la casa chiusa sotto il muretto, torn a guardare la valente scrittrice.
"Ma l' minga questa la ca' del sciur Fugassaro" disse infine quel modesto funzionario. "La ca' del sciur Fugassaro l' pusse in gi. Ghe sta la sciura marchesa. Voeren vedella? Venm adre".
Ritorno a Vicenza, ma rinuncio a cercare Antonio Fogazzaro. M'insegnano in compenso la casa nativa di Gaetano Coronaro, autore del Tramonto (una fanciulla incontrata a Scanno mi disse: "Mi chiamo Alba ma sono gi un tramonto"); poi la casa di Antonio Pigafetta che ha i terrazzini di vecchia trina, gonfiati tre volte dalla respirazione che viene dall'interno e dal 1481 a questa parte ripete "Il n'est rose sans espine"; infine l'Ospizio Proti per nobili decaduti, nel quale si entra per concorso, tutti gli anni, a febbraio, e attualmente ospita quattro uomini e quarantaquattro donne. Che significato trarre da questa enorme sproporzione fra nobiluomini e nobildonne? O saisons  chteaux...
Statue, urne, fiamme, canestre che fanno acroterio su le case vicentine, non hanno fine decorativo ma religioso e propiziatorio, cio a dire magico.
Folgore non colpisce Vicenza. E le statue stanno parte sui tetti, parte sono appiedate. Vicenza pratica la tratta delle statue, e se girate attorno a questa citt, troverete quantit di questi gliptici emporii di Flore snasate, di mtili Sileni, di Veneri brachimozze che aspettano il Cliente.
Sul piazzale della Vittoria, che domina la citt, alcuni mirini ingegnosamente collocati sulla balaustra di marmo, guidano l'occhio del visitatore ai luoghi memorabili qui presso della Grande Guerra. Pongo io pure l'occhio al mirino ma non vedo nulla, tanta foschia stasera ammanta la Prealpe. Che importa? La fantasia  in moto, e rievoco i sacrifici, le lotte, gli eroismi meglio che se li vedessi. Ben faceva Vittor Hugo a insegnare ai suoi nipotini come da Parigi si pu vedere Costantinopoli attraverso un cannoncello di carta.
Nel giugno 1848 le soldatesche austriache lacerarono a baionettate un quadro di Paolo Veronese, e questo barbaro episodio  documentato in un acquerello di Achille Beltrame, l'immortale illustratore della "Domenica del Corriere".
Saliamo in topolino ai castelli dei Montecchi, ove un ristorante ci accoglie in falso stile medievale. Entriamo nella sala intitolata a Romeo e Giulietta, tra le pitture di Pino Cesarini, di Verona, che illustrano la storia di questi due infelici amanti.
Sia Aloise da Porto, sia Matteo Bandello, sia lo stesso Shakespeare dicono che Romeo part da Mantova a spron battuto per raggiungere la sua Giulietta nella tomba; ma l'amabile guida che ci accompagna quass assicura invece che Romeo part da questo castello dei Montecchi, e a noi questa profana versione fa comodo.
Arriviamo a Verona sulla groppa del cavallo di Romeo, e poich oltre Verona il cavallo al fiero Montecchio non serve pi, lo inforchiamo da soli questa volta e proseguiamo alla volta di Milano.
Ma il cavallo di Romeo  imprevedibilmente focoso. I suoi occhi cammin facendo si accendono e buttano potenti fasci di luce. Stantuffi gli escono dalle coste, le zampe gli s'incurvano a ruota, ed  sbuffando, fischiando e gettando vapore dai fianchi, che noi entriamo trionfalmente nella stazione di Milano.
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FIGLIO DI MARIA.
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"Milan est sans doute, dans ce moment-ci, l'une des villes les plus heureuses du monde".
(STENDHAL, Promenades dans Rome).
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Excelsior! Abito al decimo piano. Il mio grattacielo fa parte di quella mandria di grattacieli che pascolano l'erba pettinata del piazzale Fiume. I grattacieli, come i grandi mammiferi del pliocenico, sono erbivori. Grande  il mio grattacielo ma non  il maggiore. Altri ci sono pi grandi di lui, i quali schierano in altezza quattordici, sedici, diciotto piani. Chi fermer l'uomo nella sua audace scalata del cielo?
Questi megateri dell'edilizia milanese sono costruiti a larghe bande verticali, una tutta piastrelle di vetro, un'altra tutta materiale laterizio, un'altra tutta terrazzini sovrapposti e chiusi da balaustre piene, un'altra tutta intonaco "punzonato" di finestrelle quadre.
Ho cercato tra vari aggettivi verbali come bucherellato, trapunto, ecc., quello che pi si aff alle finestrelle dei grattacieli; ma tanta regolarit e simmetria solo il punzone la pu dare.
Alcuni di questi grattacieli sono feriti: quelli rivestiti esternamente di listelli di marmo; e audaci marmisti, vestiti di bianche tute, la testa coperta di feluche di giornale, sospesi in aria nelle bilance pnsili, stanno rincollando i listelli che erano caduti. Gran pericolo vestire esternamente i grattacieli di listelli marmorini.
Io sono nato al tempo dei balconi a colonnette, a ringhiera, a spirali di ferro battuto. Ho anche memoria della balaustra bombeggiante, atta all'impregnata signora che desiderava affacciarsi al balcone e guardare, sotto, il corso delle vittorie e dei land. Poich la mia testa non superava in quel tempo la balaustra del balcone,  tra due colonnette a forma di urna che i miei occhi d'infanzia guardavano gli aranci in fiore, il mare azzurro di l dal giardino, il cielo che le cicogne navigavano a triangolo, le zampe ciondoloni e il tac tac intorno degli scheletri volanti. Se il balcone della mia infanzia lo avesse disegnato un architetto razionalista a balaustra piena, che avrei veduto di quegli spettacoli indimenticabili? Quegli spettacoli io li guardavo senza meraviglia, senza diletto.  la conoscenza del male che ci rivela per contrasto il bene e il bello. Non per dargli felicit, s per impedirgli di conoscere e di essere felice, i genitori del piccolo Sakia Muni lo avevano chiuso alla conoscenza della vecchiaia, della malattia, della morte. Cos i genitori tutti. I quali non pensano che non sa essere felice chi non sa conoscere. Non pensano che  la conoscenza della vecchiaia, della malattia, della morte; non pensano che  la frequentazione della vecchiaia, della malattia, della morte che generano la nostra felicit, e tanto pi preziosa ce la rendono, quanto pi la frequentazione  assidua. Non pensano che sola felicit per noi  questo continuo duello, questo continuo "gioco" col male.
Che ha determinato gli architetti razionalisti a riempire le balaustre dei balconi? L'orrore delle gambe forse (horror crurum) o forse il timore che tra gli abitanti dei grattacieli si celino anche uomini liquidi, che si troverebbero al rischio di scorrere tra colonnetta e colonnetta e versarsi nella strada.
In cima al mio grattacielo si aprono terrazze e giardini pnsili, come nella Babilonia di Nabuccodurussur, che gl'ignari chiamano Nabuccodonosor, e Verdi, per brevit, Nabucco.
Quass c' aria da di. Gl'incontri fortuiti hanno quass significato ben pi metafisico che sulla terra di tutti, onde l'ascensore mi ha tolto stamane, e dove forse non scender mai pi. Chi ha bevuto l'aria delle vette berr. Quass, mirabile dictu, mi capita tra le mani un curioso diario del principe Agostino Chigi, nel quale in data gioved 9 febbraio 1843 trovo questa notazione: "Questa sera a Tordinona  andata in scena una nuova opera intitolata il Nabuccodonosor, musica di un tal maestro Verdi, che ha piuttosto incontrato, contro l'aspettazione".
Tor di Nona  la corruzione di Torre dell'Annona, che era il nome di una delle cinque posterule distribuite a spazi regolari nelle mura che cintavano il Campo Marzio, a Roma, e precisamente della posterula situata a levante, e rimasta in piedi per met fino al Rinascimento. La ricerca etimologica  una variante della psicologia, una delle pi profonde e sorprendenti fonti di felicit. Solo l'uomo  fornito di anima? Il nostro animo cos poco ottuso dal cattolicismo; il nostro animo attento a tutti i richiami dell'universo; il nostro animo di alchimisti ci vieta di pensarlo. Weininger per primo gett uno sguardo "psicologico" sulla natura, guard come creature umane i vulcani, il mare, le tempeste. In verit egli riprendeva per suo conto l'interrogazione degli alchimisti, la ricerca dei nessi tra microcosmo e macrocosmo. Psicologhi e alchimisti fin da bambini, dal tempo che spezzavamo i nostri giocattoli per vedere com'eran fatti dentro, la nostra bruciante curiosit deve contentarsi ora di esperimenti meno radicali. Curiosit, ossia amore per gli uomini, desiderio di toccare il loro fondo, arrivare al santuario della loro anima. Questo amore, l'etimologia ce lo porta al santuario della parola, l'alchimia al santuario dell'universo.
L'amico che mi ospita in cima a questo grattacielo ha una faccia da musico. L'occhio  umido e sognante, ampia la fronte e nell'argento dei capelli, buttati indietro dal vento dell'ispirazione, traluce ancora l'oro della giovent. Egli mi guida per la terrazza aerea, mi mostra il casottino della doccia, la piscina nella quale ignudo egli si bagna sotto l'estivo sole, non visto se non dagli uccelli o da qualche iddio di passaggio, e pi spesso dall'alipede Mercurio, dio dei negozi, che viene in visita nella sua diletta capitale.
Quanto a quel "tal maestro Verdi", io l'ho ritrovato alcuni giorni sono dentro una vetrina del museo della Scala, ridotto alla condizione dell'Uomo Invisibile di Wells. La storica giacca  abbottonata sul petto imbottito di crine vegetale, la cravatta  annodata intorno al solino ritto e inamidato, e tra il colletto e il cappello nero a larghe tese, lo spazio della testa  stato esattamente calcolato e lasciato vuoto. Mancano del pari le mani, e sotto le maniche pendono vuoti i polsini a tubo. La sera, poi che i guardiani hanno chiuse le porte del museo e sono andati a mangiare il risotto giallo nelle loro case di Niguarda (si pensa all'America Centrale) o di Abbiategrasso (augurio giustificato dal risotto giallo) o di Greco Milanese (associazione piena di significato: vedremo in seguito quanto di greco, ossia di sottilmente poetico  nel milanese) la giacca e il cappello di Verdi, cui si sono aggiunti un paio di calzoni e due scarpe egualmente nere, escono dalla vetrina, scendono in Piazza della Scala, vanno in giro per la citt morbida di nebbia, s'incontrano con sessantacinque giacche del tutto simili, sessantacinque cappelli, sessantacinque calzoni e centotrenta scarpe.
Ai grandi uomini spettano i monumenti. Questi sorgono dopo la morte del grande uomo, a perpetuare la forma corporea di lui, scomparsa per sempre.  raro che un uomo anche grandissimo abbia il proprio monumento da vivo. Mi dicono, ma io non posso giurare, che questa fortuna  capitata a Primo Carnera, cui i sequalsiani hanno eretto un monumento come al loro concittadino pi grande. Che di strano? Anche Milone aveva a Crotone il proprio monumento, e se lo rimirava da vivo. A Verdi  capitato un onore anche pi singolare, non solo di monumenti marmorei o di bronzo, ma anche di monumenti vivi.
Verdi scrisse ventotto opere, cui bisogna aggiungere Un giorno di regno, rappresentato il 5 settembre 1840 e rimasto senza repliche. Il suo destino, questo melodramma lo portava nel suo titolo. Alle ventinove opere menzionate taluni aggiungono una trentesima, fatta non di suoni ma di materiale edilizio, ossia la Casa di riposo per musicisti, edificata a Milano per volont del nostro padre melodico tra il 1896 e il 1899, e che i predetti taluni chiamano "l'opera postuma" di Verdi.
La Casa di riposo per musicisti  situata tra via Raffaello Sanzio, Piazza Michelangelo Buonarroti e via Monte Rosa: tre nomi che, ciascuno a suo modo, evocano tutti e tre l'idea della grandezza. Sulla grafia di Buonarroti posano come nuvolette alcuni dubbi. I pi scrivono Buonarroti, alcuni pochi Buonarrotti, e Verdi per parte sua scriveva Buonarotti come attesta la pagina del testamento olografo, nella quale sono contenute le disposizioni a favore della Casa di riposo per musicisti. Sorgono l presso gli edifici babelici della Fiera Campionaria, la citt quadrata che ogni anno ha due sole settimane di vita, brevissima ma intensa.
La Casa di riposo per musicisti  sorta su progetto di Camillo Boito, in istile medievale leggermente tinteggiato di moresco. Chi per un verso chi per l'altro, i fratelli Boito sono stati gli angeli neri di Verdi nell'ultimo atto della sua vita, le sue suocere. E chi sa quanta implacabile malvagit  nell'azione di una suocera, specie se volta a fin di bene, pu facilmente argomentare a quale metafisica potenza sale l'azione combinata di due suocere, soprattutto se suocere con baffi e bombetta. Le finestre della facciata sono bifore, trifore le due finestre grandi che sovrastano il portone. Di fronte alla facciata, e nel mezzo della Piazza Michelangelo, sorge il monumento a Verdi, modellato da Enrico Butti, il quale sui quattro lati del basamento ha anche figurato la Melodia, il Poema, la Serenit e la Tragedia. Verdi  rappresentato in atteggiamento bonario, il corpo in riposo, le mani riunite sul tergo sotto la giacca.  l'originale di questo celebre indumento che  esposto in una vetrina del Museo della Scala, ove con l'aggiunta del colletto, della cravatta svolazzante e del cappellone a larghe tese posato all'altezza del cranio che manca, compone l'immagine terrificante dell'Uomo Invisibile.
Questi monumenti casarecci, che i tempi democratici coltivarono come una loro specialit, hanno questo di difettoso che non reggono al tempo brutto. In pieno sole, e quando la strada  come un'anticamera della casa, il monumento non sta male, e d anche una piacevole impressione di calma familiarit.  un passante, appena pi alto degli altri passanti, e che sta sempre fermo. Ma quando l'acqua come oggi viene gi a catinelle,  una pena vedere il nostro padre melodico esposto al diluvio a testa nuda e senza palt. Si vorrebbe scavalcare la ringhierina di ferro battuto, aiutare il buon Maestro a scendere dallo zoccolo, dargli la mano per fargli traversare la strada, accompagnarlo sotto l'ombrello dentro la Casa di riposo.
A questa casa Fabrizio e io siamo arrivati in tram, e chi con molta cortesia ci accoglie nel vestibolo non  la Melodia, non  il Poema, non  la Serenit n tampoco la Tragedia, com'era nei voti di Enrico Butti, ma un diffuso e cordiale profumo di risotto allo zafferano.
Tale probabilmente era anche l'intenzione del buon padre melodico, di dare a questi musicisti invecchiati, a questi musicisti impoveriti, a questi musicisti decaduti, dei quali Lui generosamente si diceva collega, e con i quali volle fraternamente coabitare per l'eternit; dare meno una continuazione dell'illusione melodica, che una garanzia anche olfattiva del cibo assicurato. Quale tranquillit, quale pace a noi cui l'incertezza del domani, il dubbio della sorte agitano come il vento agita le foglie, quale conforto se a questo fiato di risotto giallo potessimo dire anche noi: "Tu sei nostro!".
Questo il significato del sonno che Verdi dorme nella cripta della Casa di riposo, questa la ragione della significazione pi ampia che la parola riposo acquista in questa Casa.
Per coincidenza, il custode ci susurra mentre saliamo lo scalone liberty disegnato da Camillo Boito, che "gli ospiti di questa Casa dimenticano a poco a poco la musica".
Anche questo probabilmente era nei voti di Giuseppe Verdi, di togliere i suoi colleghi dalle ansie e illusioni della musica, e porli nella sicura felicit di un insonoro riposo. Lasciate parlare l'esperienza di uno che se ne intende: non si ricorda musica se non in condizione di dolore. Dimenticarti, o Euterpe, tormentosa musa,  meno una perdita che una liberazione.
Pure, in questa Casa ove la musica  messa a tacere, udiamo suono d'organo, e il suono si conferma mentre noi traversiamo il salone di ricevimento, ricco di cassettoni che sporgono dal soffitto in dure mammelle rettangolari, di lampadari a pndule gocce di cristallo, di filetti d'oro che grondano da ogni parte come stalattiti. Chi siede per alla tastiera dell'organo, non  un ospite della Casa ma un frate: un ospite degli ospiti.
Ospiti della Casa finora non ne abbiamo incontrati, e questo ci rincora, preoccupati come siamo di non far sentire il peso a questi musicisti vinti, la vergogna della nostra curiosit. Questa la grande insania della vita nei ricoveri, nelle caserme, nei conviti, di dover vivere anche la propria intimit in maniera collettiva. In un sogno angoscioso e a ripetizione, io mi ritrovo in una strada piena di gente, vestito dalla cintola in su di tutto punto, ma nudo dalla cintola ai piedi. I sogni dunque non sono lo sfogo di quei sentimenti inconfessabili che da svegli siamo costretti a celare, ma il teatro sperimentale sul quale questi sentimenti prendono forma, e si mostrano a noi in una rappresentazione edificante e ammonitrice. Piacere non c' nella libert, nella non coscienza del sogno, e aneliamo dunque a rientrare nella "prigione" della nostra morale, della nostra coscienza, della nostra volont di segreto. I sogni, questi iloti fedeli, ci danno ogni notte lo spettacolo angoscioso ma salutare del nostro inferno.
I Persiani, al dire di Sesto Empirico, sospendevano per cinque giorni dopo la morte del re l'autorit della legge, perch il popolo vedesse quale calamit  l'anomia, ossia la mancanza di leggi. E l'anomia dell'uomo che dorme, ci mostra di volta in volta quale beneficio  la legislazione dell'uomo sveglio.
Solo una legge poteva autorizzare Verdi a essere sepolto fuori di un cimitero, e quando Verdi chiese per iscritto la necessaria autorizzazione al ministro Baccelli, questi diede in Parlamento una risposta che  un fiore di gentilezza. Disse che mentre Verdi era vivo, la Camera non avrebbe mai osato votare un provvedimento che riguardava Verdi morto. Si vede per che Baccelli non era pratico di scaramanzia, perch al dire degli scaramanti pi reputati, la scaramanzia usa il sistema omeopatico ed  la morte che scaccia la morte.
La cripta della Casa di riposo  ornata di "abbaglianti musaici tratti da cartoni di Lodovico Pogliaghi", improntata a quella "aspirazione all'ideale" che intorno al 1900 ispirava di s l'arte ufficiale di tutta Europa. Verdi in questa cripta riposa accanto a Giuseppina Strepponi, sua diletta consorte.
Ma Verdi ebbe due mogli, figlia la prima di quell'Antonio Barezzi, che del giovane Verdi era stato amico e protettore.
Un giorno la Regina Margherita si rec a visitare la cripta, e volti i begli occhi intorno domand: "E della prima moglie, la soave Margherita, non c' segno qui dentro?".
La regal domanda ebbe pronta risposta, e dopo breve spazio di tempo una lapide fu murata nella cripta, in memoria di "Margherita Barezzi, dolce consorte a lui, nelle prime lotte della vita".
Lanciamo la mano per fermare il gesto del custode, ma questi ha gi aperto la porta di una camera...
Per fortuna la camera  solo da mobili abitata: un lettuccio coperto di bianco, un armadio senza luce, un tavolino, una madonna di Luini alla parete.
"E quando l'ospite  ammogliato?".
Il custode risponde: "Sono ospitati entrambi ma vivono separati: il marito con gli uomini, la moglie con le donne".
Questa disposizione io dubito sia stata presa da Verdi, lui che insofferente dei pettegolezzi dei bussetani sulla sua vita privata, part nel dicembre del 1851 con Giuseppina Strepponi per Parigi.
"La moglie," aggiunge il custode " iscritta col suo nome di ragazza".
"Perch? forse per restituire alla donna quella personalit che il matrimonio le toglie?".
Il custode elude questa domanda, ma in compenso c'informa che gli ospiti della Casa sono attualmente cento e dieci: sessantacinque uomini e quarantacinque donne.
Dal corridoio del primo piano m'affaccio a guardare gi in cortile, e vedo Verdi - dico bene: Verdi che lo traversa a passo lento, e si avvia verso l'uscita.
Se non grido  perch non  mio costume gridare, e restai muto, da quanto mi diceva mia madre, anche quando venni al mondo.
Alzo rapidamente lo sguardo al cielo per smagarlo, poi lo abbasso alle finestre di rimpetto per assicurarmi che ancora  valido e non ha acquistato nel frattempo facolt necromantiche; infine lo riporto nel cortile: Verdi continua a camminare e sta per entrare sotto l'atrio.
Non solo, ma dietro al primo Verdi cammina un secondo Verdi, e dietro al secondo un terzo, poi un quarto, un quinto...
 lui: sono lui?...  uscito dalla cripta: sono usciti dalla cripta?... Io solo lo vedo: io solo li vedo?...
Il custode dice:
"L'uniforme sarebbe riuscita umiliante, e perci il Maestro ha voluto che questi suoi ospiti, questi suoi "colleghi" andassero vestiti tutti come lui, con l'ampia giacca nera a doppio petto, la cravatta svolazzante, il cappello a larghe tese".
La voce del custode suona al mio orecchio come, bambino, nel cuore tenebroso di un incubo, suonava accanto a me la voce di mia madre per svegliarmi.
I monumenti non si muovono, ma per degnamente onorare il nostro padre melodico, sessantacinque monumenti vivi, sessantacinque Verdi, vegeti, robusti e pieni di risotto giallo, escono tutti i giorni dalla Casa di riposo e si mettono in giro per Milano; e quando  bel tempo si spingono fino ai laghi; e spesso arrivano fino alle Alpi; e qualche volta varcano persino le frontiere per recare il vivo ricordo di Lui anche a quelle strane genti.
"E le donne come vanno vestite?".
"Come Giuseppina Strepponi" risponde il custode.
E dopo un po' soggiunge:
"Fornisce tutto la Rinascente".
Ritorno in cima al mio grattacielo. L'ospite m'insegna in un canto della terrazza (altro incontro fortuito: il canto della terrazza) una strana cesta di ferro posata in obliquo, nella quale va collocato nelle notti di solennit il proiettore che proietta il suo raggio sulla bandiera.
L'asta della bandiera, infissa sulla vetta pi alta del grattacielo, io a tutta prima l'avevo scambiata per l'asta del parafulmine; ma il mio errore  giustificato. Tutti i segni che l'uomo pone sul tetto della sua casa hanno fine profilattico, e le statue, le ali, le bandiere ci guardano dai pericoli metafisici di cui brulica l'aria, siccome l'asta di Beniamino Franklin ci guarda dal fulmine.
Sopra un praticello del giardino pensile biancheggia al sole un piccolo bucato - al sole che non c': ali cadute dai fianchi d'ignoti uccelli bianchi. Che cosa attira il mio sguardo? Riconosco alcuni capi di biancheria che le donne non usano sempre ma periodicamente, e il mio ospite, che  scapolo, come a rispondere all'interrogazione del mio sguardo, mi dice che quei capi di biancheria sono di Carolina, la sua vecchia e fedele cuoca. Il mio ospite parla della sua cuoca, come Ulisse parlava della sua nutrice. Ma la cuoca non  dessa pure una nutrice? Fino a quale et la vecchia e fedele Carolina far uso di questa biancheria speciale? Carolina dev'essere mula di Rachele, la moglie di Giacobbe e madre di Beniamino.
Quanto inutile  questa spiegazione! A che si riduce quass il gioco d'amore, la lotta dei sessi, il dramma fra Adamo ed Eva? Al decimo piano di un grattacielo, che con l'aggiunta del mezzanino e del seminterrato diventa in verit il duodecimo, l'uomo gi vive nel cielo e si angelica. Una calma distesa, una grande purezza mitiga il mio soggiorno sul grattacielo. A staccarmi anche metaforicamente dalle cose terrene, basta l'ascesa in uno dei tre potenti ascensori che, senza contare i due montacarichi, traversano ininterrottamente il grattacielo, salendo e scendendo entro le loro profondissime torri. Di notte, gi quasi sciolto in un sonno molto simile alla morte, accucciolato dentro un letto soffice e curvato a barca, nel silenzio siderale di questo immenso cubo di cemento levato tra le stelle, io odo ancora, prima di dimenticare definitivamente, il ronzio cupo, profondo, lontanissimo degli ascensori sempre vivi nel loro moto di ascesa e discesa, e quello pi faticoso, pi stanco, pi "plebeo" dei montacarichi. Poi il sonno cala su questo ultimo pensiero, che ben poco basterebbe quass a portarmi da questa a un'altra vita, e che il morir  lieve a queste altezze.
Anche nella preparazione della morte, la scienza del benessere domina l'intelligenza milanese. Il lusso, la comodit, la sicurezza del Cimitero Monumentale sono garanzia sicura alla vita delle anime e dei fantasmi. I meno abbienti vanno a dormire a Musocco, e ci vanno in tram, in un tram debitamente nero.
 soltanto un'illusione? Anche le funzioni digestive sono alleggerite dall'aria del grattacielo (ar cacuminum) e io, che quando sto al piano, uso velare l'occhio dopo pranzo, come la testa del vitello sul marmo del beccaio, quass la leggerezza di Ariele si continua in me anche a stomaco ripieno. E quando il mio ospite annuncia che a pranzo c' un pollo, s'intende che ogni commensale ha nel suo piatto un bel pollastrone intero, coricato sul dorso, lustro come un volatile di encausticato palissandro, stretto le zampette ai fianchi nella positura del neonato, e cui la sola testa manca per sorriderci e farci festa, poich il collo non parla, nero, ricurvo e tronco, come il tubo mozzo nella casa abbandonata, dopo che gli agenti del gas sono venuti a staccare il contatore.
Gi, varcati i potenti cancelli che chiudono l'ingresso del grattacielo, gli ascensori ti aspettano aperti, illuminati come teatrini. Non c' anima viva intorno, sei solo in mezzo al lucore dei marmi, in un silenzio di santuario. Che impressione, noi abituati agli ascensori chiusi in gabbia come bestie feroci, al portiere scontroso cui, quando per caso lo trovi nella sua guardiola, devi ungere lo zampino per farti aprire la gabbia! Si entra nell'ascensore del grattacielo come nelle case incantate dei lunaparchi, nulla avviene finch il tuo dito non ha pigiato il bottone del piano al quale tu aspiri. Ma quando hai pigiato il bottone, le porte si chiudono d'incanto e l'ascensore parte lentamente come nave che esce dal porto, prende l'abbrivo e indi a poco si stabilizza nella marcia regolare e pulsante dell'altomare dell'ascesa. Tu allora ti puoi sedere, pensare al tuo avvenire o, come fo io, scrivere alla donna amata. Giunto alla meta, l'ascensore del grattacielo non si ferma di colpo, ma rallenta come la nave che entra in porto guidata dal piloto, e le sue porte incantate non si aprono sopra un pianerottolo comune, ma nell'alloggio stesso che ti aspetta. Per le anime tarde, i pusilli, gli ottocentisti,  stata collocata nell'atrio del grattacielo la curva di un magnifico scalone; ma  uno scalone "per l'occhio", che muore al piano rialzato.
Il grattacielo ha trasformato la vita dei milanesi. Misteriose attivit si svolgono dentro queste citt verticali, che la citt orizzontale ignorava, dolcemente stesa nella sua pianura, con i suoi palazzotti bassi e i suoi giardini chiusi. Strane iscrizioni istoriano le finestre del mio grattacielo, e fin dove lo sguardo arriva, leggo parole ignote e magnifiche. Che  "Tecnomasio Italiano Brown Boveri?". Nell'iscrizione "Ide la.spe.me", speme a tutta prima mi sembra il sinonimo poetico di speranza, ma l'inaspettata punteggiatura dopo l'articolo e nel mezzo del sostantivo, mi persuade indi a poco che nella "spe.me" del mio grattacielo speranza non c'. Quanto alla "Termo Terapia Parapack", che annunciano le finestre color di latte del seminterrato, l'ospite mi spiega che "parapack"  composto del sostantivo tedesco Pack, che significa pacco, e delle prime sillabe di "paraffina", indica una cura che consiste a ungere il paziente con grasso di paraffina, e impaccarlo per alcun tempo a scopo dimagrante.
Dalla terrazza del mio grattacielo guardo il sottostante paesaggio della citt, i bastioni di Porta Venezia spianati dell'antica elevazione e irti nel fianco sinistro di grattacieli simili al mio.
Questi grattacieli che si sono raccolti nel piazzale Fiume, e aprono le braccia di un'immensa croce sugli ex bastioni di Porta Venezia e di Porta Nuova, e dilungano l'asse della croce nel viale che conduce alla Stazione, compongono una medesima famiglia di giganti, occhiuti come Argo e impennacchiati del fumo delle loro caldaie di riscaldamento. Un'altra famiglia di grattacieli  sorta intorno a San Babila, per umiliare ancor pi la chiesetta romanico lombarda, e la colonnetta dorica che la precede, reggendo sul capitello un leone.
La chiesuola di San Babila  sorta sull'area di un tempio dedicato al sole. Anche il santo vescovo di Antiochia ha voluto "mangiarsi" una divinit pagana. Tutte le virt si possono riconoscere ai santi del cristianesimo, meno la tolleranza. San Babila ha scacciato il sole dal suo tempio, ma non per questo il sole ha smesso di darci luce e calore. Elio non si vendica. Quanto al leone che sorge di fronte alla chiesa, non sempre esso era appollaiato in cima a questa colonna, ma se ne stava per terra, sopra un basamento basso e i milanesi lo coprivano di lordure. Per salvare il re degli animali da questo sistematico smerdamento, Carlo Serbelloni, magistrato delle strade, lo fece collocare nel 1650 su questa colonna salvatrice. Nacque cos l'equivoco "veneziano" del leone di San Babila. Molti dimenticarono che questo leone era semplicemente lo stemma del quartiere, lo promossero a leone di San Marco e immaginarono che perpetuasse non so quale vittoria dei Milanesi sui Veneziani.
Per contagio, sorse alla sinistra di San Babila una specie di Venezia fasulla (Venedig in Wien annunciavano una volta i viennesi parchi di divertimento) un falso palazzo Vendramin che, l'ultima volta che io lo vidi, spirava gran tristezza dalle sue finestre bifore e aspettava rassegnato la morte.
Morte aspettava anche il palazzotto che si appoggiava al falso Vendramin, e portava sulla facciata e sul fianco scoperto alcuni terrazzini neri sui quali il nome "Palmer" era ripetuto in lettere d'oro.
In via Durini,
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NOTA: Alessandro, della patrizia famiglia Durini, fu il primo che us in Lombardia l'acquerello per la figura. FINE NOTA.
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di fronte all'or scomparsa sartoria Palmer, si apre come boccaporto che scende alla sentina, l'ingresso del Florida Danze. Scendo nel Florida che  decorato di negra tela cerata, e dove pochi ceri collocati a regola d'arte funeraria basterebbero a perfezionare questo aspetto di cappella ardente. Sull'accompagnamento di un bangio, di una chitarra havaiana e di una sega vibratile, il cantore senza voce canta attraverso un megafonino di cartone: "Un'ora sola ti vorrei - per dirti quello che non sai", al che il contrabassista fa immediatamente seguire questa variante: "Un'ora sola ti vorrei - per mangiar polenta e osei". Nonch genio burlone del luogo, il contrabassista  anche l'annunciatore degli spettacoli, e indi a poco annuncia mademoiselle George nel bolero di Ravel, che egli pronuncia Rvel, come i meridionali dicono Cvour.
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NOTA: Alcuni meridionali dicono anche bule ma per scaramanzia, perch bale essi chiamano la cassa da morto. FINE NOTA.
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E mademoiselle George si avventa sulla pista, stupenda creatura bionda originaria presumibilmente di una delle feraci valli del Reno, e danza il bolero ruotando la gonna a tulipano ed eccitandosi con le nacchere; ma nella foga una rosea mamma dall'occhio biondo le scappa fuori dell'abito, e la ballerina, la mano sul petto come la Venere Medicea, corre a nascondersi nello spogliatoio. Or come avviene che questa medesima mademoiselle George, cui la fuoruscita di una sola mammella ha empito di confusione e ha tinto la gota di pudico rossore, torna spavalda poco stante ad avventarsi sulla pista per una nuova danza, e nuda questa volta, splendidamente nuda, e sol di audacia armata?
Malinconia ninfa gentile
La vita mia consacro a te.
Marta Palmer  morta, che nei giorni torbidi del...
Era una delle pi tragiche giornate dell'estate 1919. Alcuni giovani in gruppo portavano di corsa un ferito, la faccia rigata di sangue. Poco prima l'"Avanti!" era stato incendiato. Sulle facce era ancora il caldo della battaglia. Nelle strade deserte l'ombra si diffondeva della sera, e il cielo era rigato di rondini. In Corso Venezia incontrai Carr. Non si trovava ristorante, osteria, gargotta. Carr ebbe l'idea di andare da una signora sua amica che abitava in quei pressi. La casa era chiusa come un fortilizio. Di l dalle vetrate della sala da pranzo, un giardino glauco fosforeggiava come un paesaggio sottomarino. Mancava la corrente. Si mangi di fortuna, al lume di candela. Ma una bambina "rischiarava" quel buio, sulla quale l'atmosfera cupa non pesava affatto. Chiacchierava, interrogava, spariva nell'ombra della sala fino a non lasciarci di s se non il suono della sua voce sottile, tornava correndo nell'alone breve della candela, come pesciolino che sale dal fondo. Il ricordo rimase in me di quella giornata nera e punteggiata di una piccola luce infantile, finch nel marzo del 1938 quella medesima luce, ma sviluppata dagli anni e passata dallo stato di lucignolo a quello di lampadina di 15 watt, io ritrovai sul palcoscenico del Valle, e segnata sul programma col nome di Kik Palmer.
Il nome non  soltanto indicazione:  anche qualificazione e non di rado propiziazione. Quando a uno diamo nome Vittorio, o Andrea che significa "coraggioso", o Evaristo che significa "perfetto", gli conferiamo una qualit e di questa qualit desideriamo donargli il destino.  pure con intenzione propiziatoria che s'impongono nomi come Angelo o Leone o Pia. Ma quale destino in una onomatopea, cui manca persino la ragione delle onomatopee come nomi di animali domestici, e che  di imitare una voce, un verso, un grido? Se il nome  una forma di magia favorevole, nel soprannome, a parte la bamboleggiante scemenza dei nostri genitori, si cela forse anche una forma di magia sfavorevole. A uomo chiamato Bubi, o Riri, o Cicci (abbiamo un esempio vicinissimo di adulto chiamato Cincn) una vita eroica o soltanto seria  preclusa. Infinite le maniere, e non tutte consapevoli, con le quali noi cerchiamo di vendicarci sugli altri, e talvolta sui pi cari, di ci che ci scontenta in noi stessi, ci addolora, ci umilia. A queste cose forse ha pensato la Palmer, quando ha abbandonato il soprannome Kik e ha ripreso il suo nome Daniela. La mania dei soprannomi non  dei soli nostri gag (su questa parola vedrai mia nota pi oltre, nel capitolo dedicato ad Alarico). Bibin si chiamava una delle pi belle signore della Milano di Stendhal, e quel Buondelmonte che nel 1215 a Firenze manc la fede a una donzella Amidea e diede origine alla lunga e sanguinosa lotta fra Amidei e Buondelmonti, si chiamava Cec.
Anche il palazzotto mammelluto di terrazzini neri fregiati di scritte d'oro, ha ceduto il posto a un fratello del grattacielo che gli sta di fronte, il quale accende ogni sera sul suo fastigio l'infocato nome della Snia Viscosa.
Tale la sorte di chi  nato fra due civilt, di veder morire i falsi Vendramin e nascere i grattacieli, noi che forse non morremo mai, e forse non siamo nemmeno nati.
Marta Palmer un giorno ci fece visitare il suo negozio, ove come armature nell'armeria vegliavano pendule nelle vetrine le lunghe guaine di velluto nero che anche alla pi cicciosa massaia davano un aspetto ieratico da Wanda Landowska; le tuniche laminate che trasformavano anche la pi grassa borghese in Giovanna d'Arco; gli abiti a ramaggi che anche alla donna pi vizza davano una freschezza di giardino semovente. Poi, avendoci stimati degni di entrare, e scostando con cauta mano una portiera, Marta c'introdusse nel "santuario" dalle pareti tappezzate di viola, ove sopra un altare nero posava un trittico del pittore Martelli.
L'anno prima, sui bastioni di Porta Venezia, avevo assistito alla nascita della Fiera Campionaria. Era bambina la Fiera o eravamo bambini noi? Si andava alla Fiera Campionaria come alla fiera di Porta Genova, con umore bambinesco e chiassoso, non per gli affari ma per il torrone. Poi si traversava il sottopassaggio dei bastioni e si andava a prendere il caff alla Stazione Centrale. L'anima ottocentesca non era ancora spenta, e l'uso delle mescolanze perdurava: un ombrello era ombrello e assieme bastone, un canap era canap e assieme bagnarola, una stazione ferroviaria era il luogo di arrivo e di partenza dei treni e assieme luogo di ricreazione.
Poi venne il funzionalismo seguito da un corteo di idee puerili, e la dorata luce della civilt si spense. Sto sulla cima del mio grattacielo e penso alle felici mistioni che ammorbidiscono la vita e ci avvicinano alla perfezione. Penso all'uomo che ha in s anche la donna, all'angelo che ha in s anche il demonio. Alle felici mistioni finiremo per ritornare, ma quando?
Un doppio viale a ferro di cavallo saliva all'antica Stazione, circuiva un prato a conca, passava lunghessi gli alberghi che all'arrivo dei treni si succhiavano dentro i viaggiatori pi frettosi: il Terminus, l'Albergo Nord, il Palace che oggi si chiama Palazzo, e allora gli iniziati chiamavano Pless.
A misurare la distanza che mi separa da quel tempo, mi basta guardare dall'alto del mio grattacielo il Pless superstite, allora cos grande e ora cos piccolo.
Lo sguardo indugia con malinconia. I ricordi si svegliano a uno a uno. Era un amore vorticoso. Non tanto per la passione che entrambi ci divorava, quanto per le arti da cacciatore di martore cui io ero astretto in quel tempo di stretto puritanismo, ogni volta che dovevo traversare senza destar sospetti l'ingresso del munitissimo Pless, guardato da portieri insigniti di incrociate chiavi e da lift in giustacuori rossi, e l'indomani per andarmene al primo canto del gallo, attraverso corridoi misteriosi e declivi scale di servizio.
Quanto sprecona la giovent! Quanto poco sa approfittare dell'attimo che fugge! Tante fatiche da superare, tanti ostacoli da vincere, tanti pericoli da affrontare; e quando alfine ci trovavamo in camera, soli, al sicuro, chiusi nel cerchio del lume galeotto; anzich cogliere il premio sospirato, consumavamo la notte a guardarci negli occhi, a divorarci con gli occhi, ad amarci con gli occhi, soltanto con gli occhi. Ma  generosit forse, spreco, o non saggezza piuttosto e arte di capitalizzare la felicit? Il desiderio insoddisfatto vent'anni sono, oggi  ancor vivo in me, che altrimenti sarebbe morto. E una morta felicit che conta, in confronto a un desiderio vivo?
Nell'arte di conservare la felicit mediante l'inconsumazione dell'amore, mi ha preceduto Francesco Petrarca. Il Canzoniere  il poema della castit, di che egli ringrazia Laura nel XXI e nel 22esimo sonetto in morte di lei.
Lei ne ringrazio e il suo alto consiglio,
che col bel viso e co' soavi sdegni
fecemi, ardendo, pensar mia salute.
La castit  uno dei pochi mezzi che noi abbiamo di vincere la morte.
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NOTA: Eabani l'Adamo babilonese) era fornito di un potere magico sulla natura selvaggia. A fine di togliergli questo potere, Eabani fu indotto a perdere la sua verginit, secondo la nota credenza che la verginit conferisce ad ambo i sessi delle forze superiori". Alessandro Haggerty Krappe, Mitologia universale. FINE NOTA.
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Il premio dell'immortalit generosamente ci ripaga dello sforzo che la castit richiede.
Benedetta colei ch'a miglior riva
volse 'l mio corso, e l'empia voglia ardente,
lusingando, affren, perch'io non pera.
Il volgo che con le sue parole stesse "tira al sodo", si tira ogni volta la morte sulla testa. Morte cala sugli amanti soddisfatti, e non per nulla i Francesi chiamano petite mort il soddisfacimento del desiderio amoroso. C' di pi: nel soddisfacimento mancato l'uomo buio si crede vittima di una frode e di essere stato "fatto fesso". Di quante astuzie Morte vela le sue armi!
Lombardia non  Etiopia. In Lombardia la stagione delle piogge non divide l'anno in due periodi distinti, uno di azione, l'altro di contemplazione; ma anche in Lombardia le precipitazioni del Giove pluvio recano alcuni leggeri turbamenti, come di costringere, non fosse altro, questi uomini d'affari a rivestire i loro cappelli di una membrana trasparente e preservativa. La Fiera di Milano coincide con la stagione delle piogge, e questo ha generato la leggenda che la Fiera fa piovere. Ecco come nascono le religioni.
Una volta, secondo che volevano la pioggia o il sole, i milanesi mandavano un'ambasceria di maggiorenti in Comune, perch dessero incarico al segrestano di Santa Maria Segreta di esporre secondo i casi l'Angelo della pioggia o quello della siccit. Se il miracolo non avveniva, il popolo se la prendeva col sagrestano "che aveva sbagliato angelo". Anche oggi piove, terzo giorno della Fiera di Milano, ma poich la chiesa di Santa Maria Segreta  stata abbattuta nei primi anni del secolo e sostituita dal Palazzo delle Poste e Telegrafi, l'angelo non c' pi che potrebbe arrestare la pioggia. Segreta si chiamava quella chiesa, perch non si conobbe mai chi forn i mezzi per la sua costruzione. In sagrestia, presso i draghi e gli angeli miracolosi, era custodito il libro dei pestiferati del 1630, che da quella parrocchia "furono portati alli Lazzaretti sopra li carri". Lazzaretum  una corruzione di Nazaretum, del primo ricovero di appestati sorto a Venezia, presso l'isola di Santa Maria di Nazaret. Ma Nazaret  veramente esistita? Molti anni sono, il "Journal des savants" dava una strana spiegazione di "Nazzareno". Secondo quel dotto giornale, nazzareno era il titolo che gli ebrei davano ai loro primogeniti, mentre i protocristiani credettero che "nazzareno" significasse "nativo di Nazaret". A che questo affannarsi ad affermare l'esistenza storica di Cristo, o a negarla? Cristo  in noi,  nell'aria,  nelle cose, ancorch non quanto sarebbe desiderabile che fosse.  in quella misteriosa forma di amore che non nasce dal sesso.  nella piet che riempie lo spazio tra uomo e uomo e fa s che l'uomo si senta unito all'uomo.  nell'arcano sentimento che anima di s l'idea del bene, la quale diversamente - "platonicamente" - sarebbe sterile e immota. Anni addietro il "Simplicissimus" dimostr per burla che Ges era von Nazareth, e dunque nobile. Strana mentalit che mischia l'umorismo, l'irriverenza e il gusto dell'erudizione.
Piove una pioggia sottile, verginella.  l'aria stessa che si  messa a vivere in liquidi filetti. Questa pioggia non ferma la vita n costringe a ripararsi: invita anzi al gioco e a dare le parti nude del corpo al tocco di queste vispe freccioline, che il sole matto d'aprile, occhieggiando fra le nubi passeggere, accende tratto tratto di brillio. Chi assicura del resto che vivere sotto la pioggia, non sia la naturale condizione dell'uomo?
Quando io vidi nascere la Fiera, tra Porta Nuova e Porta Venezia, i bastioni serbavano ancora l'aspetto fronzuto e di passeggio che avevano al tempo in cui Stendhal, timido e voglioso, galanteggiava le belle milanesi alle portiere dei calesci.
Un giorno, cogliendo sul Corso il dialogo tra una signora milanese e il suo cocchiere, Stendhal ud imputare al maledett Bonapart i freddi precoci che dopo la Rivoluzione francese si erano abbattuti sulla Lombardia. Le dame milanesi tenevano per fermo che la catena delle Alpi costituisse un riparo ai venti del Nord, e che Napoleone, aprendo la strada del Sempione, avesse aperto un buco nel paravento. Io per parte mia stupisco dello stupore di Stendhal. Conosco un editore di libri di alta cultura, il quale molto si meravigli quando gli dissi che i fiumi non sono acqua del mare che se ne va a zonzo per le campagne. La strada del Sempione si chiama oggi ancora "la Napoleona", con un nome che fa pensare meno a una strada che a una ostessa cicciosa e gigantesca. S'intende che la signora di cui parla Stendhal era una signora avanti con gli anni, altrimenti non sarebbe stata a parlare col proprio cocchiere. Gli amori fra padrona e cocchiere davano la tranquillit, la sicurezza delle cose fatte in casa. All'avvento dell'automobile, gli amori fra padrona e cocchiere furono sostituiti dagli amori fra padrona e autiere. Poi, per l'accresciuta libert di costumi che rende gli amori fra pari sempre meno "importanti" e "pericolosi", gli amori fra padrona e servitore cominciarono a scemare. A onor del vero questi amori misti sono meno degli amori, che dei servigi appena pi intimi che il servo  chiamato a rendere alla propria padrona. E il servo di stile non approfitta di questa parziale intimit, per rivalersene in altri momenti della vita, e sovvertire i rapporti fra padrona e servo. All'amore completo, all'unione perfetta di anima e corpo, all'amore che si prolunga anche al di l dell'atto sessuale, la parit di classe  condizione indispensabile, come mostra anche Lope de Vega nel Cane dell'ortolano. Gli amori impari hanno il mostruoso degli amori bestiali, dell'amplesso di Pasifae col toro. Ed  questa mostruosit degli amori fra impari, che consente alla donna patrizia di non dare importanza agli amori con un servo.
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NOTA: "On assure que dans la partie mridionale de la Virginie, dans les Deux-Carolines, ou la Georgie, et mme dans la ville de Charlestown, de jeunes noirs absolument nus se prsentent devant leurs matresses, les servent  table sans qu'elles se doutent que cela soit indcent... A la vrit, il serait difficile de faire entendre  une habitante qu'un ngre et son mari sont deux tres de la mme espce". Snancour, "De l'Amour", chapitre "De la Nudit". FINE NOTA.
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Conosco una dama che una sera, incidentalmente, ebbe rapporti intimi con un plebeo. E costui, l'indomani, incontrata la dama, ebbe un atteggiamento intonato all'incidente del giorno prima. Del che la dama profondamente si meravigli. Chi era costui? Che voleva? A che alludeva? Un abbaglio evidentemente, un'aberrazione. La dama guard il suo amante del giorno prima, come se non lo avesse mai veduto. Zola avrebbe scritto un romanzo sulle sofferenze di quel plebeo, che a distanza di poche ore ritrova estranea, inavvicinabile, ignota la donna che gli si  concessa. Ma Zola non aveva pensato che soltanto la perfetta parit di condizione sociale (io aggiungo: e di condizione mentale) consente all'amore di sopravvivere all'amplesso. Questi abbagli, queste aberrazioni sono ribadite da certe espressioni retoriche e false come "darsi", "farla sua" ecc. Il linguaggio andrebbe rinettato delle troppe locuzioni insensate che lo ingrommano. Si continua a dire che il sole si leva e tramonta. Plebeo, il sole prenderebbe egli pure alla lettera queste locuzioni che gli attribuiscono movimenti che egli non si sogna di fare, e si metterebbe a girare intorno alla terra. Ma il sole plebeo non , e se ne sta fermo a guardare la terra che gli gira intorno.
Il mio amico Barilli, che alcuni anni sono fece il periplo dell'Africa e consegn questo suo viaggio in un libro pieno di fantasiosa bellezza, mi dice che questi servigi appena pi intimi che il servo  richiesto di rendere alla propria padrona, sono usatissimi tuttora fra le mogli dei funzionari inglesi del Sudfrica; e laggi non tendono affatto a scemare, sia perch il clima del Sudfrica  molto riscaldante, sia perch le mansioni del cameriere l sono disimpegnate da zul straordinariamente sviluppati nelle membra, e simili a statue di bronzo fornite non tanto di parola, quanto di calore e movimento. Resistere ai forti amplessi di quelle statue calde e semoventi, riesce altrettanto difficile alle mogli dei funzionari della Rhodsia, quanto riusciva difficile alle belt del tempo eroico resistere all'amplesso degli di.
L'acme degli amori ancillari la vide Roma. Marziale prende in giro, con poco spirito del resto, una grande dama di nome Marulla (marli in neogreco significa lattuga) perch i suoi numerosi figli essa non li aveva avuti con suo marito, ma col cuoco di casa, col flautista, con l'allenatore sportivo, con l'impiegato. A chi corrispondono nel personale di una grande famiglia di oggi il ludimagistro e il flautista? I poeti del secondo secolo ci insegnano che nelle famiglie pi signorili la moglie chiamava il marito ancillarolo, e il marito a sua volta scherzosamente riprendeva sua moglie perch preferiva "i portatori di lettiga": i lecticarii. Ma come non meravigliarsi che proprio il cristianesimo abbia favorito gli amori ancillari? Nel terzo secolo, Callisto papa decret la legittimit del matrimonio fra donne del patriziato e schiavi, e se questi matrimoni sancivano da una parte la cristiana egualit tra gli uomini, distruggevano dall'altra quelle distinzioni di casta che nell'amore sono pi necessarie che altrove. Praticato fra individui di classi diverse, l'amore piega nella prostituzione.
Oggi la Fiera ha una sua citt propria: una citt quadrata, lontana dal centro di Milano, circondata da lunghi edifici industriali, da alte case squadrate e disadorne, che intorno alla Citt degli Affari compongono come una chiostra di denti, cui manca qui un molare e l un incisivo.
Che avverr nella testa dei filologhi futuri, se sopra una esumata pianta della 21 Fiera di Milano troveranno parole come Salva, Censa, Scae? Se l'etrusco  oggi ancora una lingua oscura,  forse perch i vocaboli di questa lingua che finora hanno resistito ai pi gagliardi sforzi interpretatorii, non sono in verit se non i nomi dei prodotti industriali esposti, nel 1940 a.C., alla Fiera di Populonia. La parola Pater, trovata accanto a Cofa, Oxal e Dubied, getter una improvvisa luce nel buio delle ricerche. I filologhi esulteranno ma sar una luce illusoria, perch Pater non significa padre, come credono i latinisti, ma un materiale edilizio fatto a imitazione di quello usato dalle rondini nella costruzione dei loro nidi, ossia un misto di paglia e cemento.
Entro alla Fiera per l'"Ingresso Domodossola". Ai lati e sopra alti pilastri si ergono le divinit tutelari del commercio e dell'industria: Mercurio a destra in gonnellino e in atto di camminare, a sinistra una donna formosa che cala un gigantesco martello su una incudine nana. All'inizio del viale si annuncia con lettere cubitali il "Palazzo degli Affari". Una volta i palazzi erano soltanto dei re. Gli affari si trattavano nell'ombra, e "signore" era sinonimo di "uomo che non lavora". Oggi una nuova aristocrazia, il gancetto della stilografica sporgente dal taschino del panciotto, il libretto delle ordinazioni nella destra e nella sinistra quello degli assegni, segue gagliarda e pugnace il ptaso veloce di Mercurio.
La nobilt dell'affarismo milanese  di vecchia data. Nel 1350 i mercanti di Milano avevano gi una propria sede presso l'attuale via Armorari, e la chiamavano la Casa dei Banchieri. Raggiunta la massima potenza finanziaria in sede, i banchieri di Milano passarono a trattare con gli Stati esteri. Lombard Street documenta oggi ancora i prestiti che i milanesi facevano ad Arrigo IV d'Inghilterra, a Madrid la via de los Milaneses ricorda gli affari che i banchieri milanesi trattavano con la corte di Spagna, e in El mejor alcalde el Rey di Lope de Vega, don Tello de Neira dice:
Di que la regalar,
y dile que la dar
un vestido tan galn,
que gaste el oro a Miln
desde su cabello al pie.
La fine del paganesimo fu determinata in gran parte dal disprezzo dei gentili per il lavoro.
Colonne di scolaresche, comandate da maestrine impettite e marziali, sfilano agitando bandierine. I bimbi portano in testa delle bustine di carta gialla, sulle quali  scritto che la cioccolata Cima  "la cioccolata che piace". D'un tratto mi trovo coinvolto in una schiera di sordomuti, che parlano a gesti e si divertono un mondo. Sono paffuti e rubicondi, ma in tutti hanno una faccia sola. Sul margine del marciapiede una vecchierella vende biglietti della lotteria di Tripoli da una parte, e dall'altra lo strumento che molti considerano indispensabile per visitare la Fiera, ossia un paracqua chiuso dentro una guaina di carta oleata. Molti comprano i biglietti della lotteria, ma nessuno i paracqua. Attraverso il brusio delle scolaresche, la voce dei diffusori che propagano le canzoni di Vittorio De Sica, e lo strombettamento dei divani a motore che portano comodamente seduti in fila i visitatori che non amano camminare, un altoparlante grida: "Attenzione! Attenzione! La signorina Ivonne Paraguerra  invitata a recarsi davanti al padiglione dell'abbigliamento per una comunicazione che la riguarda". Ivonne Paraguerra! Era il maggio 1940.  dunque una forza magica nei nomi, la quale talvolta seconda ma pi spesso contrasta?
Modesto e gentile, il padiglione belga arieggia una comoda abitazione per ospitare la serena vecchiaia di un Filemone e Bauci del Brabante. Il bronzeo busto di Leopoldo III posa tra le palme, forse per un arboreo richiamo al Congo. Nel fondo del padiglione si levano trofei di annaffiatoi e liscivatrici.
La Fiera del 1940  l'ultima immagine del Concerto Europeo. Come un cannone dalla casamatta, un tubo d'acciaio sporge dal padiglione del Cogne.
L'aspetto ambiguo di questo tubo d'acciaio, pu essere il simbolo della meccanica d'oggi. Rivive nella ventunesima Fiera di Milano il misterioso paese di Erewhon, che Butler scopr "di l dalle montagne", e ove le macchine filiavano come mammiferi e obbedivano alle leggi dell'evoluzione. La parentela si stringe sempre pi fra macchine di pace e macchine di guerra. Atroci dubbi mi tormentano. A quali usi, agricoli o bellici,  destinata questa mostruosa Escavatrice, torva sotto la sua finta pelle di rana? Sotto l'enorme tettoia della Meccanica, un popolo di macchine si agita e urla. Urla l'Insaccatore. Urla il Crivello mobile per frumento mercantile. Urla l'aratro automobile ottovomere (quanto comodo avrebbero fatto queste sdrucciole all'autore delle Odi Barbare!). Urla lo Spandiconcime che ha le ruote rosse e il torace turchino. Urla la pompa con agitatore per concimaie, pozzi neri, irrigazioni, ecc. Urla il Frangipanelli. Urlano i Trattori Balilla simili a piccoli carri armati. Urlano gli aratri simili a grandi cavallette verdi, e smentendo il proprio nome urla anche lo Svecciatoio Silenzioso. Insensibili a tanto frastuono, due signori senza et, vestiti d'impermeabili abbottonati fin sotto il mento e il cappello coperto di cellofan, stanno immoti dentro una cabina di vetro, e fissano il vuoto con lucidi occhi da statue criselefantine.
Grandi contrasti architettonici distinguono lo stile complesso della Fiera. Di fronte al palazzotto medievale della Sardegna, irto di torrette merlate e fenduto di feritoie, ecco le pareti lisce, vetrine e alluminate del Triplex e del Padiglione dell'Abbigliamento. Sulla porta del padiglione sardo, una fanciulla tanto bruna che dardeggia riflessi azzurri come una creatura d'antracite, m'investe con un getto di profumo puzzolento. Scacazzando la mensa degli di, le Arpie credevano probabilmente di profumarla.
Mi fermo davanti a una vaccheria modello. In ogni posta brilla una vaschetta di maiolica, traversata a met da una rete di metallo. Perch l'acqua scenda nella vaschetta, la mucca deve spingere con l'umida frogia la rete di metallo e premere la molla che d lo sturo al tubo d'immissione. La meccanica meccanizza anche i ruminanti. Un grasso odore di cruti comincia a far nube sulla Fiera. Di fronte a Mottadoro, Perugina erge montagne di caramelle versicolori.
Passo alle varie applicazioni del Liquigas. Ecco la lampada Providus, di 1500 candele. Ecco il fornellino a sifone di seltz. Se il Liquigas deve alimentare cucine e impianti idrotermici, il sifone di seltz si trasforma in una grossa bombola posata sul pavimento. Il Moka Scerif spande le sue aromatiche seduzioni dentro un padiglione composto di barattoli colorati, e in questo medesimo padiglione s'impara che il Sapor  il condimento sovrano. Com' naturale, l'industria del Freddo  circondata da un tubo di gelo.
Ma il Sapor che pu contro l'offensiva alimentare che sta per essere sferrata? Mentre le sirene clamano mezzogiorno, le salsicce a catena entrano in movimento e cominciano a infilarsi dentro le bocche spalancate, come treni in un tunnel. Nel reparto delle specialit regionali, le fettuccine si snodano a chilometri e la porchetta romana fraternizza con i cappelletti torinesi. Nel Grande Ristorante Impero un grammofono canta: "L'incanto rifiorir", e poich la pioggia nel frattempo  cessata, Pietro Paolo Rubens si affaccia a una finestrella del cielo, mira lo spettacolo gastronomico della ventunesima Fiera di Milano, e onestamente riconosce che in comparazione le sue famose kermesse erano un ben magro asciolvere.
Arrivo al Parco dei Divertimenti. Che fa accanto all'"emozionante aereo del Cav. Manfredini", questo baracchino di fauna indiana? Un giovane bramino sorveglia la soglia del baracchino e guarda davanti a s con occhi di brace. Ai piedi del bramino una piccola mangosta, Herpestes javanicus, acerrima nemica dei serpenti, gira su se stessa prima di acciambellarsi sopra una tela da sacco. Nell'interno del baracchino, una cinquantina di scimmiette compatte in un sol gruppo e tremanti di freddo, danno una immagine ridotta ma fedele della povera umanit battuta dai flagelli.
Perch, o Signore, fai tanto soffrire gli uomini e le scimmie?
Questi tristi pensieri m'inducono a risalire in fretta al mio grattacielo, e appena arrivato in cima m'inginocchio sulla terrazza, e prometto alle divinit dell'aria di non scendere mai pi al piano dell'uman dolore.
Non ho mantenuto la promessa. Stasera sono ridisceso dal mio grattacielo, ma per salire,  vero, in capo a una breve ed affannosa corsa sul tragico pavimento degli uomini e delle scimmie, su un altro grattacielo. D'ora innanzi questi passaggi vedr di farli senza toccare terra, passando a volo da grattacielo a grattacielo, come un angelo di Giotto.
La signora Paola abita al piano decimoquinto, nel grattacielo maggiore della famiglia dei giganti di San Babila. La signora Paola ha capelli turchini come la fata di Pinocchio, ed  l'ultima depositaria della difficile arte del conversare.
Nel tempo della mia infanzia, l'arte del conversare era viva ancora e praticata con maestria somma dalla buona societ. Alle cinque del pomeriggio mia madre era parata di tutto punto, toque in testa, veletta sul naso, boa intorno al collo, mani nel manicotto, mazzolino di violette stofferine appuntato sul petto; si montava in carrozza e si partiva per "fare" le visite. Se ho partecipato talvolta a quelle spedizioni non  perch mi dilettasse, ma per una dura iniziazione alla disciplina della mondanit.  nel giro di quelle visite che ho imparato che la vita civile  una lunga e silenziosa fatica;  nel giro di quelle visite, pi che in chiesa, che ho imparato che la vita  religione. Sedevo sui cuscini della vittoria, alla sinistra di mia madre, una comune coperta scozzese ci copriva le ginocchia. In un solo pomeriggio si riusciva a "fare" cinque, sei, sette visite, talvolta otto. Molte di queste per erano visite irreali, per una tacita intesa fra visitatrice e visitanda. Il domestico appariva sul portone e annunciava in un sorriso di squisita ipocrisia che "la signora non  in casa", ma si sapeva, si sentiva che la signora era in casa, e a occhio esperto non sfuggiva l'impercettibile movimento del brise-bise dietro il quale l'"assente" signora era appostata a spiare, e, duello maestroso, prima che il domestico avesse terminato di formulare la sua melata menzogna, il lacch della visitatrice gli aveva gi messo in mano il cartoncino spezzato in un angolo, segno che il biglietto non era stato trasmesso da mercenaria mano, ma recato di persona. Ho detto: "Il domestico appariva sul portone" perch abitare in appartamenti era in quel tempo da gente piccola, e la "buona societ" abitava palazzine, o, nel caso peggiore, villini. Eguale distinzione era nell'antica Roma. "I regionari, ossia le guide cittadine della Roma del IV secolo, ci danno 1782 domus e 46.290 insulae. Le domus erano i palazzi padronali, le insulae le case d'affitto con cinque o sei appartamenti ciascuna (cenacula). Mentre le case d'affitto, a cinque o sei piani, ammassate in vicoli stretti e bui, offrivano un alloggio miserabile senza acqua corrente, senza servizi, a una moltitudine enorme, i palazzi dei ricchi invece ostentavano marmi preziosi e grandi spazi". (Sant'Ambrogio e la sua et, A. Paredi, ed. Ulrico Hoepli, Milano, 1941). Anche nella maniera di ripiegare il biglietto era modo di manifestare la propria personalit: chi faceva un corno in alto e a sinistra, chi in basso e a destra, chi pi grande e chi pi piccolo, chi piegava interamente il biglietto nel mezzo, chi pi da una parte e chi pi dall'altra. Ma costoro erano gli originali e i bizzarri che si volevano distinguere dagli altri: la gente seria si atteneva al modo classico, che era di spezzare il biglietto in alto e a sinistra.
Alcune di quelle visite, e questo pure per tacita intesa tra visitatrice e visitanda, non erano puri simboli ma acquistavano realt. Le pi gradite erano serbate per la fine del pomeriggio, ed era una finezza dire alla padrona di casa entrando nel suo salotto intorno alle sette e mezzo di sera, che "si veniva cos tardi perch ci si era voluti sbarazzare prima delle visite d'obbligo". Dopo di che si passava a enumerare tutte le case nelle quali in quello stesso pomeriggio si era andati a pousser du carton. Si entrava in quei salotti come dentro un'uccelliera. Si suscitavano gli squittii, i gorgheggi, i trilli, i sfoli, i chioccoli di tutte le galline e gallinelle, faraone e tacchine, fagiane e ppere, oche e pernici presenti; tra le quali nereggiavano alcuni corvi e alcuni merli, alcuni pettirossi e alcuni pispolini. Erano men gravi gli uomini d'allora, meno indaffarati di quelli di adesso? Ventenni florescenti e quarantenni conciati dalla maturit, aitanti trentenni e settantenni cachetici e vacillanti "facevano" essi pure le visite tra le cinque e le otto, popolavano i salotti, il sedere protetto dalle falde del tait, il collo serrato nella gogna del solino inamidato altrimenti detto il "favorisca in questura", la sinistra guantata di giallo e sbarrata sul carpo da tre grosse bacchette nere, seduti a fior di chiappe sull'orlo di un puf, la tazza di t in mano e il cappello a tubo posato sul tappeto, come un abbrunato recipiente notturno. Si era accolti come apparizioni miracolose. Gridi di gioia ci salutavano all'ingresso, urli di ammirazione, cori di lodi; e la malignit aveva la stessa voce dell'elogio sperticato.
Cominciava la conversazione, ed era come se si aprisse un gioco di acque. Leggere, agili, volanti, le frasi partivano a razzo, si curvavano ad arco, si univano, si separavano, si riunivano, s'intersecavano, s'intrecciavano, si serravano a mazzo, ricadevano a ptali di crisantemi, salivano, scendevano, crescevano, diminuivano, si accendevano, si spegnevano, correvano o rallentavano, avanzavano diritte o a scatti, d'un sol pezzo o a frammenti, arricciate o lisce, rubiconde o pallide, brillanti o opache, a stella filante o a coriandoli, susurrate o declamate, forti o deboli, nervose o placide, enfatiche o piane, oratorie o sciatte, agghindate o familiari, adorne o nude; e quando la conversazione era finita, e per una curiosit retrospettiva, di cui nessuno del resto sentiva lo stimolo, ci si domandava che cosa era stato detto in quella conversazione, ci si accorgeva che in quella conversazione cos ricca, cos spumosa, cos brillante, non era stato detto nulla.
Non bisogna credere per che in quelle conversazioni non si dicesse nulla, perch non si trovava nulla da dire. La difficolt di parlare solo quando si ha qualche cosa da dire,  difficolt comune; mentre la vera e grande difficolt consiste nel parlare senza dire nulla, pur rispettando l'architettura e il tessuto di una conversazione nella quale si ha l'aria di dire tutto; ossia parlare per sola sapienza d'arte. La quale non s'acquista se non nella fase suprema e dorata di una civilt, quando il tempo delle grandi azioni  passato, ed  passato pure quello dei simboli che commemorano le grandi azioni; n si avverte pi necessit di scassare ogni giorno il suolo per renderlo atto a nuove semine, suscitare nuove idee, dare orecchio al passato, ascoltare la voce del destino; ma rimane solo il gusto delicatissimo di ornare leggermente la vita, e solo in superficie ancora cos da non intaccare le sue basi considerate solide ormai e definitive; il piacere, per cos dire, di mettere la vita in musica. E a me cui galleggia ancora nell'umore della coclea la musica "educata" di quelle conversazioni, ora che arte di conversare non c' pi, ma scontri selvaggi di voci, soliloqui chiusi nella loro pazzia, desertici silenzi; mi  venuto a poco a poco il convincimento che in quei sapienti conversatori l'idea non ci fosse neppure di parole e significati, ma il desiderio soltanto di adornare di suoni leggeri e passeggeri quei salotti, cos adorni per altro di tappeti e tendaggi, di mobili morbidi e carnosi, in fondo ai quali, come in fondo a una foresta, dormiva un favoloso segreto.
Erano discorsi in musica. E dopo tanti anni che io non li udivo pi, ho riudito quei medesimi discorsi in musica due anni sono, a Siena, nel settembre 1940, alla celebrazione degli Scarlatti fatta dall'Accademia Chigiana, nelle cantate di Alessandro Scarlatti ov' tanta eloquenza, tanta enfasi, tanta solennit, e gli archi vanno su e gi con bell'assieme, come le gambe di un reggimento in parata, e i cantanti ripetono a una voce lo stesso vocalizzo; e alla fine della cantata tu ti accorgi che non hai udito niente, ma sei egualmente felice, come se tu avessi udito il luminoso parlare di un dio.
Non  vizio cercare un significato segreto, riposto, profondo della vita? Sperare di veder brillare nella voce dell'uomo la scintilla della divinit?  con questi inganni che la divinit si salvaguarda. Dio ha messo nell'uomo questa sete del profondo non tanto per punirlo, quanto per tenerlo a bada e deviarlo dal suo tentativo di innalzarsi fino a Lui. E l'uomo che crede indiarsi scavando sempre pi profondo, consuma intanto le sue forze in un lavoro di Sisifo. La sola rivalit che Iddio teme,  quella di coloro che sanno la vanit della ricerca, e per indifferenza, insperanza, afede, sono simili a Lui.
Se la digestione al decimo piano  facile, al decimoquinto essa  addirittura angelica. Malgrado le lasagne verdi, la lepre in salm e il Monte Bianco ingurgitati in grandi quantit alla tavola della signora Paola, non sentiamo peso di corpo, Fabrizio e io, mentre stiamo silenziosi alla finestra e contempliamo sotto a noi Milano distesa nella notte.
Il telefono squilla nel salotto, la signora Paola stacca il ricevitore bianco e alla lontana voce che le parla da Amsterdam risponde in un francese da contessa Tolstoia, un cinguettar di uccelli: un gazouillis.
La citt brilla sotto a noi come un mare sparso di occhi accesi, ma nessuna voce arriva quass nei nostri spazi interstellari.
Sola nel cielo notturno, minuscola e immensa, la Madonnina d'oro veglia su Milano.
Forse  arrivata anche per noi l'ora dei figli di Maria.
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FALLATAJ.
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"Dio ci ha data la vita, tocca a noi darci la bella vita". Questa massima  tratta da quel piccolo zibaldone intitolato Le sottisier, nel quale Voltaire deponeva via via pensieri e notazioni. Molte di queste sono prive di senso, o almeno lo hanno perduto.  il solo libro di Voltaire nel quale ci sia un poco di mistero. Questo per non ce l'ha messo l'autore, ma il caso. Voltaire era l'intelligente delle cose stupide, e per questo riesce tanto gradito a coloro che stanno sopra l'intelligenza, tanto sgradito a coloro che stanno sotto.
Dio ha dato la vita ai milanesi, la bella vita i milanesi provvedono a darsela da s.
"Darsela da s" molti diranno che  un errore di grammatica, ma io preferisco un errore di grammatica a un errore di gusto. L'uso di "loro" nella forma obliqua costituisce uno dei pi gravi intoppi della lingua italiana, e poich i grammatici non provvedono a rimuoverlo, io me lo rimuovo da me.
Della bella vita fa parte anche la gastronomia, anzi la domina. Si badi a non confondere bella vita e vita bella. Una  bonaria e godereccia, l'altra estetizzante e dannunziana. Meglio che di gastronomia milanese, si deve parlare di "civilt alimentare".
Il palato di Milano ha tradizioni illustri. Al tempo di Renzo Tramaglino, anche le lamentazioni del popolo erano espresse per simboli alimentari, e alle gride di Don Giovanni de Mendozza marchese de la Hynojosa, che imponeva a molti osti di chiudere bottega, cos rispose il poeta Maggi, per bocca di Meneghino:
"Mortadell di Tri Scagn - Busecca della Goebba - Passaritt di Tri Merla - Carna de manz del Pioeugg - Ris in Cagnon del Fus - Supp sbroeuscer di Tre Leguer - Formai de la Cagnoeura - Stracchin de la Senaevra - Guarnazza del Bisson - Moscatell di Tri R - Montarobbj del Gall - Pondestura del Gamber - Malvasia d'Offel".
Ugo Foscolo chiamava Milano Paneropoli, che vuol dire Citt della panna, dal che appare che si pu essere ottimi poeti ma non anche uomini spiritosi.
Per associazione fonica, la Paneropoli di Ugo Foscolo ci fa ricordare Paneroni, il pazzo dell'astronomia, che circa il 1918 firmava sui muri di Milano grandi scritte a carbone che sonavano cos: "Astronomi somari, avete sbagliato tutti!". In che avessero sbagliato gli astronomi non si  mai saputo di preciso, ma in una citt cos cultrice delle scienze come Milano, vuol essere rappresentata anche la scienza pazza.
Chi assicura del resto che la pazzia fosse nella testa di Paneroni, e la saggezza in quella degli astronomi che non scrivono sui muri ma nei libri?
Prima del pazzo dell'astronomia, Milano aveva ospitato il pazzo della filosofia. Costui si chiamava Gregorio Pezzoli, ma era pi noto col soprannome di Fallataj. Fallataj era autore di libri di pensiero, e la sua opera capitale, Perch ho dato agli uomini luce e verit, era per Fallataj ci che Il mondo come volont e rappresentazione  per Arturo Schopenhauer. I libri di Fallataj erano esposti in una piccola libreria di via Larga, e recavano in copertina il ritratto dell'autore.
Pi che come filosofo, Fallataj era celebre a Milano per le sue qualit vestimentarie. Portava dei completi da direttore di circo, chiarissimi e a quadroni, e i suoi candidi panciotti di millerighe davano idea che Fallataj si reggesse sullo stomaco una piccola tomba; sotto al bombino caffellatte, un'ampia chioma gli pioveva sulle spalle, inforforandole via via e spolverandole. Di falsi Cristi in quel tempo di libero pensiero era pieno il Quartiere Latino di Parigi, lo Schwabing di Monaco, la stessa Galleria di Milano, ma nessuno che alla chioma nazzarena associasse un'eleganza di manichino. In questo era il carattere originale di Fallataj.
Per nulla al mondo vorrei macchiarmi di barbarismi, ma sento il dovere di chiarire che millerighe  il nome italiano di picch.
Quando Fallataj andava in giro per Milano, i ragazzi di strada lo seguitavano a distanza, additavano la sua chioma nazzarena, gli gridavano dietro con la cadenza dell'esortatore navale: "Fallataj! Fallataj! Fallataj!". Da qui il soprannome.
Sembra una vita comica e invece era una vita tragicissima. Sotto quel panciotto marmoreo, dietro quei baffetti lustri che di tanto in tanto egli si affilava con le dita umettate di saliva, di l da quello sguardo rigido e lustro, oltre quell'apparenza di automa a sistema di orologeria, colui che aveva donato agli uomini luce e verit viveva un'angoscia senza tregua, macerava in una disperazione muta, s'irrigidiva dentro la prigione del ridicolo, che la crudelt degli uomini gli aveva murato intorno. Posare gli occhi su quell'uomo, ludibrio di tutta una citt, mi sembrava vergognoso e vile. Quando vedevo quel San Sebastiano dello sbeffeggiamento arrivare di lontano, isolato dentro una zona vuota, solitario come un lebbroso, io abbassavo lo sguardo e pensavo agli eroi.
Amore, affetti familiari, a tutto aveva dovuto rinunciare Fallataj. Anche la solitudine gli era vietata.
Un giorno, era estate, Fallataj fu visto arrivare dal fondo di via Dante. Travers i Portici Settentrionali, imbocc la Galleria, and a sedersi a un tavolino del Biffi e ordin un gelato. Quel pensatore aveva dei gusti da gatta, leccava i gelati di crema con la lingua penzoloni. Un cerchio di curiosi gli si strinse intorno.
D'un tratto, una voce piccina, puntuta, grid: "Fallataj!".
Fu meno forte quel giorno l'animo di Fallataj? Una nube di sangue gli pass sulla faccia di cera. La sua mano scatt: butt indietro la falda della giacca a quadroni, tir fuori dalla tasca posteriore dei calzoni una grossa rivoltella nera, la pos sul tavolino accanto al gelato, che intanto si andava disciogliendo in un laghetto iridescente.
Ma quella mano non minacci. Il braccio indi a poco ritorn tranquillo alla sua positura da zampa di cavalletta, il pollice agganciato alla svasatura del marmoreo panciotto. Le gambe rimasero immobili e accavallate, a far mostra delle caviglie fini, delle ghette bianche, delle scarpe di coppale, lucide e puntute come siluri. Mai un istante lo sguardo di quell'uomo che viveva un incubo, smise di guardare diritto davanti a s; e a non vedere. Allora i beffeggiatori indietreggiarono come belve davanti al fuoco, si scavalcavano a vicenda per porsi ciascuno al riparo dell'altro.
Per alcuni giorni Fallataj non fu veduto a Milano, e forse ebbe a che fare con la questura. Quando riapparve, aveva i capelli corti.
I ragazzi ricominciarono a perseguitarlo. Solo il grido mut. Gridavano: "Lasciala crescere!".
Chi ha detto che la gastronomia intorbidisce lo spirito e la sensibilit? Jarro aveva dedicato la maggiore attivit della sua vita al mangiare, e a suo tempo fu l'uomo pi spiritoso di Firenze, che non  poco dire. Il suo corpo si era arrotondato in una forma cos compiutamente sferica, che sembrava il Mondo a passeggio. La tavola era per Jarro ci che il palcoscenico  per l'attore. A mensa Jarro dava spettacolo. Lo invitavano nelle case per fare mostra delle sue straordinarie capacit pappatorie. Durante lo svolgimento normale del pasto, gli altri commensali accompagnavano il campione col duello sonante delle posate e il silenzioso arrotare delle ganasce. Poi i concorrenti via via deponevano le armi e Jarro rimaneva solo. Cominciava il suo monologo e il suo canto solitario, il suo peana e il suo treno (significa canto di lamentazione, non convoglio ferroviario). Intorno, la faccia imbestiata da un compiacimento idiota, i satolli, gli abbottati, i vinti lo guardavano "lavorare", salutavano i bocconi pi grossi con gridi di ammirazione, come la folla dell'arena al colpo dell'espada fra le corna del toro, come la folla dello stadio al goal. Sussulti dello stomaco punteggiavano i ditirambi, e le pance ballavano dentro i panciotti del frac. Assistei io pure a uno di quegli agoni, e ne serbo un'impressione tristissima. Che  la compassione che ispira l'uomo magro, l'uomo macilento, l'uomo ridotto a pelle e ossa, in confronto a quella che ispira l'obeso e il suo sguardo di cane piangente e soffocato dai banchi di grasso? Jarro diceva che per mangiare un cappone bisogna essere in due: lui e il cappone. E con questi canti d'allodola, con questi fiorellini di poesia egli alleggeriva un poco il fardello della sua vita, che era di mangiare, mangiare, mangiare. Venne la notizia che il capitano Peary era arrivato al polo artico. Jarro sollev la testa dal piatto e domand: "Che differenza c' tra il polo nord e un gabinetto?". Tutti tacevano in attesa. "Nessuna," rispose Jarro "perch entrambi sono esposti a tutti i venti". E ricominci a mangiare. L'associazione di mensa e latrina definisce il personaggio. Jarro abitava in Piazza del Duomo, l'interno di un armadio di sacrestia. Barilesco e porcino, Jarro si moveva con prudenza tra le stole e i paramenti filigranati d'oro, sui quali erano appuntati con le cimici ritratti di attori e di donne nude. Una veste da camera scarlatta lo copriva tutto. Camminava senza piedi. Riuniva nella sua persona gli aspetti del cardinale, del gambero cotto e della matresse.  spaventoso pensare la morte di Jarro, gli sforzi dell'anima per liberarsi da quella prigione di grasso.
Gastronomo era anche Apollinaire, che pur  stato l'animo pi gentile, il poeta pi malinconico e casto del suo tempo. Egli nutriva una predilezione filiale per la cucina italiana, e gli agnolotti soleva rossinianamente condirseli da s.
I grandi mangiatori hanno bocche da neonati. Un giorno, guardando Apollinaire alle prese con i suoi agnolotti prediletti, ricordai l'apologo del cammello che vuole passare attraverso la cruna. Ci avveniva a Parigi, nella trattoria della vedova Baty, che conserva nel muro maestro un proiettile del 1871. La bocca di Apollinaire rimaneva piccolissima pur nella massima dilatazione, e guardarlo mangiare dava l'angoscia delle grandi impossibilit.
Bocca da neonato  anche quella del mio amico Broglio, pittore prismatico e solitario, editore un tempo dei "Valori plastici", culla dell'arte moderna italiana. Se credessi alla saggezza della natura, penserei che la bocca piccola  un freno alla voracit dei grandi mangiatori; ma alla saggezza della natura io non credo.
Anche Rossini aveva una bocca da neonato, e formata a bocca d'elefante. Nella sua vita senza dramma, Gastronomia gareggi con Euterpe e vinse. Eppure Rossini era musicista cos spiritoso, che Schopenhauer, estimatore pi dello spirito nell'arte che della profondit, se lo era scelto come suo musicista favorito.
Abbiamo ritrovato Rossini al Museo della Scala, nella saletta a lui riservata, ove egli se ne sta pacioso e abbondante. Fino all'altezza del budel gentile (cos  scritto nel "Vero disegno degl'interiori del corpo humano dedicati alli signori barbieri & professori di chirurgia nella citt & ducato di Milano l'anno 1663") la figura del musico  fusa nel bronzo e accenna la rotondit della pancia, ma all'altezza del budel gentile la figura si tronca e strapiomba sul marmoreo piedistallo.
Autorevole e ventilato di sorrisi, il Maestro presiede con affabilit l'assemblea delle sue interpreti: Giulia Grisi, Marietta Brambilla, le due Marchisio: preziose uccelle imbalsamate nel raso delle crinoline, socchiuse le inestimabili bocche e pronte a dare miracolo di s, le interpreti fissano l'occhio nelle spirali della melodia, levano le dita fini ad afferrare nell'aria i fili d'oro delle fioriture, le scalette dei trilli, i tondi raggiati delle corone.
Volendo, le interpreti di Rossini si pu ancora udirle in questa saletta raccolta e piena di fossili armoniosi, lontano lontano, come un canto d'oro antico, come un canto d'antichissimo turchino. Ma questa prova richiede una concentrazione troppo grande, uno sforzo che prostra, e noi, tutto sommato, del bel canto non sappiamo che farcene.
Per i ristoratori milanesi il mangiare  cosa poetica. Spesso la lista delle vivande  in versi:
Filetto aringa affumicata e burro.
Risotto milanese con tartufi.
Code di gamberetti olio e limone.
In ogni tempo Milano  stata patria di gloriose osterie. Quella del Pozzo e quella del Falcone (hospitium Falconis) erano ricordate gi nel 1397, ma "ospizio" vicino a osteria oggi sonerebbe male. Altre sono scomparse da pochi anni, come i Tre Re, il Rebecchino, il Cappello. Alcune sopravvivono come il Laghetto, il Bissone.
Talune erano note per le loro specialit. Al Ronchetto, fuori Porta Ticinese, erano cucinate con grande squisitezza le rane, che all'oste non costavano nulla, perch si trovavano in quantit in quel terreno acquitrinoso. A Milano la rana era un totem molto venerato. Molti luoghi nonch della periferia, ma del cuore stesso della citt erano chiamati cantarane, dal cantare che vi facevano le rane in qualche poco d'acqua che vi si trovava. Poeticissima nominazione. Poetico  il canto della rana. Non aristofanescamente soltanto, ma anacreonticamente poetico. Sia che la rana canti solitaria nella notte, e il suo fischio trillato, fiancheggiato da periodici coax coax e intercalato di brechechx, salga nella malinconica luce della luna - nel qual caso il lamento della rana  il lamento stesso di Orfeo a Euridice; sia che un coro di rane empia la notte del suo batrfono pannictismo. Gli Americani del tempo di Washington uscivano di notte dalle loro citt di legno, e per intellettual diletto andavano in riva agli acquitrini a udire i "concerti di rane". Canto frenetico. A chi questo batracio, fratello notturno della cicala, non d idea che il petto stia per spaccargli dalla passione?  nel coro delle rane un tremolare continuo, e tanto ritmo che esclude il ritmo, tanto suono che esclude il suono. E la confusione dell'ebbrezza. Significativo per quegli "antichi" Americani, nel "concerto delle rane" c' gi il delirio del jazz. Fu un tempo che la rana in Lombardia era una piccola dea. A Como il culto del dio rana si perpetua ancora, e la piccola rana di marmo, scolpita sul fianco della cattedrale,  rosa dagli attoccamenti dei fedeli, quanto il piede del San Pietro nero in Vaticano.
In primavera i milanesi andavano a succhiare gli asparagi alla Melgasciata, presso il bosco della Merlata, nel quale operavano Battista Scorlino e Giacomo Legorino, famosissimi briganti. Vorrei sapere se nella manducazione dell'asparago, Freud vedeva nient'altro che una operazione alimentare.
Nella Farsa del Bracho e del Milaneise inamorato in Ast, il "Milaneise" in Asti non trova da mangiare:
"Ho mi cercad - de qua e de l per i ostarii - Da fa banchitt e leccarii - Ma el non se trova de magn".
Allora il povero "Milaneise" pensa alla sua citt:
"Vada a Mireen chi vuol guadagn - Vu avr lasagn - piena scudella".
Goldoni arriv a Milano nel 1735, e passeggiando un giorno con un amico fuori Porta Tosa, entr nella famosa osteria della Cazzuola, "che i milanesi pronunciano Cazzeula". Ecco il commento di Goldoni: "Non si fanno a Milano passeggiate n si mette insieme divertimento di qualunque sorte sia in cui non si discorra di mangiare: agli spettacoli, alle conversazioni di gioco, a quelle di famiglia, siano esse di cerimonia o di complimento, alle corse, alle conferenze spirituali, sempre si mangia. Per questa ragione appunto i Fiorentini chiamano i Milanesi "lupi lombardi"". (Carlo Goldoni, Memorie, cap. 30). Sconoscente avvocato, che non solo dimentic il pollo con i cavoli e le cotenne e la celebratissima busecca servita all'ombra dei giganteschi platani della Cazzeula, ma anche i suoi amori con Margherita Biondi, ai quali quella famosa osteria fu dolce ricetto. Senza dire che la civilt quando arriva al suo pice, diventa naturalmente conviviale e la tavola centro della vita, anche spirituale: vedi Atene di Alcibiade, Roma di Petronio, Firenze di Lorenzo il Magnifico, Parigi di Brillat-Savarin. Quel mio carissimo amico, con il quale giochiamo a fingerci parenti, mi faceva notare (era il 1936) che le fotografie di avvenimenti o mondani, o politici, o artistici che pubblicavano i giornali di Parigi, coglievano quasi sempre i Francesi o seduti a tavola, o col bicchiere in mano. Civilt troppo squisita. Infatti... Nel Journal di Andr Gide, il djeuner  usato come il pi sicuro, il pi costante riferimento ai fatti, avvenimenti, considerazioni: "djeuner avec Copeau... djeuner avec Vil-Griffin... djeuner chez les Charles Gide...". I membri della Giuria dei premi letterari, a cominciare dal Goncourt, deliberano nel corso di un djeuner. I Francesi fanno assegnamento nell'euforia che un buon djeuner procura, e soprattutto i vini che lo irrorano, per concludere felicemente gli affari. I proprietari di una delle pi note gallerie d'arte di Parigi, operavano cos: riunivano nella loro casa un gruppo di persone suscettibili di acquistare quadri, sculture, ecc., le collocavano intorno a un djeuner succulento e annaffiato di vini capziosi, e dopo il pasto, in piena euforia, li facevano passare nella galleria adiacente alla sontuosa sala da pranzo, e l combinavano gli affari assai meglio e ben pi facilmente, che se quegli amatori d'arte fossero stati a digiuno; senza dire che non  facile rispondere di no, a chi vi ha fatto mangiare bene e bere meglio. Anche proverbialmente i Francesi dicono che gli affari vanno conclusi entre la poire et le fromage. Anche gli di del resto, per concederci le grazie, vogliono essere nutriti. Sulla pera e il formaggio noi abbiamo il nostro: "Al contadin non far sapere...". Questo detto popolare lo conoscono anche i sassi, ma alcuni uomini lo ignorano ancora. Ero in vagone ristorante, tra Genova e Viareggio. Sedevano di fronte a me due uomini che, pur non conoscendosi, avevano attaccato discorso. (Occorre dire che io non appartengo alla specie dei viaggiatori che attaccano discorso? La conversazione  gelosa quanto l'amore: occorre una lunga e provata intimit, una piena fiducia per potersi parlare). Alle frutta, uno di quei due, tipo di uomo "che si parla addosso", ramment i terribili versi: "Al contadin non far sapere - quanto  buono il cacio con le pere". L'altro viaggiatore si ferm con la forchetta in aria. Pieno di ammirato stupore. Non aveva mai udito questo proverbio e straordinariamente gli piacque. Se lo fece ripetere due, tre, cinque volte. Poi se lo ripet da s, se lo centellin, se lo mand a memoria. Mi credevo un uomo mite: mi accorsi in quel frangente che, sotto la mia apparente mitezza, celo istinti da assassino.
Ai nostri tempi, Milano ebbe un laboratorio di culinaria sperimentale: il ristorante Bonola. Se Apollonio di Tiana conosceva tutte le lingue, a imitazione degli apostoli i quali acquistavano questa conoscenza soltanto nel giorno della Pentecoste, Bonola conosceva tutte le cucine del mondo, e da questo universale della gastronomia aveva dedotto con molta pazienza, con molta intelligenza, con molto studio, una cucina "sua". Bonola era un mistico dei gaudii palatali.
Il locale era di modesta apparenza, ma non entrava da Bonola chi voleva. Bonola aveva una clientela sceltissima, gente che si faceva fare tutto su misura: le scarpe, le sigarette, i pasti. I suoi clienti Bonola li conosceva uno per uno, intimamente, nella vita e nei gusti. Dir meglio: i suoi clienti Bonola se li sceglieva da s. A ciascun cliente egli preparava una cucina personale, piatti che "somigliavano" al cliente, riflettevano i suoi desiderii, illustravano il suo carattere. Erano "pasti ritratto".
Un giorno entr da Bonola un tale. Fu come l'apparizione di un uomo nero, di un bruto, di un mostro infoiato in mezzo a un girotondo di bianche educande. I clienti si guardarono esterrefatti, ciascuno la forchetta sospesa sul proprio ritratto culinario. Bonola sped con molta discrezione un cameriere ad avvertire l'intruso che quello non era posto per lui; ma quegli si risent, fu insistente, cocciuto.
"Facciamo pagare molto caro" confid il cameriere con l'untuosit di un consigliere spirituale.
"Pagher!" ribatt colui, e volle la lista delle vivande. Gli dissero che da Bonola lista delle vivande non c'era.
"Fatemi mangiare lo stesso".
Bonola, secondo il suo costume, compose il pranzo da s: un brodino, due uova su canap di asparagi, qualche cosuccia per terminare. E finito colui di mangiare, Bonola gli present il conto: 270 lire.
Citato in pretura, Bonola dimostr che ci aveva rimesso: gli asparagi li aveva fatti venire dall'Egitto, la cottura delle uova all'occhio di bue gli era costata 200 lire di cgnc.
Nel firmamento della culinaria milanese, Bonola fu appena una cometa: brill due anni, e poi pass.
Milano  centro di una compiuta civilt alimentare. Vari i modi di misurare la statura di una civilt. Alcuni la misurano dalla consumazione del sapone, altri dal modo di mangiare.
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NOTA: "Le got, ce sens, ce don de discerner nos aliments, a produit dans toutes les langues connues la mtaphore qui exprime par le mot "got", le sentiment des beauts et des dfauts dans tous les arts". Voltaire, Dizionario filosofico, voce" Le got". FINE NOTA.
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Io preferisco il secondo modo. Misurare una civilt dalla consumazione del sapone  una posa molto sparsa ai nostri giorni, soprattutto fra i neofiti del bagno quotidiano. C' nel culto della pulizia un pudore sbagliato, un malinteso orgoglio, una errata interpretazione dell'onore, un falso concetto dell'aristocratismo. Principio dell'aristocratismo  il conservare, e al conservare il lavarsi nuoce.  da stupidi,  da plebei vergognarsi del proprio sudiciume. Il mio amico Caterino, l'"uomo della nebbia" di cui parlo in altra parte di questo libro, diceva per perifrasi: "Alle sette io sono in acqua", con che voleva significare che alle sette egli era gi levato, ma soprattutto che faceva il bagno tutti i giorni. Quando penetrai il mistero della sua vita, scoprii che Caterino, allora sui trentacinque anni, aveva fatto s e no una decina di bagni in tutta la sua vita di adulto. Al falso pudore di confessare il proprio sudiciume, fa riscontro il falso pudore di confessarsi poveri, di confessarsi malati. Illustri esempi suffragano la nobilt del non lavarsi. Si dice che Goethe fosse sudicissimo e affezionato al proprio sudiciume. Del pari Leopardi. (Gi odo voci che protestano indignate, gi vedo arrivare lettere piene di documentato sdegno: avverto questi non interpellati eruditi che le loro lettere, le loro proteste morranno ai piedi della mia gelida indifferenza). Michelangelo si toglieva gli stivali s e no una volta il mese, e ogni volta veniva via anche qualche pezzetto di carne. Non parliamo del sudiciume di Gemito, l'uomo che parlava con Dio. Dio del resto preferisce gli uomini sudici, e quando si dice che Dio "riconoscer i suoi", s'intende che Dio individuer a fiuto coloro che non si lavano. Idrofilia e cristianesimo fanno a pugni. L'uso progressivo dei bagni in piscina o in tinozza, delle docce a fissa rosa di annaffiatoio o a tubo flessibile, le abluzioni di ogni genere marciano di conserva col regresso del senso cristiano della vita. Tolstoi non si lavava, e caro gli era ritrovare sotto il camice del contadino, l'odore del fratello mugicco. A fine di evitare la fastidiosa necessit di lavarsi, Picasso bada a non insudiciarsi. Del resto la fobia di Picasso per il bagno ha una ragione psichica, e se Picasso ha paura del bagno,  perch teme di sciogliersi in acqua come il sapone e ridursi a una palla di schiuma, segnata nel mezzo da un occhio nero e fisso. Non si dimentichi peraltro che nella mania balnearia c' il germe della decadenza. Dice Stendhal in un passo delle Promenades dans Rome: "Les Thermes d'Agrippa contenaient cent soixante-dix bains, et furent les premiers que l'on vit  Rome; ce fut un signe de dcadence dans les moeurs; Csar et Caton allaient se baigner au Tibre". Doveva aggiungere per che la gente anche pi attenta di Cesare e di Catone alla propria salute metafisica, non si bagna nemmeno nel Tevere.
Base della civilt alimentare di Milano, sono i formaggi. Segno di quanto antica e naturale  questa civilt. Latte e latticini alimentarono i primi aggruppamenti umani, destinati ai maggiori e pi gloriosi sviluppi, o per meglio dire li allattarono. Testimonia il regale carattere delle antiche civilt casearie la parola tiranno, che in origine significava formaggere, ed era la dignit di colui che come capo della trib pastorale, aveva in custodia i formaggi. Per un cinese  assurda l'alimentazione lattea oltre il secondo anno di et, e cos  davvero secondo una ristretta e letterale interpretazione delle leggi della natura. Ma nei Cinesi  un che di arido e di risecchito. Ben dimostra l'avvizzimento e giallinit della loro pelle che il bianco e untuoso latte ha smesso troppo presto di circolare entro le loro vene. Per una curiosa forma di cinesismo,  sparso presso taluni intellettuali lo snobismo antigalattico. Questo snobismo deriva dall'ostentata ostilit alle cose naturali. Lo snobismo antigalattico va di conserva con la manifestata antipatia per i bambini e l'ostentata simpatia per l'amore sterile. Conosco per converso un pittore che fino ai dieci anni di et continu a prendere il latte da mamma sua. Andava a scuola, viveva per tutto il resto regolarmente, solo che tra pasto e pasto faceva ogni tanto una poppatina.  un pittore neoclassico, e la sua nostalgia dell'Arcadia  un effetto probabilmente di quel prolungato allattamento.
Il Parmigiano  un formaggio base.  nella famiglia dei formaggi ci che il contrabasso  nella famiglia degli strumenti a corda. Ai bassi profondi, fondamentali, paterni del Parmigiano, si appoggiano gl'individui pi leggeri del quartetto caseario: i Taleggi e le Crescenze, viole e contralti della famiglia, la schiera delle Robiole e degli Stracchini (Stracchino: formaggio "stanco" che, come fanciulla sullo sviluppo, sviene nel piatto) al che si aggiunge la minutaglia degli acuti, i colleghi sottili dei flauti e degli ottavini, quei formaggini bianchi di Montevecchia, piccoli e tracagnotti, che macerano, occhiuti di pepe, in un verde lago d'olio.
Stella Alpina  un formaggio virginale, in abito di prima comunicanda. Quanto al Mascarpone, questo compromesso tra il burro e la panna, esso  il cappone dei formaggi: un grasso eunuco che, per volutt, ha rinunciato alla volutt.
S'intende che la parte del violoncello nel quartetto dell'orchestra casearia, la fa la Groviera. A Siena la Groviera la chiamano Emmenthal, e ignorano che Emmenthal e Groviera sono la medesima cosa. Gino il famoso trattore di via Calzoleria, alla mia richiesta di un pezzo di Groviera a fin di pasto, mi rispose che in fede di galantuomo la sua Groviera preferiva non darmela, "essendo la stagione della Groviera gi passata"; in compenso mi consigliava un Emmenthal di gran classe. Quanti conflitti nascono dal modo diverso d'intendere la stessa parola...
Il Parmigiano  grave, robusto, fidato. La sua forma a ruota di camion attesta la solidit del suo sapore.  il Morgante Maggiore dei formaggi.
Il Parmigiano non  figlio unico. Ha due fratelli: il Reggiano e il Lodigiano, tre giganti della casearia. Si ammiri la ieratica disposizione di questa trinit caceresca. Tre gravi fratelli collocati a breve distanza uno dall'altro sulla stessa via consolare, schierati da Settentrione a Mezzogiorno, "appoggiati" ciascuno a una forte citt, come l'armata alla sua base: a Lodi il Lodigiano, a Reggio Emilia il Reggiano, a Parma il Parmigiano.
Presto per questi tre fratelli rimarranno in due: il Lodigiano va scomparendo. Se spacchi con la coltella corta e triangolare la buccia di uno degli ultimi esemplari di questo formaggio illustre e predestinato, scoprirai nel suo poroso e cavernoso viscere un odoroso paesaggio di stalattiti: umide boccuzze di quei suoi alveoli onde a questo patriarca della casearia viene il detto che "il Lodigiano ha dentro la goccia". Ma puossi chiamare buccia il rivestimento esterno di questo formaggio querciaiolo, e non sarebbe pi giusto chiamarlo corteccia?
Anche i formaggi decadono, perch anche i formaggi - horribile dictu! - sono tirati a serie. Uno dei pochi che mantengano intatta ancora la purezza del loro "latte blu",  il Cademrtori. In Francia hanno eretto un monumento a colei che ha inventato il Camembert. Ma il Cademrtori chi lo ha inventato?
Il Gorgonzola  un formaggio adulto. Giovane, si chiama Panerone: nome in verit inadatto a un infante, e che per di pi ha il torto di ricordare il nome di quel Paneroni astronomo dilettante, che andava scrivendo su per i muri di Milano che, all'infuori di lui, tutti gli astronomi sono dei somari. Pure, questo formaggio cos potentemente maschio, il vocabolario lo chiama la Gorgonzola.
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NOTA: Delle tre considerazioni che sole ci sono rimaste del libro di Protagora sulla Correttezza del linguaggio, una riguarda la parola "collera" considerata femminile e come tale usata anche da Omero nel primo verso dell'Iliade, "mentre il genere maschile" dice Protagora "le converrebbe meglio". Teodoro Gomperz per parte sua, nel capitolo dedicato a Protagora della sua monumentale opera sui Pensatori della Grecia, dice: "In nessun'altra parte del linguaggio, la formazione disordinata di esso si manifesta con altrettanta evidenza, come nell'assegnazione dei generi ai nomi delle cose. Molte famiglie di linguaggi trattano gran numero di oggetti inanimati come se fossero animati, e per li considerano parte come maschili, parte come femminili. Questo fattoNOTAbile deriva dallo stesso istinto di personificazione, che cos grande parte ha avuto nell'origine della religione. A questo istinto propriamente detto si  aggiunto un sentimento estremamente fine e delicato dell'analogia, che ha considerato maschile tutto quanto ha attinenza con l'energia, l'attivit, il vigore, la nettezza, l'asprezza, la durezza, e femminile tutto quanto ha attinenza con il riposo, la passivit, la calma, la dolcezza, la mollezza". FINE NOTA.
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Il Panerone, cio a dire il Gorgonzolino,  bianco e grasso, delicato e umido come il nnfolo del vitello. Il Panerone  un formaggio impubere, se per pubert  lecito intendere fermentazione. Tra Panerone e Gorgonzola c' tanta diversit, quanta tra una guancia imberbe e una guancia barbuta. Il Panerone  il Gorgonzola non messo ancora a fermentare nelle casere delle Prealpi, ove la fermentazione  accelerata talvolta con mezzi artificiali.
Questi aiuti che l'uomo d alla natura sono di uso antichissimo, ed Erodoto, nel paragrafo 193 del suo libro dedicato a Clio, dice, sbagliando del resto, che i Babilonesi innestavano alla palma dattifera il fiore della palma maschia, affinch il moscerino penetrasse nel frutto e ne affrettasse la maturazione. Anche il grave e apoetico Aristotele, nel capitolo V della sua Storia Naturale, descrive la cosiddetta "caprificazione", ossia il modo di accelerare la maturazione dei fichi.
Lodi  illustre per tre cose: perch  patria del Lodigiano, perch ha dato i natali ad Ada Negri, perch possiede alcuni pezzi umani pietrificati dal professore Gorini, contemporaneo ed mulo di Girolamo Segato.
Girolamo Segato mor a quarantaquattro anni, il 3 febbraio 1836, lasciando alcuni debiti e portando con s nella tomba il suo segreto della pietrificazione dei cadaveri. Fu insigne cartografo ed egittologo, ma scriveva un italiano singolare. Ecco un esempio tolto dal suo "Giornale da Venezia a Zante e da Zante ad Alessandria d'Egitto, del brigantino l'Arpocrate (perch dedicare un brigantino al Silenzio?) comandato dal capitano Alessandro Giliberti", il cui manoscritto, conservato a Belluno presso la famiglia Segato, scomparve durante l'invasione austriaca del 1917: "La mattina delli 15 si tirassimo col Brich in Porto vicino alla Dogana grande e presimo terra diretti verso la contrada franca. Giunti col mi presentai da alcuni Signori, a cui ero raccomandato, e n'ebbi molta soddisfazione nel vedermi s bene accolto; la sera tornassimo a Bordo". Rammentiamo che "dove abbiassimo giunti" ed " ora di finiamola" costituiscono una doppietta di spiritosaggini, che furono molto in voga tra il 1919 e il 1925. (La parola "doppietta" qui  usata non nel significato di fucile a doppia canna, ma in quello che le danno gli omeristi, per significare che uno stesso verso  ripetuto due volte, il che reca quasi sempre alla scoperta di una interpolazione). A Girolamo Segato Gianfrancesco Rambelli dedic il seguente sonetto:
Diva madre d'Eroi Itala terra
Ahi forse per tuo mal bella non forte
Ve' come ardito ogni straniero a torte
I lauri insorga e a tuo valor dia guerra.
Tuo genio eterno ve' che non s'atterra
Per van garrito, per avversa sorte
E or l'arcana natura dissotterra
Or a novo saver apre le porte.
Ve' il nobil spirto che impietrando fura
Al dente vorator l'umane spoglie
Onde a lui paurando la natura:
Arresta, grida, il portentoso ingegno:
Sovente ahi lassi acerbi frutti coglie
Chi il vel disgombra dell'arcan mio regno.
Nulla quanto la retorica, di cui purtroppo la nostra letteratura era piena e in parte , le sue immagini, il suo vocabolario, danno idea dei matti in manicomio.
Una delle opere pi pregiate di Segato pietrificatore,  un tavolino fatto di pezzi umani intarsiati, per il quale un americano offr nel 1837 sedicimila lire. (Lettera di Luigi Muzzi a Giuseppe Pellegrini, del 1 marzo 1837, da Bologna).
Se disponesse di un tavolino sostenuto da gambe umane, Alboino potrebbe offrire a Rosmunda una variante del suo celebre scherzo; ma per una perfetta riuscita di questo scherzo, bisognerebbe che il padre di Rosmunda avesse non due gambe sole ma quattro.
Dicono che il segreto di Segato  stato riscoperto dal professore Francesco Spirito, rettore dell'Universit di Siena e ordinario di ostetricia e ginecologia. Le parti preferite dal professore Spirito per la pietrificazione sono i bacini delle donne, ed  facile immaginare il carattere della sua raccolta e i sentimenti che essa ispira.
Ero a Siena tra il 15 e il 20 settembre 1940, nella settimana dedicata alla celebrazione degli Scarlatti. Il fiore dell'intellettualit italiana si era trasportato nella citt di San Bernardino, e l'albergo Excelsior era un vasto alveare di musicologhi e di pubblicisti, di donne di lettere e di quelle indefinibili creature, vaganti eppure onnipresenti, che se ne muoiono per una toccata al clavicembalo, e per una fuga per organo si farebbero a pezzi. Ivi incontrai una scrittrice di grido, alta di seno e fiera di portamento come l'imperatrice Agrippina. Prendevamo il t in un biondo pomeriggio sulla terrazza della villa Scacciapensieri, divisando fra torte e ricciarelli degli esperimenti del professore Spirito, e prima di separarci ci accordammo di visitare assieme la collezione del pietrificatore. Per mezzo della cameriera del piano, l'altomammata signora mi avrebbe comunicato l'indomani mattina l'ora e il luogo dell'incontro. Ma l'albergo Excelsior di Siena, che vive tranquillo tutto l'anno intorno al lento avvicendarsi di pochi ospiti, si gonfia nella settimana organizzata dall'Accademia Chigiana di vita febbrile, e si riempie di personale avventizio. Ancelle alacri ma inesperte, famuli zelanti ma inettissimi corrono su e gi per le scale, fendono i corridoi come cervi impauriti, si trasmettono da piano a piano ordini sbagliati, violano il segreto delle camere matrimoniali, ignorano gli appelli perentori del commendatore "che non ha tempo da perdere", recano alla gracile biondina del secondo piano gli speronati stivaloni del colonnello del terzo, e a me affondato ancora nel sonno mattutino, che al dire di Pitagora  propizio ai sogni divinatori, portarono il latte caldo e il miele destinato all'eccellenza che quella mattina stessa, nella sala del Mappamondo del Palazzo Comunale, sotto il Trionfo di Simone Martini e di fronte alla cavalcata di Guidorizzo Fogliano, doveva pronunciare l'elogio degli Scarlatti, e che per un raffreddore contratto pochi giorni prima sul lido della Versilia, era gi di voce. A chi and la comunicazione che la bella donna di lettere destinava a me e che invano io aspettai, mentre invano per parte sua la bella donna di lettere aspettava il mio assenso? Quando la sera c'incontrammo nell'atrio dell'albergo, tra la folla invasata del fiato di Euterpe, i nostri sguardi s'incontrarono glaciali, ma fingemmo di non vederci.
Ora, mentre io aspettavo nella camera calda ancora della mia notte, seduto sul letto disfatto, tra due specchi che moltiplicavano la mia immagine, senza risolvere per questo il problema della mia solitudine, cominciai a pensare. E a poco a poco il pensiero sed l'impazienza, cancell la delusione, mi riemp la camera di morti illustri e sorridenti. L'amico pensiero una volta ancora intervenne a buon punto e oper a ragion veduta. Il pensiero  il nostro amico migliore, il nostro compagno pi fidato. A che si riduce amore di donna in confronto all'assiduit, alla costanza, allo stile, di questo socio fedelissimo e onnipresente? Gelosa  la donna del nostro pensiero, ma ingiustamente. Non deplorare, Maria, la tua condizione d'inferiorit, d'impotenza davanti all'invincibile pensiero. Il pensiero , s, tuo rivale potentissimo, ma anche tuo alleato sicuro. Quei pochi momenti di libert che il pensiero mi consente, bastano appena, Maria, a ospitare il tuo amore. Restrizione preziosa. La monogamia in fondo  una quistione di tempo.  dalla testa che si  poligami. Dalla testa "vuota". E cominciai a pensare.
Cominciai a pensare. Cominciai a pensare che la conservazione del corpo, per mummificazione o pietrificazione che sia, in parte risolve il problema della morte. Vero  che mummificazione o pietrificazione concernono soltanto la conservazione del corpo, non anche quella dell'anima. Ma la conservazione dell'anima perch ci deve preoccupare? L'anima, come tutti sanno,  immortale, e a conservarsi provvede da s.  il corpo invece la parte corruttibile di noi.  il corpo che muore.  il corpo che si distrugge.  il corpo che si riduce pulvis, cinis, nihil.  il corpo dunque che ci deve preoccupare.  alla conservazione del corpo che dobbiamo volgere tutte le nostre cure.
Dice a questo punto la signora Vincenza, mia suocera: "Le preghiere si fanno per la salvezza dell'anima".
Risponde dall'altro mondo il povero signor Cesare, mio suocero: "S, ma  un ripiego. E se l'uomo non prega "anche" per la salvezza del proprio corpo,  perch sa, disgraziato, sa per scienza sicura, sa che anche la preghiera pi fervida, pi scottante, pi rovente rivolta a questo fine,  destinata a rimanere inesaudita".
La voce del povero signor Cesare tace, poi, dopo una pausa, riprende da pi lontano, da una lontananza incommensurabile, cos che la si ode appena:
"Restasse una speranza anche minima di esaudizione, le preghiere per la salvezza dei vostri corpi salirebbero da laggi dove siete voi, a quass dove siamo noi, in un rombo ininterrotto e spaventoso. Dio dovrebbe cambiare casa".
Dice Virgilio a Dante, poich Ciacco ha finito di parlare:
Pi non si desta
Di qua dal suon dell'angelica tromba.
Quando verr la nemica podest.
Ciascun ritrover la triste tomba,
Ripiglier sua carne e sua figura,
Udir quel che in eterno rimbomba.
Ma se carne e figura si potranno ritrovare intatte al suono dell'angelica tromba anzich doverle ricostituire, sar tanta fatica di meno e si tratter soltanto di ridare a esse, come a certi medicinali, un po' di fluidit: "Scioglierle in due dita d'acqua".  certo in ogni modo che al buon esito del Giudizio Universale, il sistema Segato-Spirito recherebbe grandissimi vantaggi.
Massima cura alla conservazione dei corpi davano gli Egizi, ed  significativo che il suo misterioso sistema per conservare i morti, Girolamo Segato lo abbia scoperto dopo ripetuti e prolungati soggiorni in Egitto, ov'egli si recava in qualit di viaggiatore e di cartografo, interpretando papiri, esplorando tombe antichissime, studiando l'interno delle piramidi.
Delle imbalsamazioni praticate dagli Egizi, parla Erodoto nel libro delle sue Storie dedicato a Euterpe, ed  molto preciso sia per quanto riguarda la parte scientifica di quelle operazioni, sia per quanto riguarda la parte commerciale.
Quando si porta il morto agl'industriali dell'imbalsamazione, costoro danno da scegliere al cliente tra vari modelli di morti, fatti di legno e dipinti al naturale; spiegano poi che l'imbalsamazione di prima qualit  simile del tutto a quella che Anubi fece ad Osiride, il dio con testa di cane e inventore dei riti imbalsamatori. Mostrano successivamente il tipo di seconda qualit, inferiore al primo e meno costoso, poi il terzo che  il meno costoso di tutti. Date queste spiegazioni, gl'industriali dell'imbalsamazione domandano ai clienti quale tipo preferiscono, e i clienti dopo che si sono accordati con gl'imbalsamatori sul prezzo, se ne vanno, e gl'imbalsamatori, rimasti soli col morto nel laboratorio, procedono come segue all'imbalsamazione di prima qualit.
Estraggono anzitutto il cervello attraverso le narici, parte servendosi di un ferro uncinato, parte per mezzo di droghe che versano nella testa. Praticano poscia una incisione nel fianco del morto mediante un'acuminata pietra d'Etiopia, ed estraggono gl'intestini che puliscono prima con vino di dattero, poi con vari aromati macinati e contenuti in quattro boccali, i cui coperchi raffigurano le teste dei quattro figli di Horos. Riempiono quindi il ventre del morto di mirra macinata, cannella e altri aromati, tranne l'incenso, poi lo ricuciono. Mettono in fine il morto in salamoia per sessanta giorni, dopo di che lo lavano, lo avvolgono dentro finissime bende di lino ingommato e lo consegnano ai parenti. Questi fanno fare una teca di legno dipinta a figura umana, ci mettono dentro il morto, lo collocano in piedi nella camera mortuaria, accosto al muro, e ve lo custodiscono preziosamente. Si forma cos a poco a poco una specie di museo di famiglia.
Ora ecco come si pratica l'imbalsamazione di seconda qualit. Gl'imbalsamatori empiono una siringa di liquido grasso estratto dalla Juniperus oxycedrus, lo iniettano nel ventre del morto a modo di clistere, badando che il liquido non riesca per dove  entrato, dopo di che pongono il morto nel sale per il prescritto numero di giorni; infine danno l'uscita alla Juniperus oxycedrus, la quale viene fuori con tanta violenza, che si porta via anche gl'intestini e i visceri impoltigliati. Ci fatto, il morto  riconsegnato ai parenti.
Ecco infine l'imbalsamazione di tipo economico: si purificano gl'intestini del morto con estratto di Syrmaia, lo si pone nel sale per i soliti sessanta giorni, e in capo a questi lo si restituisce senza pi ai parenti.
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NOTA: Preoccupa l'ablazione del cervello da un corpo che in capo a mille anni doveva ritrovare la sua anima e il suo spirito. Dice bene Voltaire. Dizionario filosofico, voce "Api": "Se speravano la resurrezione del corpo, perch gli toglievano il cervello prima d'imbalsamarlo? Dovevan dunque risuscitare senza cervello gli Egiziani?". Si agghiaccia il cuore a pensare quei principi, quei governatori, quegli uomini autorevoli che alla fine del loro millennio ritrovano lo spirito animatore, riaccendono gli occhi, escono dalla teca di legno, si svolgono dalle bende, tornano a mischiarsi alla vita degli altri uomini, ma non hanno cervello e magari nessuno se ne accorge. Si  costretti ad argomentare che in Egitto, a un certo momento, soltanto il popolo e la gente da poco aveva conservato uso di ragione, ossia coloro che erano stati imbalsamati con i sistemi pi economici e conservando il cervello. FINE NOTA.
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Erodoto aggiunge che le mogli dei personaggi illustri, e cos pure le donne di riconosciuta bellezza e quelle di alto lignaggio, non sono consegnate agl'industriali dell'imbalsamazione subito dopo morte ma alcuni giorni dopo, per evitare che gl'imbalsamatori si uniscano con esse carnalmente. Questa precauzione fu presa dopo che un imbalsamatore, denunciato da un suo collega, fu sorpreso a giacersi con una donna bellissima, morta il giorno avanti. Per alcuni, questi macabri accoppiamenti sono l'origine della lue celtica, ma su questo non possiamo dare chiarimenti.
Se gli Egizi si contentavano dei loro morti mummificati, a maggior ragione noi ci contenteremo dei nostri morti pietrificati e conservati in tale apparenza di pulizia e floridezza, quali da vivi non se la sognavano neppure. Mancheranno, s, di movimento e di parola, ma chi sa che con progresso di tempo, e con i passi da gigante che fa la scienza, non si riesca un giorno a dare anche la parola e il movimento a queste bambole lucide e care?
Cos, a poco a poco, si formeranno i musei di famiglia. I nostri morti pietrificati continueranno ad abitare la casa nella quale vissero, tra i mobili e gli oggetti familiari. Si aggraver tutt'al pi il problema dell'abitazione, e per ogni generazione nuova bisogner aggiungere alla casa o un'ala nuova, o un nuovo ripiano. In compenso per le dinastie non saranno pi documentate soltanto dai ritratti, e al caso dei ricordi, secondo la fantasia degli affetti, si scender ora al secondo piano per vedere la mamma, ora al primo per vedere la zia Zenaide, ora al pianterreno per rivedere il nonno in uniforme di ambasciatore del re di Sardegna, con i ricami d'oro e le decorazioni.
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NOTA: Nell'ottobre 1941, sotto la minaccia dell'offensiva tedesca, le autorit sovietiche trasportarono la mummia di Lenin da Mosca a Samara: in quella medesima Samara nella quale Leone Tolstoi and nel maggio 1862 a bere il kumys per guarire dalla tisi da cui si credeva minacciato. FINE NOTA.
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Per me il modello del Museo di Famiglia mi sta preciso nella mente. L'estate scorsa passammo alcuni giorni, Maria e io, presso un antiquario di Firenze, che ha casa e bottega sul Lungarno; e di notte, per salire alla nostra camera che dava sulla passeggiata bellissima e sul fiume pezzato qua e l di banchi di rena, ci toccava traversare una grande sala terrena che la luna illuminava d'obliquo attraverso le vetrate, e nella quale abitavano in gran silenzio un paggio sorridente, un guerriero bardato di ferro, una ragazza seduta all'arcolaio, un vecchio re con la barba bianca e lo scettro in mano.
Strane relazioni si stabilirono fin dalla prima notte fra noi e quei personaggi, pi vive col paggio e la ragazza all'arcolaio, pi contegnose col guerriero e col vecchio re; e mentre noi, nella camera di sopra, aspettavamo che il sonno calasse la sua ala sulle nostre palpebre, ci confortava il pensiero che, sotto, coloro vegliavano per noi.
Eppure coloro non erano nulla per noi, appena delle bambole di cera. Ma sapere che colui  nostro padre, i suoi baffi, la sua barba; sapere che colei  nostra madre, il suo neo sopra il labbro, la sua mano irrigata di vene azzurre; sapere che quella fanciulla cui i capelli fanno manto  nostra sorella Adelaide, le sue magre braccia di vergine...
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NOTA: Dice Admeto nell'Alceste di Euripide: Ben la persona tua da industre mano, D'artefice formata al ver simle, Colcher nel mio letto, e accanto a quella Gettandomi, e le braccia intorno ad essa Avvinghiando, ed il tuo nome iterando, Illuderommi d'abbracciar l'amata Consorte mia.
Igino dice di Laodamia che nell'assenza del consorte "fecit simulacrum cereum simile Protesilai conjugis et in thalamis posuit sub simulatione sacrorum, et eam colere coepit". Della quale immagine scrive ella stessa al marito:  Io la contemplo, io nel mio sen l'accolgo, Per lo vero mio sposo, e i lagni miei, Qual risponder potesse, a lei pur volgo.
E alla vedova del poeta Lucano presso Stazio  caro, come ad Admeto, il ritratto del morto marito:  Ac solatia vana subministrat, Vultus, qui simili tus auro Stratis proenitet, etc. FINE NOTA.
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E pensare che si vive tutti sotto lo stesso tetto, nostro padre di pietra e freddissimo, il nostro figliolino caldo caldo nel suo sonno odoroso, mentre fuori piove e tira vento...
Rimane la questione dell'anima. Di un corpo senza anima, per quanto lustro e tirato a pulimento, si continuer a dire che  un corpo morto. Chi fermer l'anima nel suo viaggio? Chi le suggerir di fare ritorno? Chi la riporter al corpo ond'essa si part?
L'anima spicca il volo dal corpo che muore, siccome gl'inquilini abbandonano la casa rotta dal terremoto, i topi fuggono la nave che brucia. L'anima, che  quintessenza di fluidit, aborre dalla materia che si corrompe. Ma ritrovando in condizione di tanta compattezza e pulizia la spoglia che essa abbandon, chi sa che l'anima non le si riaccosti innamorata, e non torni fedele a rianimarla di s?
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NOTA: "Ermotimo di Clazomene aveva una specie di anima che spesso lo lasciava, e se n'andava per i fatti suoi, poi tornava, rientrava nel corpo, e faceva rizzare Ermotimo". Luciano di Samosata, Encomio della mosca. FINE NOTA.
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E una mattina che nel Museo di Famiglia il sole briller attraverso le tendine della finestra sul pavimento lustro di cera, e il commendatore T. entrer fra i suoi cari per la solita visitina quotidiana prima di andarsene in ufficio, egli trover il babbo e la mamma che si tengono per mano e tentano i primi passi come ballerini inesperti; e trover i nonni in fondo al museo, che ammiccano come chi di repente passa dal buio alla luce; e trover la sua figliola Rosina, morta a quindici anni di tifo, lasciando il suo povero babbo inconsolabile e con la molla della gioia spezzata per sempre; la trover che sbadiglia su un roseo palato di gatta, e si passa la mano sugli occhi come quando, viva e giovinetta, si destava dai sonni leggeri dell'estate; poi la vedr alzarsi mollemente dal divano e venirgli incontro, e dirgli: "Pap,  cos tardi che sei gi pronto per uscire?".
Quel mattino sar simile apparentemente a tutti gli altri mattini, ma in realt sar molto diverso; perch senza squilli di trombe n urli di altoparlanti, sulla terra abituata da tanto tempo alla morte, sar nata l'immortalit.
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NOTA: Se qualcuno avesse dei dubbi sulla perfetta conservazione e inalterabilit dei nostri morti pietrificati, legga il seguente brano di Schopenhauer: "L'idealit del tempo scoperta da Kant, rientra nella legge d'inerzia che  parte della meccanica. Perch in fondo quello che questa legge stabilisce,  che il tempo, da s, non produce effetti fisici di nessuna sorte, n pu recare mutamenti al riposo o al moto dei corpi. Dal che risulta che manca al tempo ogni realt fisica, e che esso ha soltanto una esistenza ideale, trascendentale, cio a dire che trae la sua origine non dalle cose, ma dal soggetto conoscente. Se il tempo fosse propriet delle cose o un loro accidente, bisognerebbe che la sua quantit, la sua lunghezza o la sua brevit, potessero mutare le cose in qualche misura. Ma ci non avviene. Al contrario: il tempo passa sulle cose senza lasciare traccia. Perch quello che agisce sono soltanto le cause che si svolgono nel tempo, non il tempo in se stesso. E per, se un corpo  tratto a qualsiasi influenza chimica - come ad esempio il mammut dentro i blocchi di ghiaccio della Lena, o gli scarabei dentro l'ambra, o un metallo prezioso circondato di un'aria perfettamente asciutta, oppure le antichit egizie o anche le capellature delle mummie chiuse nelle loro necropoli -, i secoli non vi possono recare nessun mutamento.  questa assoluta inefficacia del tempo che costituisce, nella meccanica, la legge di inerzia. Se a un corpo  stato impresso un movimento, il tempo non ha possibilit di arrestare esso movimento o soltanto di rallentarlo. E questo movimento  assolutamente senza fine, se cause fisiche non reagiranno contro di lui. Del pari, un corpo in riposo riposer eternamente, se cause fisiche non interverranno a metterlo in movimento". FINE NOTA.
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Ma parlare di morti, desiderare la loro conservazione,  illecito e immorale. Schopenhauer diceva che voler conservare il proprio corpo dopo morti,  come voler conservare i propri escrementi.
Ho veduto Piccola citt. Nell'ultimo atto ho ritrovato, morti, parte dei personaggi che negli atti precedenti avevo veduto aprire e richiudere invisibili cancelli, fingere di bere il caff, spargere becchime a un chiocciante ma incorporeo pollame, ma capaci tuttavia di serbare la positura verticale e formulare in parole i loro malinconici pensieri.
Che dicono questi morti? Parlano del vento che turba la collina sulla quale essi si stanno raccolti in buon ordine, sparlano della vita, sconsigliano vivamente Emilia di ritornare nel mondo dei vivi, per quel tanto che ai morti  consentito di "vivamente" sconsigliare.
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NOTA: Che altro han da fare i morti, se non sparlare della vita? Domandarono un giorno a un poeta nostro contemporaneo di che parlano Dante, Virgilio, Orazio, Omero, Ovidio e Lucano mentre s'avviano al Nobile Castello. "Di metrica", rispose il poeta. FINE NOTA.
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Thornton Wilder, autore di Piccola citt,  americano di razza anglosassone, e incline dunque, come generalmente sono gli Anglosassoni, a una poetica necrofilia. Arturo Schopenhauer denuncia questa insana predilezione in un suo libro intitolato Delle apparizioni e dei sogni, ma non mostra di averne capita la ragione; la quale, secondo me,  che gli Anglosassoni mancano spesso di realismo poetico, ignorano i valori poetici presenti, e li trasferiscono perci in un mondo lontano, oscuro e incontrollabile come la Morte.
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NOTA: Non uso "insana" in senso moralistico, ma di poetica realt. Alla predilezione per la morte, si aggiunge la predilezione per gli spettri, i fantasmi, lo spiritismo. Non si tratta dunque in queste necrofile fantasie di reali valori poetici, di effettivi pensieri profondi, ma di simulacri di valori poetici, di fantasmi di pensieri profondi; della solita ignobile e falsificatrice trasposizione estetica. Dorian Gray riaffiora in Thornton Wilder. Questo autore, come mi  stato detto, rincalza nelle sue altre opere la preferenza dei morti sui vivi, e i suoi lettori, convinti di scendere per sua merc nel fondo pi fondo dei pi illustri abissi, si sentono orgogliosi e soddisfatti. Maeterlinck, cervello molle, giunge al rammollimento totale nella sua ultima opera, dedicata alla morte. Servirsi del tema della Morte per essere poetico e profondo,  segno di debolezza filosofica e poetica. FINE NOTA.
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Che altro rivela questa  fiducia nel poetico futuro della morte, se non una mancanza di poetico presente? Non rimandare a domani ci che puoi fare oggi. Chi  vacuo di valore, crede nella morte come valore supremo, e dalla Morte aspetta ci che la vita non gli ha dato.
Per supremo sentimento di volgarit, si desidera essere "diversi" da come si . Quindi nasce l'estetismo; questo mettersi in bella, questo parlare festivo, questo correggere e abbellire la propria realt. E quale pi radicale mutamento della Morte? Non per nulla la morte  l'eleganza suprema, la suprema dignit, la suprema nobilt. Morto, anche l'uomo pi spregevole si nobilita e bisogna salutarlo. Non per nulla la morte  maestra di estetismo.
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NOTA: D'Annunzio, ossia l'estetismo italiano, associa all'estetismo la retorica, e la Morte diventa la Morte bella. FINE NOTA.
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Le fanciulle amano pensarsi morte, ma poich morire  un nere troppo grave, esse si contentano di fingersi morte.
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NOTA: Se le fanciulle non mettono a effetto il loro desiderio di mostrarsi morte, e perch, morte, non si potrebbero vedere. FINE NOTA.
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Una ne conosco che si fece credere morta, non tanto per mettere alla prova la sincerit del suo innamorato, com'essa stessa asserisce per giustificarsi, quanto per rendersi pi interessante agli occhi di lui, per innalzarsi nella sua stima, per nobilitarsi.
Un evo intero si valse della morte per nobilitarsi: l'Evo Medio, questa pi estetizzante stagione della storia, che Laura e Beatrice onor pi da morte che da vive.
C' nel lento l'idea della dignit. Come dignitosamente si cammina dietro un feretro! E il lento  la strada che porta alla cessazione di ogni moto: alla Morte.
La morte  anche maestra di buona educazione. Giovinetti e giovinette che frequentate la scuola delle belle maniere, voi non immaginate neppure sotto quale guida, e per somigliare a Chi vi s'insegna a parlare sottovoce, a ridere di rado e smorzato, a gestire lentamente e sobrio, meglio a non gestire affatto, per meglio somigliare a Lei. Non  significativo che il "la" delle belle maniere sia stato dato per tutto il corso dello scorso secolo dagl'Inglesi, questi amici della morte?
A degnamente onorare la Morte, prepara l'onoranza al dolore. Nel dolore talune anime si purificano, si elevano, si sublimano. La gioia  volgare. Grande onoratrice del dolore, Eleonora Duse rappresentava anche plasticamente l'anima dolorante, e questa sua maschera del dolore, estesa alle mani, al collo e alla positura della testa, "strappava" l'ammirazione delle folle.
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NOTA: Chi, come Eleonora Duse, pratica il dolorismo, confonde senza saperlo poesia e jettatura. FINE NOTA.
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Andr Suars nota che la letteratura italiana non ha mai preso sul serio il dolore e la morte. Nostra superiorit mentale sugli Anglosassoni: nostro classicismo.
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NOTA: Non  per incapacit che io non penso al dolore e alla morte, ma per capacit e volont di non lasciarmi irretire dal fascino "plebeo" del dolore e della morte. Consiglio per di non lasciarsi cristallizzare in questa sdegnosa superiorit, dalla quale  facile passare nel futile e nell'arido, siccome dalla cristallizzazione del rigore formale,  facile passare nell'accademico e nel pompiere. FINE NOTA.
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Fanno eccezione Dante e Leopardi. Ignoro se il padre di Dante educ il figliolo alla scuola della Morte, ma a questa scuola Monaldo Leopardi non manc di condurre Giacomo.
Scrive un biografo:
"Nel palazzo Leopardi, a Recanati, la mattina del 19 gennaio 1803, era morto un bambino di nove giorni. Nella sala che Monaldo, padre di Giacomo, chiamava solennemente "sala dell'Accademia", il neonato era stato deposto sopra una tavola, con tappeto e cuscini di damasco rosso. Quattro candele ardevano intorno. I parenti, i pochi amici e i servi raccolti nella stanza formavano una piccola folla dimessa e silenziosa. Presso il morticino stava il padre, il conte Monaldo, tutto vestito di nero, con la sua spada al fianco secondo l'uso settecentesco ch'egli aveva serbato per dignit e per pompa. Sopraggiunsero i sacerdoti per il funerale. Monaldo, prima che il piccolo feretro lasciasse la casa, fece chiamare gli altri suoi figli. Essi vennero: erano due bambini e una bambina; il maggiore non aveva ancora cinque anni, la pi piccina ne aveva due e mezzo. Gli occhioni spalancati dei bimbi guardavano stupiti. Ad uno ad uno i tre fratellini vennero sollevati, per dare un bacio d'addio alla creatura esanime. Stavano poi per ritirarsi, ma uno di essi, il maggiore, non voleva pi staccarsi dalla tavola funerea, e scoppi in un pianto dirotto: l'unico pianto in quella scena di pacata solennit. Quel giorno stesso, il conte Monaldo annotava nel suo diario: "Prima che uscisse di casa ho voluto che i suoi fratelli lo vedessero e lo baciassero, e Giacomo Tardegardo (nome di un antenato medioevale dei Leopardi) ne ha pianto dirottamente la perdita, quantunque in et di soli anni quattro e mezzo "".
Tra i popoli meridionali, la scuola della Morte  pi crudele e materialista, la Morte  chiamata a fare da "spaventavivi", rientra nel sistema educativo delle frustate, dei leccamuffi, delle sberle. I funerali in Oriente avvengono a bara scoperta, e un giorno, in una via di Atene, vidi un morto che calavano gi dalla finestra, perch la scala era troppo stretta, ritto nella bara come un pesce in gelatina.
Sui morti di Piccola citt mi capit di litigare con una mia amica, donna fra le pi intelligenti che io mi conosca e frutto squisito di un'alta civilt. Ma questa mia amica  donna, e la donna, al dire di tutti i leggendari, gentili, barbari o selvaggi,  l'origine dei mali e della morte. I Baganda poi, a fine di spiegare questa malefica e mortale funzione della donna, dicono che la donna  la sorella della Morte, e che  in qualit di sorella della Morte che la donna ha introdotto la Morte presso di noi.
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NOTA: La Morte dunque  nostra cognata. FINE NOTA.
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Ma potevo io dire a quella mia cara, a quella mia bella amica che, lodando la Morte, essa lodava sua sorella?
Ritter per parte sua pensava che l'uomo, straniero sulla terra, non s'acclima quaggi, se non per ausilio della donna. L'uomo "libera" soltanto la donna, la aiuta a scoprire il suo destino pi puro.  la terra che in certo modo ordina attraverso la donna. "Noi amiamo solamente la terra, e la terra ama noi di rimando attraverso la donna". (Andr Breton, prefazione ai Racconti bizzarri di Achim von Arnim). Questo pensiero di Ritter conferma la sororit della donna con la Morte, la sua missione mortale.
Una sera dell'inverno 1918, durante una seduta spiritica in casa Rana (Corso Buenos Aires 5, Milano) la signora Violetta Rana, medium di straordinaria potenza, evoc per invito di un suo cognato, affetto di catoblefarite in seguito a gasamento in guerra, un suo zio morto molti anni prima. La signora Rana non praticava il dialogo coi morti mediante il tavolino pulsante, ma per mezzo della scrittura automatica, usata a poetici fini dai surrealisti, e nel corso della quale essa, in istato di transe, riusciva a scrivere anche in lingue a lei ignotissime. E dalla risposta data per iscritto dallo zio morto, si form l'idea pi plausibile che si possa avere dei morti. Disse lo zio che i morti sono delle larve debolissime, molto ridotte di mezzi e di una smisurata stupidit (in quanto la stupidit  un effetto della debolezza) le quali guardano con avidit al mondo dei vivi, come la servit raccolta dietro la porta di servizio, guarda con avidit le feste dei padroni. E aggiunse: "Come possiamo illuminarvi sul futuro, noi che nemmeno il presente conosciamo?".
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NOTA: Al dire degli antichi, le ombre dei morti avevano un fil di voce appena percettibile dagli orecchi dei viventi. Umbra cruenta Remi visa est assistere lecto, Atque haec exiguo murmure verba loqui. Ovidio, Fasti. FINE NOTA.
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Alcune sere dopo, tornando da un'altra seduta spiritica in casa Rana, fui attratto da un bagliore che arrossava il cielo, e deviando dalla mia strada mi condussi in Piazza del Duomo, ove la Rinascente era trasformata in un immenso braciere. Ero attirato e affascinato, ma come negli apologhi per l'infanzia, il militare di bassa forza che io ero in quel tempo fu punito della sua curiosit. Un capitano mi vide bighellonare intorno alle fiamme, mi chiam, e assieme con altri militari che si aggiravano in quei pressi, ci ordin di fare la catena per impedire ai "borghesi" di avvicinarsi all'incendio. La nostra fazione dur fino al mattino. Quando me ne potei tornare a casa, non rimanevano di quell'enorme negozio pieno di ogni sorta di cose, se non le mura annerite e le finestre attonite e senza ciglia. Fu chiesto a Gabriele D'Annunzio di dare un nome al negozio nuovo che doveva sorgere dalle ceneri del negozio vecchio, e D'Annunzio disse: "Sia chiamato la Rinascente". Il negozio vecchio si chiamava "Fratelli Bocconi", e questi due fratelli senza volto, rotondi e paciosi, vestiti di alpac e col tubino sulla testa lustra come una forma di provolone, avevano vegliato fino allora, modesti e buffi deucci tutelari, sul cuore di Milano, di Firenze, di Roma. Nella Rinascente invece  l'idea della fenice che risorge dalle proprie ceneri, la immagine della fiamma bella che sale flessuosa e si attorce alle stelle. O inutile poetismo, quando ci lascerai in pace? In questo passaggio da nome a nome,  anche il passaggio da un'epoca a un'altra epoca. 
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BULUL.
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"Sans qu'ils s'en doutent le moins du monde, les bons habitants de Milan sont probablement  la tte de la civilisation".
(STENDHAL, Mmoires d'un touriste).
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Non sempre Milano god buona fama gastronomica. Al tempo dell'alma Roma, la cucina milanese era considerata cucina da barbari. Ma tant': i barbari di oggi saranno gl'inciviliti di domani. Narra Plutarco che Giulio Cesare, passando un giorno per Milano ed essendo ospite del patrizio Valerio Leone, gli furono serviti degli asparagi conditi non con l'olio come usava a Roma, ma con unguento ossia con burro; e mentre i suoi amici romani se ne mostravano disgustati, egli ne mangi senza farci caso. Questo aneddoto vuol dimostrare pi cose in una. Prima che Giulio Cesare aveva ben altro per la testa che "vivere per mangiare", poi che gli asparagi conditi col burro (unguento) sono un mangiare da cani. E gli asparagi alla parmigiana, allora? Strano comportamento tuttavia di quei patrizi romani, che si mostrano "disgustati" di un cibo offerto dall'ospite. Brutto segno quando le regole dell'ospitalit cominciano a rilassarsi. Dello stesso aneddoto si conosce quest'altra versione: Giulio Cesare non solo mangi senza ripugnanza gli asparagi conditi col burro, ma si mostr incuriosito e compiaciuto assieme di questa "gustosa materia grassa sconosciuta a Roma". A chi credere? A nessuno, come sempre. La maraviglia e il compiacimento di Cesare erano probabilmente finti, ossia di cortesia verso l'ospite. Discendente di Venere, Giulio Cesare era educato meglio degli amici che si portava appresso. Anche questo induce a diffidare del giudizio culinario di Giulio Cesare. Cesare era un esteta. Parlava greco. I suoi gusti alimentari dovevano essere simili a quelli del mio amico Giacomino, uomo raffinatissimo, che nella lista delle trattorie scarta la pasta e fagioli, l'ossobuco, la cicoria all'agro, e va nel difficile: nel pollo in gelatina, nella maionese di storione, e chiama la bistecca ai ferri "una paillard". La frugalit, la sobriet non ingannino, n lo spirito di adattamento di Cesare "in campagna".
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NOTA: Svetonio dice che Cesare marciava sempre alla testa delle sue legioni, molto spesso a piedi, e a testa nuda sotto il sole o sotto la pioggia. FINE NOTA.
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Gli uomini scienti delle cose migliori della vita, i pi raffinati, i pi esigenti sono anche i pi facili alla rinuncia, i pi resistenti alla noia. Deboli sono i rozzi e gl'incolti, e primi a cedere. Solo l'aristocratico (nello spirito, s'intende, non nella lettera)  forte e pronto a tutto. Tornando all'episodio di Giulio Cesare alla mensa di Valerio Leone (o Leonte?) dir che la rivalit fra olio e burro rientra nella grande rivalit fra Mezzogiorno e Settentrione, fra Cattolicismo e "uomo che giudica da s". La cucina all'olio  cucina da cattolici, quella al burro non la dir da protestanti (il protestante mangia lesso, e dal lesso scende al vegetalismo e al crudivorismo) ma da gente che nei suoi rapporti con l'universo non vuole intermediari, non aiuti, di quello in fuori che gli fornisce la sua propria ragione.
Altre famose trattorie erano a Milano, la cui memoria  perennemente consegnata nelle pagine della Milano storica nelle sue vie e nei suoi monumenti di Arduino Anselmi. Erano esse l'ostone della Cagneula, importante per gli asparagi; la Carit, per la frittura piccata e il buon vino; l'Isola Bella, per la polenta pasticciata; la Magna e la Magnetta, per le vendemmiate; l'antica trattoria della Berta Filava, famosa per le sue verzate e i suoi risotti con code di gamberi. La trattoria della Berta Filava (molti scambiavano Filava per il cognome di Berta) era anche ritrovo di patrioti e nel 1853, dopo i moti mazziniani, "in essa venivano arrestati i due fratelli Ferrini, il primo detto Nebbia ed il secondo - quello che costrinse il sagrestano di San Fedele a consegnare le chiavi del campanile per suonarvi a stormo - detto il Guercio". Presso il luogo ove sorgeva la trattoria della Berta Filava,  stato aperto di poi il piazzale Riccardo Wagner. Arduino Anselmi qualifica Wagner "classico compositore di musica, il pi grande della Germania", siccome il Novissimo Melzi, edizione del 1896, qualificava Meissonier "il pi gran pittore del nostro secolo". Strana associazione. In fatto di gastronomia, Wagner doveva essere anche pi "indifferente" di Giulio Cesare. Non si  maghi e assieme estimatori di buoni cibi. Di che si nutriva Wagner? Di filtri probabilmente. Rossini era musicista e assieme gastronomo, ma la sua musica Rossini la faceva con pezzetti di legno, che picchiavano su altri pezzetti di legno.
Agl'incontri fortuiti di parole, nei quali i Greci riconoscevano la presenza della divinit, bisognerebbe aggiungere i lapsus delle macchine da scrivere, e in questi pure riconoscere alcun gioco divino. Qui sopra, dove ho scritto "Meissonier il pi gran pittore del secolo", la mia macchina da scrivere aveva scritto "il pi gran puttore"; e dove ho scritto che la trattoria della Berta Filava era "ritrovo di patrioti", la macchina aveva scritto "ritorvo di patrioti". Sono le macchine da scrivere cos innocenti come noi crediamo, oppure si nasconde in esse il genietto della malignit?
Altri celebri ritrovi gastronomici a Milano erano l'albergo dei Promessi Sposi, che con l'albergo Loreto e con quello della Noce, "dividevasi l'onore d'ammannire succolenti pranzi agli sposi novelli".
Per essere ammessi ai Promessi Sposi, ci voleva il certificato di matrimonio. Parlo per esperienza personale. Arrivammo a Milano nell'ottobre del 1926, io e colei che divenne di poi mia sposa e madre dei miei figli. Venivamo da un poetico e infelice soggiorno a Venezia, e a Verona, stazione di Porta Vescovo, avevo comprato un unico cestino da viaggio, che consumammo in due. A Milano vanamente cercammo alloggio negli alberghi, locande e trattorie con stallazzo. Un gelido vento puritano soffiava in quel tempo sugli alberghi della metropoli lombarda. La letteratura italiana mosse in nostro aiuto. Nella sua automobile grigia come una torpediniera e svasata come un motoscafo, Guido da Verona ci accompagn di albergo in albergo. La sua autorit, la sua fama, i suoi baffi da gatto in furore non valsero. Camere non c'erano per chi non era coniugato. E due camere separate, senza porta di comunicazione, a due piani diversi magari? Nulla! L'ultima tappa fu all'albergo dei Promessi Sposi, a Porta Venezia, presso il Diana. La riluttanza di Diana a ospitarci si capisce, schiva e androgina cacciatrice; ma i Promessi Sposi? Entrai solo in quella locanda che nell'insegna prometteva asilo a coloro che sono nati per amarsi. Infatti, una camera c'era. Ma l'albergatore non si fid, mi volle scortare fin sulla soglia. E dalla soglia vide la mia compagna seduta nel terrestre motoscafo come dentro una bagnarola, accanto all'autore di Mim Bluette che aveva il profilo del karaghieuz; la vide libera i corti capelli ossigenati al vento, una sciarpa arancione intorno al collo... La camera non c'era pi. All'albergo Marino ci accettarono, ma lei in una camera del secondo piano, io in un letto di fortuna nella sala di lettura. Non per questo per la letteratura italiana rilass il suo aiuto, e l'indomani Luigi Pirandello, dopo insistenti e fervide preghiere, ottenne finalmente per noi un men sterile alloggio all'albergo Corso.
La facciata liberty dell'albergo Corso  uno dei pi strani esemplari di architettura, in questa citt pur cos ricca di strane architetture. Non  il solito liberty floreale, ma un liberty nevoso. Per meglio dire un liberty floreale sul quale ha nevicato, come sui capelli dell'eroina di Argia Sbolenfi. Neve si  raccolta sul fastigio e sui balconi, onde gronda gi in bianche stalattiti che nessun calore riuscir mai a sciogliere, nessun sole a liquefare, fosse pure il leonino sole di agosto che fa scappare in campagna anche l'ultimo dei milanesi e riduce questa citt alla desertica condizione di Ischia dopo il terremoto del 1301, allorch gli abitanti terrorizzati scapparono chi in barca, chi a nuoto e i pi alti a piedi, visto che tra Ischia e Napoli c' un passaggio ove il mare non ha mai pi di due metri di profondit.
Perentorio, il Novecento s' imposto anche al nevoso liberty dell'albergo Corso, e dalla porta di questo albergo erompe inaspettata una pensilina a rotaie, ritorta a gondola o a zarc, simile al termine di un binario morto, oppure al trampolino onde l'acrobatica automobilina dei cultori del looping the loop si lancia nel "giro della morte".
Si lasciano le nevi eterne dell'albergo Corso, e indi a poco si trova un fantasma di pietra appiccicato al muro. Questo fantasma  uscito dalla finestra della sartoria Ventura, ha traversato il balcone,  salito sul parapetto,  andato a fermarsi sul muro, all'altezza del secondo piano. Che fa quel fantasma di pietra fermo sul muro, in mezzo alla pi popolosa, pi cittadina, pi domestica via di Milano? Che o chi vuole? Che o chi aspetta? Oppure non aspetta nulla n nessuno? Chi minaccia oppure non minaccia nessuno e le sue intenzioni sono oneste e innocenti? Forse  un fantasma vedovo che non riesce a dimenticare la sua povera morta. Oppure  un fantasma marito, che aspetta l fuori che la fantasima sua moglie abbia finito di guardare i modelli di Ventura. Oppure  un fantasma smemorato che si  dimenticato sul muro, e ora va alla ricerca di se stesso in qualche lontana regione della terra.
Migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia, milioni di uomini, donne, bambini passano giorno e notte sul Corso Vittorio Emanuele, e nessuno vede, nessuno si accorge di quel fantasma che  uscito dalla sartoria Ventura ed  andato a fermarsi sul muro, all'altezza del secondo piano: nessuno. Ora, se la gente non vede, non si accorge di un fantasma in cos bella mostra collocato, e di pietra per di pi, ossia pieno, palpabile, massiccio, duro, e cos pesante che se si staccasse dal muro e cadesse sul marciapiede sottostante ammaccherebbe una dozzina di persone; come stupire se la gente non vede, non si accorge delle impalpabili creature che ci circondano, n dei paesaggi ineffabili in mezzo ai quali noi viviamo?
Un mio amico erudito m'insegna che questo togato fantasma  l'immagine dell'arcivescovo Adelmanno Menclozzo. Sar. Ma allora che ci stanno a fare queste parole di una lingua misteriosa, che circondano il fantasma ed esprimono probabilmente le sue oscure volont? Una di queste misteriose parole  Vepo, l'altra  Innova...
Nel frattempo, e sempre merc l'aiuto della letteratura italiana, e pi esattamente di Cesare Vico Lodovici, io, mentre la mia compagna riposava nell'incorruttibile e severo Marino, solitaria come Psiche dopo la fuga dello svelato Eros, potei dormire un paio di notti in una cameretta dell'albergo Piemontese.
Per entrare al Piemontese si traversa una trattoria dello stesso nome, situata alla sinistra dell'ingresso della Galleria, si sale una scala lunghissima, si arriva alle camere dell'albergo. Chinata ad abbaino, la finestra della mia camera dava sui tetti della Galleria. Banchi di nebbia posavano molli su quell'enorme bruco di vetro. Di lass io dominavo invisibili cantieri, una metallurgica civilt, le macchine e il progresso. Battevo i denti per il freddo ma mi sentivo capitano d'industria, comandavo negre coorti di uomini vestiti di fuliggine, che dardeggiavano getti di fuoco e facevano la permanente ai metalli.
Della Galleria Vittorio Emanuele sono note le parti libere e di transito, ma pochi conoscono il suo interno, i suoi organi segreti, i suoi misteri. Io, stasera, 30 novembre, penetro i misteri della Galleria di Milano per una scala diversa da quella che inizia la sua salita nel fondo del Piemontese. La porta  in quella specie di nartece sghemba che precede l'ingresso di Piazza della Scala, tra la vetrina interna della libreria Algani e il bar Grande Italia. Presso l'ingresso della Galleria  piantata sul margine del marciapiede una stele di ferro che regge al sommo le frecce delle indicazioni stradali, e a breve altezza dal suolo una scatola in forma di boccaporto per la raccolta della carta straccia. Le pareti del boccaporto non sono nude ma istoriate a scopo pubblicitario, e proclamano da una parte le virt della "Casa dell'Acciaio", dall'altra la potenza termica del fornello "Aequator". Citt aggiornata, Milano  una immensa scuola ove tutto, strade, vetrine, cassette per i rifiuti, impartisce lezioni di cose. Di notte, sul fianco destro dell'arcone, brilla talvolta una grande finestra illuminata: segno che i martint sono riuniti ai giochi.  la finestra di un circolo di trovatelli adulti, o come dire trovatelloni. Anche Segantini era un martint, e prima di chiamarsi Segantini si chiamava Segatini. Sulla porta che sto per traversare, sono appese le vetrine di un fotografo. Fotografie per tessere a consegna immediata: vita raggelata, spettrale e istantanea; occhi che fissano la morte, stupore da clienti della sedia elettrica; ultimo sguardo davanti alla bocca di dodici schioppi in fila. Poi le fotografie a posa: le fotografie per bellezza: le fotografie perch il simulacro di te, mortale, si perpetui fra i tuoi discendenti. Il bersagliere con una sanguisuga al posto delle sopracciglia e le penne sulla spalla; la povera mamma col suo buon sorriso; la sposa col neo peloso sul mento e negli occhi la dolcezza della mucca; il giovinetto deficiente nel giorno della prima comunione. Ingresso troppo comune, troppo aperto a tutti, perch la sciura portinara si preoccupi di sapere chi sono io e dove vado, ma, educata forse dal fotografo a pratiche accalappiatorie, la portinaia mi richiama e accenna col pollice ritorto che il fotografo sta dall'altra parte della scala.
No, sciura portinara: fotografia io non voglio, n lasciare quaggi l'immagine della mia spoglia mortale, io che spero lasciarvi traccia della parte immortale di me.
L'uomo  amante di se stesso. Narciso  molto pi di quel peccatore per vanit che il mito sfiora con una immagine leggera, pi del complesso misteropsichico raccolto sotto la voce Narcisismo. Il caricaturista Sem diceva che poich l'uomo s'interessa soprattutto de sa gueule, chi si occupa de sa gueule e glie la cucina sia pure in salsa caricaturale,  sicuro del successo. Non so se questo medesimo pensamento ha occupato anche la mente di Kodak, ma sono certo che a lui pure, in qualche momento della vita, si  rivelato l'enorme partito che si pu trarre dall'affetto che l'uomo nutre per la propria faccia. Il successo della fotografia  tanto pi giustificato, che la macchina fotografica, nella sua monocola indifferenza, ha fama di ritrarre la verit vera. E la verit l'uomo se la va, s, a cercare fuori di s, ma aspira a trovarla soprattutto dentro di s. La vanit dell'individuo si misura alla resistenza che egli oppone all'obiettivo. Ne ho visti che non solo non resistono all'obiettivo, ma lo invocano come il fiore invoca la rugiada. Torno da un viaggio automobilistico in compagnia di un amico, e, come dicono i cafoni, della "sua signora". A ogni tappa, pianoro d'Abruzzo o tempio di Nettuno a Pesto, la signora si metteva in posa, buttava fuori il petto, tirava la bocca a un sorriso da Sidonia (dicevansi Sidonie le teste di cartapesta sulle quali i parrucchieri confezionavano le parrucche) e diceva al marito: "Gaspare, la fotografia!". Cos le prime volte. Poi la parola fu di troppo. La Sidonia si metteva in posa e Gaspare, docile, operava. Chi ama farsi fotografare, ama del pari farsi leggere la mano. Non ci si fa leggere la mano per preconoscere quello che ci accadr domani (dominante ambizione dell'uomo e suo costante desiderio  di essere domani quello che  oggi) ma per "farsi scoprire" da chi la legge.
Comincio a salire la scala. Dal pianterreno al mezzanino il muro  corazzato a statura d'uomo, e sarei per dire a statura d'insozzamento di bianche mattonelle come una pubblica latrina. L ove terminano le mattonelle si apriva molti anni sono l'ingresso del ristorante Economico: una tavola dei poveri divisa in tanti tavolini separati, e perci anche pi triste. Si rivelava in quella tetra officina dello sfamamento quanto orrore, quanto lezzo di morte  nella cos naturale, cos lieta operazione del nutrirsi. Il pasto era al prezzo unico di una lira, compresa una bottiglietta di vino battezzato. Pietosa una salsa di pomodoro copriva uniformemente l'intima miseria di quei cibi. Infimi impiegati, donne vecchie e solitarie masticavano in silenzio. Il servizio era disimpegnato da cameriere vestite come inservienti di ospedale, la testa chiusa dentro larghe cuffie quali portavano un tempo le donne ai bagni di mare. Mangiare all'Economico era una specie di degenza.
Dopo il mezzanino la scala diventa pi sinistra. Passo sopra ballatoi di ferro. Traverso delle porte a molla, che dietro a me continuano a palpitare come ali di uccelli moribondi. Percorro corridoi a pareti di vetro, altri che di vetro hanno il pavimento, traversato da una sottostante luce rossa, simili a passarelle buttate sull'inferno. Poi ricominciano i muri opachi, e la luce itterica delle lampadine sparse con parsimonia qua e l e chiuse dentro museruole di ferro. Non so pi se mi trovo in una prigione o nel retroscena di un teatro. Da molto lontano, come al carcerato le voci della vita libera, mi arrivano a ventate intermittenti i suoni dell'orchestrina del Grande Italia. Gi cos distante, cos separato dal mondo...
Altre volte, quass, in cima a questa scala, era lo studio di Silvestri, patologo della pittura. Uno studio immenso, alto come una cattedrale, posato sul cornicione della Galleria. Silvestri era restauratore di quadri. Al Cenacolo di Leonardo, Cavenaghi aveva fatto pi male che bene, e Silvestri dov riprenderlo in cura. Lavor a quel restauro pi di sei anni. Fiss le parti che si staccavano. Isol il muro sul quale poggia la pittura, dal muro della sagrestia e dalle fondamenta della chiesa; lo asciug, lo perfor di sfiatatoi, come un cerotto Bertelli. Perito, Silvestri era un Robespierre: un incorruttibile. Anella di barba bianca gli scendevano gi per il petto. Sembrava un santo di Teotocopulos. A furia di maneggiare vecchi quadri, era diventato egli stesso un vieux tableau. Mor a ottant'anni.
Oggi, nello studio di Silvestri, abita e "dipinge" lo scultore Arturo Martini. Nel mezzo dello studio, l ove al tempo del barbuto sanatore dei dipinti si accavallavano gli uni sugli altri Cristi in croce, Maddalene addolorate, San Gerolami meditanti in compagnia del teschio e del leone, San Sebastiani ridotti a portaspilli, feriti, piagati, lacerati, impecettati, suturati, rappezzati; ora Arturo Martini mi schiera i suoi quadretti nuovi e in ottima salute, rapidi, poetici, geniali, sui quali l'altezza cattedralizia dei muri bianchi incombe ma non li domina.
Scendemmo a cenare al Biffi. Le vetrine del Biffi sono altrettanti piccoli musei alimentari. Un fagiano, vestito del suo abito a strascico, stava accovacciato sopra una corona di tordi spiumati e nudarelli, quello figurando la chioccia, questi le uova di una tragica Covata della Morte. Nella vetrina adiacente, un capriolo era inginocchiato nel suo pelame d'argento, e riveriva con l'occhio spento mazzi di beccaccini, pesci-spada dell'aria, e allodole coricate sul dorso, le zampette rattratte, avvolte in un materassino di lardo. I funghi avevano abbandonato i paesi della fiaba ed erano venuti al Biffi, sotto l'ombrello, saltellando sul loro unico piede a pestello, a rendere omaggio essi pure all'innocente capriolo d'argento. Dentro i grandi barattoli del Volga, i grani nerissimi del caviale brillavano come pallini da caccia, e sembrava che a essi fosse da imputare la morte cinegetica di tutta quella fauna alimentare.
Nel breve tratto dal portone di Martini al Biffi, alcuni punti della Galleria ridestano in me ricordi sopiti. Come si chiamava intorno al 1908 quel bar laggi a destra, che oggi gli artisti che lo frequentano chiamano il "S"? Serate invernali di quell'anno lontano. Le otto di sera. Serii e laboriosi i milanesi rispettano rigorosamente l'orario dei pasti, e alle otto sono gi alla fine della cena. Deserte le strade a quest'ora. Pochissimi passanti in Galleria. E questi pochi o delle altre parti d'Italia, o addirittura stranieri. E non sostano, come usa in Galleria, ma passano. Passano frettosi. Qualche siciliano, vestito di nero. Una famiglia di nordici, il padre in testa, disposti nell'ordine delle cicogne in volo migratorio. Il padre va annusando la lista delle vivande esposta fuori delle trattorie, meno alla ricerca dei cibi preferiti che della modicit dei prezzi. In quest'ora il Savini ha tirato su le tende rosse delle sue vetrine, dietro le quali i commendatori cenano sui divani di velluto, la forchetta nella destra e nella sinistra il ricevitore del telefono. Nella sala da caff del Biffi non rimane se non qualche pudica povert, qualche miseria dignitosa. Una signora d'et e il suo figliolo adolescente, inzuppano con studiata pacatezza delle bombe dentro una tazza di cioccolata. Prima di entrare nella sala del Biffi, deserta in quest'ora dei suoi clienti abituali, madre e figlio si sono detti che la sera  meglio tenersi leggeri. "Tanto," asserisce la madre "chi potrebbe rimangiare? Io no, e tu?". "Io?" risponde il figlio "io il pranzo di mezzogiorno l'ho ancora qui", e si tocca con l'indice il pomo d'Adamo. Prima di entrare al Biffi, madre e figlio hanno dovuto vincere la soggezione che ispira quell'unico cameriere che monta la guardia davanti ai tavolini deserti. Vorrebbero non esser visti da nessuno. Di quale coraggio ha dato prova la madre, quando, dopo la cioccolata, ha chiesto al cameriere anche una bottiglia d'acqua e due bicchieri! In ferrovia costoro si persuadono a vicenda che il cestino da viaggio  di gran lunga preferibile all'"immangiabile" cucina della vettura ristorante. Leggeri banchi di nebbia galleggiano tra le finestre dei secondi piani e la vetrata della Galleria. I globi della luce svaporano nel biancore opaco, come lune ripetute da un rinfacciarsi di specchi. Il mosaico del pavimento  bagnato e sparso qua e l di segatura. A quest'ora, dalla porta del bar che oggi i suoi frequentatori chiamano "S", usciva un gigante biondo, chiuso nel tabarro e con in testa un cappello floscio a enormi tese, che si avventurava disordinatamente nel grande vuoto della Galleria, come un vascello sopra un mare immobile, gonfio di alte vele e battuto da una "sua" tempesta personale. Fiodor Scialipin andava in quel bar ad avvamparsi di liquori, si ubriacava con cura, poi, arrivato al punto di perfezione usciva dal bar, traversava la Galleria, tracciava un enorme diagramma di terremoto, e andava a imbucarsi nell'ingresso degli artisti della Scala, in via Filodrammatici, per prepararsi al Boris Godunv. Per quale miracoloso ritorno della lucidit, per quale portentoso risveglio della padronanza di s, quell'uomo, infumati gli spiriti di spirito mezz'ora fa, e che minacciava di crollare a ogni passo, tornava cos tranquillo non appena appariva in scena, parato con i paramenti d'oro dello zar e la corona in testa, e con andatura sostenuta traversava il palcoscenico, tra lo sbombardare di campanelle e campanone, e con mano che non tremava impartiva benedizioni a destra e a manca ai boiardi e al popolo raccolto e prosternato tra la chiesa dell'Assunzione e quella degli Arcangeli, il pollice, l'indice e il medio riuniti a mazzolino per significare l'indivisibile unione della Trinit, e poi apriva la bocca come una piccola caverna, tra la barba a fiume e i mustacchi spioventi, e mandava fuori chilometri e chilometri di voce grave, calda, possente, vasta e calma come i fiumi del suo paese?... Misteri di una coscienza nella quale la dignit dell'artista e quella del beone, convivevano in accordo perfetto.
Accanto al bar oggi nomato "S", si aprivano le vetrine della Bellotti. Nell'ora di Scialipin le vetrine della Bellotti erano spente, e una rete di metallo le riparava dai pericoli della notte. Dietro quella doppia protezione, i cappelli enormi, poggiati su esili steli, dormivano sopra un mare di velluto, increspato di ondicelle brevi. Mai pi di tre. Sulle tese a cerchio s'incurvavano e ricadevano a cascata le piume di struzzo, dalla cupola salivano a zampillo i pennacchi. Uno sguardo indiscreto nelle gabbie di un giardino zoologico, quando le belve dormono e sognano le foreste originarie. Era facile immaginare il destino di quei monumenti di feltro, di fil di ferro e di piume: partivano dalle vetrine della Bellotti, e andavano a posarsi in gloria sulla testa di qualche Lina Cavalieri.
Duroni c'era allora e c' adesso. Dispensiere di ottime lenti. Procura agli uomini microscopi che ingigantiscono l'infinitamente piccolo, e telescopi che mettono il selenitico Mare Serenitatis a portata di mano; ma il suo nome ha l'indiscreta crudelt di rammentarci le sofferenze dei nostri piedi.
Ancora pochi passi su questi piedi doloranti, ed ecco uno strano negozio che vende targhe per uffici e massime morali: "Il tempo  prezioso", "Lavorate in silenzio", "Attenersi ai doveri per esigere i diritti", "Ognuno al proprio posto fino al segnale di cessazione del lavoro", "Visite brevi", "Non bestemmiate", "Avanti", "Abbonamenti al bollo". Riassumete questi precetti, esaminateli a uno a uno, e avrete in ristretto tutti i principii sui quali poggia la vita onesta, laboriosa, pratica di Milano.
Un passo ancora, e una vetrina ci annuncia: "Fin Cra". Che cosa  "Fin Cra"?  l'apocope di "fini cravatte": esempio del linguaggio rapido, sintetico di coloro che vivono modernamente.
Vivere la vita con rapidit significa abbreviarla, non saperla gustare, sprecarla nel disordine e la confusione. La vita, come i cibi, va masticata lentamente. Uomini rapidi, per le malattie di stomaco che inevitabilmente vi aspettano, preparatevi fin d'ora delle cartine di pepsina, noce vomica e ipecacuana.
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NOTA: In Galleria si trova ancora l'"Isola dei morti" di Bcklin, si trovano i ritratti di Caterina Botzaris e di Lola Montes, riproduzioni di Van Gogh, Manet, Degas, il doganiere Rousseau. Nella Galleria di Milano funziona ancora una internazionale d'arte. FINE NOTA.
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Quale differenza tra allora e oggi! Quel medesimo albergo di Piazza della Scala che allora cos crudelmente mi respinse, oggi mi accoglie come se fossi il figliol prodigo, e il proprietario di questo albergo il padre del figliol prodigo. Ho una camera al terzo piano. Il silenzio mi circonda, suprema virt degli alberghi, giustificazione dei loro alti prezzi. Una doppia finestra mi protegge dall'inclemenza dell'autunno. Anche la mia porta  doppia e sicura. So per di pi che fuori, nel corridoio imbottito di tappeti, vigila una cameriera calzata di pantofole di feltro e somigliante a Euriclea, la vecchia e fedele nutrice di Ulisse. Come non riconoscere a questi piccoli ma sicuri segni, la mia identit col figlio di Laerte? Il telefono posato sul comodino mi consente, quando io voglia, di entrare in comunicazione col mondo esteriore, ma l'ignota ministra del centralino sa che io non desidero comunicare col mondo esteriore, e dal suo invisibile posto di comando protegge la mia pace. Scrivo queste righe seduto di fronte alla finestra. Piove sulla citt. Nell'abbaino della Scala, dietro le finestre basse, alcune giovani cucitrici preparano i costumi per i re, i trovatori, le castellane della stagione che sta per avere inizio. Accanto alla Scala, come il figlio accanto a sua madre, c' il teatro dei Filodrammatici, che al tempo di Stendhal si chiamava teatro Patriottico e serviva alle manifestazioni contro l'i.r. governo. Sul palcoscenico dei Filodrammatici vidi per l'ultima volta Ermete Novelli.
Sono nato italiano in Grecia. Il mio animo ha sentito fin dagli albori il finalismo della vita. L'idea che la vita quaggi non  che transito, io l'ho vissuta in atto. Solo di l ci aspetta la vita eterna e il paradiso. I primi tredici anni li ho consumati nell'angusto, nel cupo, nel non mio dell'attesa. Ero fuori della luce che spandono amore e possesso. Una penitenza in vista del premio. Ma del premio sospirato, dell'invocato paradiso, dell'Italia rivelata nella bellezza, nella dolcezza, nella magnificenza di un ineffabile prefantasma, qualcosa veniva a me di tanto in tanto, voce oppure oggetto, in forma di graditissima pregustazione: una mortadella trasudante, un lacrimante provolone, le recite di Ermete Novelli.
Le scatole di burro che ci venivano da Codogno, erano istoriate con vaccherelle obese pascolanti su prati di spinaci, quali l'Attica non si  mai sognata gli eguali, nemmeno prima di quel denudamento geologico di cui parla Platone nel Crizia.
A distanza di anni, e nella prospettiva del ricordo, soltanto ora apprezzo i frutti di quella terra da di, lo splendore dei pesci, la fragranza delle uve, quel misterioso ortaggio che ha forma di chiodo e si chiama bamia; e la tersa profondit del mare, e il cielo tralucente, e la gentilezza e gravit di quella terra per la quale, allora, non avevo se non odio e disprezzo.
Un armadietto di casa nostra, con tanti cassettini a vetrina e chiamato "Prodotti d'Italia", era il microcosmo del mio universo amato.
In seguito a una epidemia di tifo nella nostra cittadina tessala, mio padre cominci a far venire da Napoli l'acqua del Serino in damigiane, e in quell'acqua preziosa noi libavamo un elisir di vita.
In questo cercare i "prodotti italiani" c'era pi che il desiderio di cose diverse dalle indigene: c'era l'idea di accogliere le virt della patria e nutrircene, al modo del credente che s'india per mezzo della comunione; c'era la fede nell'anima di quei prodotti, c'era l'idea che porta la terra di Polonia nel monumento romano a Pilsudski, e nella tomba di Baffico a Boccadivalle reca l'acqua del Piave, e al bagaglio del cinese in viaggio aggiunge una bara, perch, morto, egli possa ritornare nella terra dei suoi maggiori.
L'arrivo di Ermete Novelli si annunciava di lontano, come l'occhiolino di luce in fondo a una galleria tenebrosa. Novelli veniva dal mare e approdava al Demotiks, al teatro municipale di Atene. Questo edificio ergeva la sua magra facciata neoclassica sul fianco della via Eolo, onde il dio dei venti entrava a spallate nel teatrone sgangherato e cigolante, correva coi piedi a compasso sul parapetto dei palchi, si buttava a tuffo nel polverone della platea, si arrotolava in tromba sul palcoscenico, si faceva piccolo piccolo per rifugiarsi nei camerini e spiare la nudit delle attrici.
Ma recitare in mezzo all'uragano, a Novelli che importava? Uragano egli stesso, Novelli dominava gli altri uragani, tutti minori di lui. Il suo occhio solitario ritrovava in mezzo alla fronte la vera natura dell'occhio ciclopico, che  una bocca di vulcano. Ermete pi che un nome era la sigla dell'attore, e ci dicevano che se anche Zacconi si chiama Ermete,  in omaggio a Novelli.
Rintronano ancora nella mia testa i muggiti del Moro geloso, il sibilo di dolore di Rabagas colpito al fianco da una sassata antidemagogica, il "siii" strascicato con che il pedagogo nero placava le ansie della madre di Beb. Per la sua serata d'onore, Novelli aggiungeva al programma un canto della Commedia: "Ruppemi l'alto sonno nella testa / un greve tuono, s ch'io mi riscossi / come persona che per forza  desta"; e con queste parole, pronunciate da quella voce, l'anima dell'Italia entrava a folate nel mio cuore.
"Ascoltatelo bene," ammoniva nostro padre "da lui udrete l'italiano pi bello".
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NOTA: Ero convinto dunque che Novelli fosse toscano, e solo pochi anni sono venni a sapere, e con stupore, che Novelli era romagnolo. FINE NOTA.
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E davvero pezzi di scultura uscivano dalla bocca di Ermete Novelli, e il palcoscenico del Demotiks in breve era pieno di statue.
La lontananza ingigantisce i ricordi, pure io sono convinto che Novelli fu un fenomeno della scena, come Dempsey del pugilato e Girardengo del ciclismo.
Ora Novelli  morto... Pure, pochi giorni sono, in casa di un mio amico trentenne che sull'Appia Nuova si  fatta una casa rustica e assieme civilissima, trovo al muro una fotografia dedicata "Al mio caro cugino" e firmata Ermete Novelli.
Morto tanti anni fa carico d'anni, come poteva Novelli avere cugini cos giovani?
Ma forse Novelli non  morto; e forse si aggira in mezzo ai vivi, compagno di Barbarossa, di Michele di Nostradamo, di Oscar Wilde (tre morti questi pure che non sono morti) e fa tuonare ancora quella sua voce scultorea che dominava gli uragani.
Non il solo Novelli veniva laggi a portarci la voce della patria.
Una notte, al lume dell'attica luna, che consente la lettura anche dei libri stampati in corpo piccolo, Eleonora Duse, ritta sui gradini del Partenone, ieratica e bianca nel camice di Anna, disse un passo della Citt Morta.
"Non pensate, Bianca Maria, che debbano esser felici le statue delle fontane? Nella loro bellezza immobile e durevole circola un'anima vivida che si rinnovella continuamente...".
Bench avessi solo dieci anni, mi avevano collocato accanto al generale Papatrapatkos, comandante la guarnigione di Atene, il quale stava appoggiato al tamburo atterrato di una colonna e si nascondeva la faccia nelle mani.
"Esse godono, nel tempo medesimo, dell'inerzia e della...".
Echeggi a questo punto una piccola deflagrazione, una fiammella brill tra i ruderi illustri, un "sss" prolungato pass fra gli ascoltatori, un susurro sdegnato corse il sacro recinto. Appallottolato dalla vergogna, il generale Papatrapatkos soffi sulla fiammella, nascose la sigaretta nel chepp. Eleonora riprese:
"Nei giardini solitari sembrano qualche volta in esilio, ma non sono perch la loro anima liquida...".
Quando anche l'ultima frase vol verso la luna, applauso non si ud, ma un nobile fremito corse gli ascoltatori.
Il duca d'Avarna, ministro plenipotenziario del Re d'Italia, porse il braccio a Eleonora, e assieme s'incamminarono alla discesa dei Propilei.
Anche Fregoli faceva parte delle pregustazioni che l'Italia ci mandava laggi. Non era il vero Fregoli, ma un supplente che Fregoli usava per le piccole tournes all'estero, e che si faceva chiamare Frizzo-Fregoli. Davanti alla magia di quello spettacolo "singolare", io mi pensava: "Se questo  il supplente, che sar il titolare?".
Il vero Fregoli lo vidi molti anni dopo, a Firenze. Abitavo una pensione sui lungarni, e a tavola mi toccava difendere strenuamente il teatro italiano dagli attacchi dei commensali forestieri. Quando lessi sul manifesto: "Recite straordinarie e definitive di Leopoldo Fregoli", annunciai ai miei avversari: "Vedrete stasera a che si riducono i vostri Reinhardt, i vostri Meierhold, i vostri Tarov!".
Le recite erano al teatro Verdi, percorso da spifferi e sospiri di latrine. Fregoli era vecchio, legato dai reumi, e mentre faticosamente si mutava gli abiti dietro le quinte, lo si udiva ciangottare con la dentiera che gli ballava in bocca.
Correvo il Piemonte alcuni anni fa, nell'automobile di un amico. Nei pressi di Asti, una villetta in cima a un poggio mi ramment una casettina di legno con la quale io giocavo da bambino. La indicai all'amico e questi mi disse:
"Era del povero Fregoli".
Ferravilla lo vidi una volta sola nel 1907, al vecchio teatro Fossati. Recitava La class di asen, il suo cavallo di battaglia. Piegava un foglio di carta, lo ritagliava con la forbice, poi lo spiegava e venivano fuori tanti pupazzetti a catena. La gente applaudiva. Forse applaudivano un Ferravilla che non c'era pi.
Intorno a quel tempo vidi anche Emilio Zago. Era vecchio, grasso e vestito da zia di Carlo.
L'ultima volta che vidi Virgilio Talli sulla scena, faceva il commendatore in una commedia di Sabatino Lopez e saliva una scala. Saliva di profilo, trotteggiando, le gambette a martello, le braccine contratte come i corridori in gara. Un capolavoro.
Gli anziani ricordano ancora la perfezione della compagnia Talli. La compagnia Talli era perfetta come tutto era perfetto in quel tempo, anche il "Corriere della sera", nel quale tutti i redattori scrivevano allo stesso modo preciso e anodino.
Anche la civilt, in fondo,  una quistione di mediocrit.
La moglie di Ermete Novelli (credo si chiamasse Olga Giannini, ma non ne sono sicuro) recitava nella compagnia di suo marito, e portava tutti i suoi oggetti preziosi appesi nel canaletto tepido e ombroso, tra mamma e mamma. Ignoro se la signora Giannini Novelli avesse scelto questo nascondiglio per timore di essere derubata, o per mantenere in buona salute i suoi gioielli. Le ballerine spagnole dormono con le castauelas in seno, altrimenti le nacchere, che sono fatte di granadillo, ossia di legno di melograno, se constipan di suono e muoiono. So d'altra parte di un grande personaggio che portava dentro il padiglione dell'orecchio, attaccata a una capsuletta di cera vergine, una perla grossa come una nocciola che gli era stata regalata, per paura che la perla, privata di calore umano, s'intristisse e perdesse la sua luce aurorale.
Una sera, mentre la compagnia Novelli recitava Luigi 11 di Casimiro Delavigne al teatro di Bucarest, scoppi sulla scena un piccolo incendio, e il pompiere di servizio prese in braccio la signora Giannini per trarla a salvamento; ma essa cominci a gridare "al ladro al ladro!", credendo che il vigile del fuoco volesse alleggerirla di tutte le ricchezze di cui il suo petto tinniva. Inconsapevolmente, Olga Giannini impersonava l'attore primitivo, che come il saggio antico portava ogni sua cosa con s, e che in Ispagna era chiamato Bulul.
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GARIBALDOFF.
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L'architettura si specchia nel tempo. La faccia di ogni epoca si riflette nella propria architettura. Simili relazioni corrono fra tempo e architettura, quali tra mare e cielo. Perch si continua a dire che l'architettura  un'arte? L'arte guarda fuori di casa. L'arte viene di lontano e va lontano. Questo il fascino dell'arte e la ragione perch la gente le si affolla intorno, e la guarda come si guarda un viaggiatore che torna da paesi remotissimi, e dal quale si aspettano racconti meravigliosi.
Sulla facciata degli edifici non  scritta soltanto la data della loro nascita, ma sono scritti gli umori pure, i costumi, i pensieri pi segreti del loro tempo.
Oggi mi sono allogato nel punto in cui via Principe Umberto e via Moscova si attraversano. Sfocia in questo punto la via Principe Amedeo, che  un fiume breve. Abita in questa via il mio amico Arturo Tosi. Una camera  chiusa e consacrata alla memoria di una vergine. Forse non si dovrebbe dire, ma come rimanere sordo al richiamo di un segreto? I segreti chiamano, ed  crudele non dare ascolto alle loro voci dolenti e bramose di eco. I segreti mi chiamano.  la forma pi profonda, pi "cristiana" dell'amore.  per i loro segreti che io amo gli uomini, non per le loro virt n per le loro gesta.  per questo desiderio bruciante, per questa speranza "che risolverebbe tutto" di riconoscermi, io, nei segreti altrui. Cristo si riconosce nella "sorella" Psicologia, e nuove nozze si dovrebbero celebrare, come tra Francesco e Povert. "S'io m'intuassi come tu t'immii...". Allora solamente si vedr miracolo d'amore, quando gli uomini si aduneranno non per associare i loro interessi, non per stringersi in comuni passioni, ma per scambiare in calde confessioni i loro pensieri pi riposti, i loro segreti pi gelosi.
L'anticamera di Tosi...
Tosi probabilmente viene da "tonsi", come tosa viene da "tonsa". Su Tosi questa spiritosa battuta, detta da un suo collega pittore: "Tosi va a dipingere paesaggi, come un cacciatore va a caccia". C' nella pittura di Tosi il gusto della domenica cinegetica e sana. Ogni paesaggio di Tosi dovrebbe essere seguito da una polentata con uccelli in una osteria di campagna, accompagnata da grandi sbevazzate e storie di cacciatori. Borgo di Porta Tonsa, l'antico Corso Vittoria, prendeva nome da una donna scolpita a gambe divaricate e in atto di radersi il pube. La tonsura del pube era inflitta per punizione alle adultere e alle meretrici. Questa scoltura "di costume", che sovrastava la Pusterla di Porta Tonsa e ora  conservata nel museo archeologico del Castello, raffigura la moglie del Barbarossa, variamente chiamata Beatrice, Isabella o Leobissa. Ma "tosa" ha anche un'origine pi nobile. Alle giovani longobarde che andavano a marito si tagliavano i capelli, e nelle Leggi di Liutprando (46, I, c. 2) le donne nubili sono dette "figlie in capelli": "Si quis Longobardus, se vivente, suas filias nuptii tradiderit, et alias filias in capillo in casa reliquerit...". Ludovico Antonio Muratori per parte sua (Rer. Ital. Script. I, II, p. 51) dice che le longobarde nubili erano chiamate intonse, e che da qui  venuta la voce tosa, viva ancora in qualche dialetto della Lombardia. Nell'atto I, scena 3, dell'Adelchi, Ermengarda esclama:
Oh dolce madre!
Qui ti lasciai: le tue parole estreme
Io non udii; tu qui morivi - ed io...
Ah! di lass certo or ci guardi: oh! vedi,
Quella Ermengarda tua, che di tua mano
Adornavi quel d, con tanta gioia,
Con tanta pita, a cui tu stessa il crine
Recidesti quel d, vedi qual torna!
Si confronti la tonsura della sposa longobarda, con la tonsura della novizia. Entrambe hanno scopo nuziale. Si recide il crine della novizia che va sposa a Cristo, come si recideva il crine della fanciulla longobarda che andava sposa all'uomo. Il popolo crede invece che la novizia sacrifichi i capelli, come una mondana e inutile bellezza. Il popolo crede sistematicamente il contrario della verit: forse per questo la saggezza del popolo  tanto pregiata. Non si capisce tuttavia perch alle donne che andavano spose, e avevano bisogno dunque di tutti i loro strumenti di bellezza, si tagliassero i capelli, che tra gli strumenti di bellezza, e soprattutto a gusto dei barbari, sono tra i pi efficaci. Bisogna credere che presso i Longobardi le donne di capelli corti fossero pi pregiate, siccome presso gli allevatori di cocker sono pi pregiati i cocker di coda mozza. Per parte loro, le giovinette di Delo consacravano la prima chioma ad Apollo e ad Artemide, ai divini fratelli che Latona gener nell'isola "galleggiante", ai piedi di un palmizio.
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NOTA: Capelli e barba, ai quali del resto si  sempre attribuito un potere magico, hanno ancora particolare importanza nei voti del Medioevo. Benedetto 13esimo, il papa di Avignone, che era tenuto col prigioniero, giura di non farsi radere la barba in segno di afflizione, finch non gli sia resa la libert. Allorch il capo dei gueux, Lumey, fa lo stesso voto, in vista della vendetta per l'uccisione del conte di Egmont, si tratta dell'ultima manifestazione di un costume che in tempi remoti aveva avuto carattere sacro". Johan Huizinga, Autunno del Medio Evo.
Anche i Trezenii praticavano la tricotomia votiva. "I Trezenii hanno una legge, che le vergini ed i garzoni non possono altrimenti andare a nozze, se prima non si tagliano le chiome in onore d'Ippolito: e cos fanno. Or questa stessa usanza  nella citt Sagra. I giovani offrono la loro prima barba: ed i garzonetti lasciano crescere per divozione i capelli dalla nascita, e quando entrano in sagro tagliano loro quei capelli, e postili in vaselli d'argento, ed anche d'oro, li appendono nel tempio, con una scritta che dice il nome di chi sono. Questo feci anch'io quando ero garzonetto; e nel tempio stanno ancora i miei capelli col mio nome". Cos Luciano di Samosata nella Dea Siria. FINE NOTA.
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Perch limitare ai soli capelli la qualit dell'offerta? Perch non estenderla ad altre recidibili parti del corpo? Alle unghie delle mani e dei piedi? A quello che taglia da noi la piccola e la grande chirurgia? Ai settecento grammi di umento che P. tolse a me? Al fibroma, Maria, che R. tolse a te? Quando Venere si taglia le unghie, i ritagli in forma di minime mezzelune cadono sulla terra e formano l'nice. A imitazione di ci, Cosima tagliava con le sue stesse mani i capelli al suo Riccardo, e ne imbottiva dei cuscinetti.
L'anticamera di Tosi  abbellita dal disegno pi "greco" di Piccio.
L'insistenza della nota greca a Milano non stupir se non chi ignora Milano come la citt pi greca d'Italia. Pi volte Stendhal nota l'"ellenismo" di Milano. Dice in Rome, Naples et Florence: "Il lato che la chiesa di S. Fedele mostra a chi viene dal teatro della Scala per la via San Giovanni alle Case Rotte,  molto bello ma grecamente bello, ossia gaio, nobile e privo di spaventosit". Questo "ellenismo" non  soltanto nella citt per opera dell'uomo, ma anche intorno alla citt per opera della natura. "Mi hanno fatto vedere il Resegon di Lec e il monte Rosa. Veduta da qui e al termine di una pianura fertilissima, la bellezza di queste montagne  grandiosa ma rassicurante, come l'architettura greca". (Op. cit., p. 42).
Un triangolo ottuso separa via Principe Umberto da via Principe Amedeo, terminato da uno dei molti esemplari di "venetismo" di cui giustamente Milano mena vanto. Nel breve giardinetto che fa il triangolo equilatero, sorge il monumento ad Agostino Bertani, capo ambulanza dei Cacciatori delle Alpi. Nel bassorilievo che adorna lo zoccolo, l'animoso sanitario  raffigurato in atto di tastare il polso al Leone di Caprera. In confronto alla retorica dei monumenti d'oggi, questi miti monumentini dell'ultimo Ottocento hanno il serio e l'affettuoso dei vecchi mobili di casa. Sotto il monumento a Bertani si apre una latrina sotterranea, ma non ne sono sicuro. Credo anzi che latrina non ci sia. Perch questa idea ha preso stanza in me? Forse perch  un'idea simile alla berna il verme del Brasile che vive e nidifica sotto la pelle dell'uomo, ma non esce alla luce.
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NOTA: Mi sono documentato meglio: la latrina sotto il monumento a Bertani c'; e Bertani nel bassorilievo non tasta il polso di Garibaldi ma di un vecchio signore che sta a letto e che io non so chi sia. Nello stesso bassorilievo c' anche una poltroncina bellissima e magnificamente scolpita. Questa rettifica non  per me:  per gli altri. Per me, la verit vera non  la verit com'essa , ma quale si  deposta nella mia memoria. E se nella mia memoria la verit ha subto mutamenti e correzioni, vuol dire che la verit aveva bisogno di essere corretta e modificata. FINE NOTA.
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Piccio era stirato in altezza e asciutto come Don Chisciotte. Il suo occhio era autunnale. Il suo sguardo si posava amoroso sulla natura, prima che il verno la coprisse e la cancellasse il gelo. Egli pure, come Chopin, era monumentale nella sua arte e assieme gentilissimo. Gli piaceva la chitarra e la sonava con l'attenzione riconcentrata dell'addomesticatore di belve. Piccio aveva un occhio, un orecchio sempre rivolti all'antico, e la chitarra  l'ultima incarnazione della lira di Orfeo. In mancanza di belve da addomesticare nella campagna lombarda, Piccio addomesticava i morti. Addomesticare i morti significa tirarli con molta pazienza fuori della tomba, e a furia di suoni scavati e profondi, convincerli a far ritorno nel mondo dei vivi. Solo l'arte di Piccio poteva arrivare a tanto. Questi, di notte, scavalcava il muretto del camposanto del suo paese, e si metteva a sonare al "caro Gaetano", alla "Teresa adorata", all'"indimenticabile Alfredo". Le tombe a una a una si aprivano, come trappole cui  passato di mente che il sorcio  gi dentro, e Gaetano, Teresa, Alfredo venivano fuori, rotondi, paciosi, belli grassi di vermi. Poggiavano i gomiti sul parapetto di quegli strani bagnetti, e si stavano ad ascoltare la voce di quell'amoroso zanzarone a bocca aperta, l'occhio imbambolato e lustro. Per colpa di Piccio, molti morti hanno perduto il posto guadagnato con tanta fatica nell'al di l, e sono tornati, infelici, a vagabondare tra gli infelici.
Piccio era camminatore instancabile. Apriva il compasso delle sue gambe lunghissime sulla pianura lombarda, e la misurava per lungo e per largo. Camminava e disegnava. Stenografava la natura. Ritraeva nel suo taccuino il volto giocondo, amabilissimo, addanaiato di questa campagna; le sue fattezze morbide e grasse di bella donna bionda; fermava sul foglio l'ondeggiare mite delle colline, il tremolare delle fronde, il lampeggiare delle acque, con scrittura flessuosa e piena di rapida grazia.
Era anche formidabile nuotatore. Faceva viaggi lunghissimi a nuoto. Scendeva nudo nel fiume, posava davanti a s un ombrello aperto e capovolto nel quale aveva riposto i suoi panni, e si lasciava portare dalla corrente. Continu cos fino a tardi. Finch un giorno le forze non gli bastarono, e il fiume lo trascin via, come un vecchio tronco d'abete, tra le spume e l'acque arrotolate. L'ombrello and per suo conto alla deriva.
Rimase, a Milano, la casa d'amore. Chiusa e misteriosa. Da anni in quella casa nessuno entrava pi, ma essa era egualmente parata di tutto punto, pronta a ricevere due sposi novelli. Piccio si era preparata quella casa, per condurvi sposa la donna amata. Ma costei mor prima delle nozze. Rest la casa, inutile a tutto, fuorch a ospitare il fantasma di un sogno felice. E ogni mese, puntualmente, Piccio pag la pigione. Fino all'ultimo.
Il punto in cui mi sono allogato  un nodo di architetture. Cinque facciate mi guardano. Ciascuna parla un linguaggio diverso: il linguaggio del "suo" presente. Dal fondo della via Principe Umberto, mi guarda la facciata della Stazione. Essa parla la lingua di Gabriele D'Annunzio. Qui non si tratta di stabilire se l'Alcione  poeticamente pi riuscito dell'edificio di Stacchini: solo i principii motori contano. L'uomo non aveva ancora capito che le stesse cose si possono dire con parole pi piane, e magari non dirle affatto.
Non conosco particolare architettonico pi bello, delle statue che dal fastigio di un edifizio sorgono di contro il cielo. Il tetto in tal modo popolato, acquista un che di animato e assieme di solenne. Non  detto che queste sublimi figure debbano culminare unicamente il tempio della Nike Aptera. La statua s'intona ai tetti pi modesti, ravviva la grazia di un villino, conferisce una qualche alterigia ai fabbricati cosiddetti di civile abitazione, come si vede nei quartieri alti di Roma. Per grazia di queste statue tutelari di eroi e di divinit, collocate ai quattro angoli del tetto e in nobili atteggiamenti composte, si stabiliscono sottili relazioni, una comunione poetica, un ineffabile dare e avere tra le "cose" celesti e la casa dell'uomo, quando pure gli abitatori di essa sono insaccatori di carne suina. Quanto poi alla profilassi o fisica o metafisica di un edificio, stimo che ben maggiori benefici essa trae dalle statue che la vigilano d'alto, che dai parafulmini la cui scarsa efficacia contro le armi di Giove  stata pi volte provata.
La ragione estetica delle statue sui tetti, il loro "perch"  cos facile da capire, che sembrerebbe inutile spiegarlo. Eppure c' della gente, tanta gente, e gente del mestiere ancora, che non riesce a capire questo "perch". Cos gli architetti di quell'architettura detta "monumentale", che fino a ieri ha funestato l'Italia e in parte continua a funestarla. In cos dire io spingo lo sguardo fino al fondo della via, e torno a guardare la stazione di Milano. Qui le statue, anzi i gruppi di statue non sono collocati sopra il cornicione, ma sotto; talvolta la sola testa della statua emerge dal cornicione, e in questo caso si direbbe che la statua sta a fare i bagni di luce. Pi spesso, la statua  interamente "cancellata" dal muro che le sta dietro. A che servono statue che non si possono vedere?  come appiccicare il francobollo nell'interno della busta. A riguardo delle statue sui tetti, nemmeno gli architetti razionalisti hanno mostrato intelligenza. Nella loro furia di spazzar via ornamenti e decorazioni, hanno abolito anche le statue. Errore. La statua sul tetto non  un ornamento:  un elemento "funzionale", per dirla nello stesso linguaggio di coloro: un super parafulmine.
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NOTA: "C'est aux prtres de l'Egypte qu'il incombait de protger magiquement les difices contre les tres malfaisants. On s'assurait de la puret du sol, de l'influence du fondateur, de l'opportunit du jour et de l'heure, de l'orientation. C'est pourquoi l'on commenait toujours la construction d'un temple le sixime jour du mois, trs tt le matin, aprs que l'emplacement et t purifi par le pharaon, ou,  son dfaut, par le grand prtre. L'on commenait par offrir des sacrifices aux dieux. Quand la construction tait acheve, l'on se htait de pendre des amulettes, de graver des formules magiques, d'installer des statues" . L. de Grin-Ricard, Histoire de l'Occultisme. FINE NOTA.
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L'angolo di via Moscova e via Principe Umberto, di fronte al palazzo della Montecatini,  occupato da un palazzotto di aspetto gentilissimo, ornato di colonne piatte e scanalate. La colonna ha scopo sostenitore. Ma queste colonne piatte, queste sezioni di colonne, queste colonne disegnate, questi fossili di colonne, questi fantasmi di colonne non sostengono nulla: hanno un fine unicamente ornamentale.
Queste "inutili" colonne sono l'espressione di una epoca in cui l'inutile prevaleva sull'utile. Non conosco la data di nascita di questo palazzotto, ma anche se  nato nell'Ottocento, esso perpetua egualmente lo spirito del Settecento e la sua grande civilt, a quel modo che Rossini pur nel cuore del colmo e patetico Ottocento, perpetua la musica dorata e divinamente vacua, sublimemente indifferente del Settecento.
La civilt del Settecento riusc a far prevalere il Superfluo sul Necessario.  il punto pi alto raggiunto finora dalla civilt. Chi vive in una civilt "settecentesca", non sa come essa sia fatta, come funzioni, quanto costi il suo funzionamento, quali forze lo alimentino, come siano congegnate le sue viscere, quali e quante sofferenze sieno necessarie a mantenerla in vita. Egoismo non , ma ignoranza dorata. Nel film Metropolis, gli eletti stranamente vestiti da schermitori vivono su terrazze di grattacieli, in giardini aerei, tra pavoni e uccelli lira, perfettamente ignari dell'inferno che brulica sotto i loro piedi leggermente calzati di bianco, nei sottosuoli di quei medesimi grattacieli che reggono il loro benessere immobile e indifferente, nei sottosuoli in cui un nero popolo di schiavi suda sulle macchine, muore sulle ruote dentate, crolla bocconi nella polvere di carbone. In fondo, chi ha dato il modello di questa civilt da Metropolis,  Dante Alighieri. Meno i grattacieli e la ripartizione dell'umanit fra terrazzi e sottosuoli, l'utopistica forma di civilt di Metropolis, il Settecento l'ha attuata. Civilt molto alta, sgrassata fino dell'ultimo "occhio" di fatica e sforzo, molto pura, molto leggera; ma per questo appunto fragilissima e soggetta alla corruzione. La salute dell'uomo, la sua forza, la sua resistenza sono fatte dalla massiccia, dalla concorde attivit di tutti gli elementi di morte.
All'angolo opposto di via Principe Umberto e via Moscova, sorge la casa edificata intorno al 1919 da Giovanni Muzio. Qui non l'inutile ha ispirato l'architetto, ma la Necessit. Casa torva, scontrosa, inamabile. L'angolo  smussato per facilitare la fuga di quei pochi che riescono a evadere dal Carcere del Bisogno. I milanesi la chiamano ca' brtta. Ananke, la crudele dea che rifiuta offerte e libazioni, non  bella da guardare.
Per fedelmente rispecchiare la faccia del proprio tempo, le pareti esterne della Montecatini hanno anche le necessarie qualit speculanti. La Montecatini fa specchio, e in essa si riflette una umanit collettivizzata e passata alla pmice.
L'aria di Milano non  cattolica. Malgrado il suo rigido presupposto di gelo, d'inumanit, di funzionalismo puro (le epoche pi morbide, pi civili, pi riposate cercano di "umanizzare" anche l'abitazione dell'uomo, e nasce cos la villa-dama - stavo per dire la Villa Madama - la villetta-signorina, il villino-bambino, e non per nulla queste creature edilizie sono dedicate ciascuna a una persona cara, a un affetto preciso, a un amore determinato: Villa Maria, Villa Teresa, Villa Barberina) la Montecatini  gotica, e si leva cos alta nel cielo per cercare Dio. In gotico c' Got, il nome di Dio nella lingua di quei popoli che soli hanno un profondo concetto di Lui.
Vedendo il proprio edificio cos freddo, Gio Ponti ha temuto che altri potesse scambiarlo per un edificio morto, e ha voluto che i visceri della Montecatini restassero visibili, come la macchina dell'orologio sotto la cassa trasparente: i tubi della posta pneumatica, i tralicci della centrale telefonica, i motori dell'aria compensata. E l'architetto, benevolo Mabuse, piccolo piccolo sotto l'enormit della sua creazione, pu con legittimo orgoglio indicare gli organi in funzione dell'edificio col suo fine dito di disegnatore preciso: "Guardate il cuore come pulsa, il sangue come circola, i polmoni come respirano!".
Il sogno di Prometeo si rinnova.
Ben altro mi capit, davanti al palazzo della Montecatini.
 un breve ma forte romanzo di Simenon, intitolato non so bene se Il fidanzamento di monsieur Hire, oppure La fidanzata di monsieur Hire. Poco importa. Questi romanzi brevi di Simenon (ricordo il titolo di un altro: L'asino rosso) sono un intermezzo tra il Simenon poliziesco e il romanziere "serio" dei Pitard.
Tozzi e rincagnati come bulldg, bassi e tracagnotti come cartucce piccole di volume, ma cariche di altissimo esplosivo. Cos gli scrittori di forte ingegno, ma privi di principii morali: non si preoccupano di esplodere e offendere chi legge, tanto per loro solo l'effetto conta. Quanto diversi da quest'altro scrittore "forte": Dostoiewski, ma cristiano e fradicio delle pi cristiane malattie: epilessia, istinti criminali disperatamente repressi; il quale trascina il lettore per la tremenda strada del suo delirio e lo ricuce uno straccio, ma in ultimo lo afferra e lo tira su, e con la sua mano di strangolatore gli mostra il miracolo dell'Aurora. La storia di monsieur Hire  una storia disperata, come tutte le storie che la letteratura francese ha scritto dopo il 1918.  ben vero che i malanni ognuno se li tira addosso da s. Come pu conservare la vittoria chi non ha gioia sufficiente per salutarla, non animo bastantemente giocondo per degnamente custodirla in s? Delusioni, smacchi, offese si accumulano sulle spalle di monsieur Hire, lui gi cos "grasso d'infelicit" fin dalle prime pagine. In ultimo, questo commendatore della disgrazia viene nella determinazione di non insistere pi, si butta dalla finestra della sua camera al quinto piano, col proposito di chiudere la partita sul marciapiede sottostante; ma nel momento supremo, e quando  gi pi di l che di qua, una improvvisa volont di vivere lo riprende, lo aiuta ad afferrarsi allo sporto esterno del davanzale; e per uno spazio di tempo che nessun orologio potr mai misurare, tanto l'eternit in quei momenti gioca con i decimi di secondo; con uno sforzo di cui non hanno idea atleti e abbattitori di primati; con uno strazio di cui il solo ricordo ci agghiaccia il cuore, rimane sospeso, lui e il suo corpo enorme e pesantissimo (noi "allora" diventiamo nonch estranei, ma nemici del nostro corpo, e vorremmo ucciderlo e buttarlo via da noi: da noi che viviamo diversamente) sopra la morte dura, la morte di pietra che di sotto lo tira, lo tira, lo tira...
Risalivo in quella morbida notte di novembre la via Manzoni al fianco del mio amico Fabrizio, e dolcemente conversavamo, noi membri segretissimi di una civilt cos sottile, che passa tra le gambe delle cose e si espande tra i misteri dell'aria.
Il nome del mio amico non  inventato col fine di "stendhalizzare" la nostra situazione, ma reale. E tanto pi felice suona dunque questa coincidenza. Fabrizio del resto  cos naturalmente stendhaliano, nell'animo, nel carattere, nel costume, che per una volta mi  consentito credere che la natura ha fatto le cose a dovere.
Milano del resto crea naturalmente gli stendhaliani, e gente antistendhaliana per eccellenza, a Milano si stendhalizza con la stessa facilit con cui al mare si abbronza.
Le vie di Milano sono particolarmente atte al conversare. Questa loro qualit  da ascrivere soprattutto alla loro ottima pavimentazione. La prima selciatura di Milano risale al 1265 e fu opera di Napo Torriani il grande podest: da allora sempre Milano god fama di "ben selciata". Stendhal loda pi volte le vie di Milano. "Milan est la ville d'Europe qui a les rues les plus commodes", egli scrive a pagina 17 di Rome, Naples et Florence, e, chi sa perch?, aggiunge a pi di pagina: "The most comfortable streets". Pi oltre, a pagina 83 dello stesso libro, egli ritorna sull'argomento delle vie milanesi, e ne illustra la struttura nonch a parole, ma per mezzo di un grafico. Si legge oltre a ci nella Novissima Guida Artaria del 1841: "Le strade di Milano, anticamente cos anguste e tortuose, hanno assai guadagnato attualmente sotto ambo i rapporti, ed in pochi anni, grazie all'infaticabile zelo della Municipalit, Milano non potr pi nulla invidiare alle altre belle capitali. Se le sue contrade non sono sempre rette, in compenso sono di una estrema pulitezza, e ci deriva dal modo con cui sono selciate, e dal sistema di condotti sotterranei che servono allo scolo delle acque piovane. Il selciato, che si potrebbe chiamare un elegante pavimento,  composto di ciottoli posti in piano e ben connessi; poi nel mezzo della via e per tutta la sua lunghezza corrono due lastricati o trottatoi di granito su cui ruotano le carrozze". L'urbanistica per va soggetta al tempo, e ci che al compilatore della Guida Artaria sembrava il massimo della comodit nel 1841, diventa supremamente scomodo agli Artari del 1941. Oggi gli edili milanesi vanno a snidare fino nei suoi ultimi rifugi l'"elegante pavimentazione" dei ciottoli e dei trottatoi, e la sostituiscono con una lucida crosta di asfalto; ma sono ben sicuri di non ammollire cos l'animo dei milanesi? Quando i selci del Corso Umberto, a Roma, cedettero il passo,  il caso di dire, ai cubetti di asfalto, un giornale della capitale vivamente deplor che "l'animo del quirite non avesse pi modo di temprarsi sugli antichi e gloriosi selci romani". Pur senza tentar di penetrare il mistero di questo podismo dell'animo, non si pu negare a quel giornalista la tempra dell'educatore. Anche Federico Guglielmo di Prussia, padre di Federico il Grande e della principessa Guglielmina, nutriva fiducia negli effetti della vita rude. Quando il maggiordomo riportava in tavola la zuppa di cavoli che, meno che nelle feste e nei pranzi di gala, costituiva l'ordinario della mensa reale, il Re Sergente si serviva una seconda volta, ma, perch i suoi figli non fossero tentati di fare altrettanto e si abituassero alla temperanza, sputava dentro la zuppiera. Cos scrive Guglielmina margravia di Bareith nelle sue Memorie, che Voltaire lodava come uno dei libri pi belli del suo tempo.
Solo nel 1785 si cominci a dare alle vie di Milano un nome scritto e numeri alle case. Tuttavia c' ancora della gente per la quale questi perfezionamenti urbani non hanno senso. Viveva a Napoli fino a pochi anni sono una vecchia, la quale ignorava tanto il nome della sua via, quanto il numero della sua casa. Costei, durante la sua lunga vita, non aveva mai ricevuto una lettera, mai una cartolina. Pensiamo a quelle famiglie nelle quali l'arrivo di un telegramma mette un'agitazione che dura settimane. La solitudine "postale" di quella vecchia napoletana, insegna un modo sicuro di evitare i conflitti nazionali e quelli internazionali. Intorno a quel medesimo anno (1785) fu anche messo termine all'uso di gettare le immondizie dalle finestre. Razionalizzato, questo uso si continua a Quito, capitale della Repubblica dell'Ecuadr. Il tetto dei tram di Quito  fatto a giardiniera, e al passaggio del tram gl'inquilini vi gettano sopra dalle finestre le immondizie. Alla fine della corsa, il tram scarica alla rinfusa viaggiatori e immondizie.
Di tutte le vie di questa citt cos squisitamente peripatetica e dialogica, via Manzoni  la meno atta al conversare. Nel suo primo tratto principalmente, tra la Scala e il Monte Napoleone, via Manzoni  un enorme camminatoio di pietra, che colonne di artiglierie traversano senza interruzione, le une montanti le altre discendenti. Il cupo fragore di questi tram ermetici e bassi, meno fatti per correre sulla superficie della terra che sul fondo del mare, non penetra in noi per le orecchie ma per lo stomaco. Chi  costretto a passare per via Manzoni di giorno e a piedi, affretta il passo e tiene la bocca chiusa come per gelo. Se ha cosa molto urgente e importante da comunicare al compagno, gli accenna di fermarsi, si volta verso lui, fa tromba con le mani, e come marinaio nella bufera gli grida: "Ti sei ricordato di scrivere a Quasimodo che il colore degli ulivi greci, che Anacreonte chiama chlors,  impropriamente tradotto nell'aggettivo "glauco", perch la qualit marina di questo aggettivo, il suo umidore, le immagini opache che esso evoca, la sua stessa sonorit cupa, rotonda, sdentata, molle, da "tuffo", si aff alle cose marine e soprattutto sottomarine, non al fogliame dell'olivo greco, cos terrestre, cos asciutto, cos palladico?". Dopo di che fa cenno al compagno che ha finito, e riprende la strada affrettando anche pi il passo, come il treno che  stato costretto a fermarsi per alcun incidente, e accelera per arrivare in orario. Quanto al fragore dei tram che passa attraverso la nostra testa, esso ci d idea che anche dalla nostra, come da quella di Giove, pu nascere qualcosa: un'idea in mancanza di una dea.
Arrivati all'angolo della via Principe Umberto con via Moscova, Fabrizio si stacca da me e si volta cos da farmi fronte, poi indica l'edificio che occupa l'angolo tra le due vie e mi presenta la "Montecatini". Se nell'illustrazione del libro avverr la medesima trasformazione che  avvenuta nella scenografia, e dalla scena dipinta si passer alla scena "volumetrica" (in alcune parafrasi libresche delle favole di Walt Disney,  stato gi dato saggio di illustrazioni plastiche) il palazzo della Montecatini potr servire a illustrare quei castelli incantati dei poemi cavallereschi, nei quali si entra e non si trova nessuno, ma si  ugualmente serviti di mensa, di letto e d'amore; oppure si entra e non se ne pu uscire; oppure spariscono di colpo senza lasciare traccia, meno un leggero puzzo di bruciaticcio, se uno  pratico di magia e conosce l'arte di smagare gl'incanti.
 il palazzo del silenzio.  un palazzo costruito con acqua rappresa, nella quale come lune morte si specchiano le luci rotonde dei fanali.  un palazzo di zucchero levigato e appena inverdito dal gelo, che sale nella notte e va.  un palazzo...
"Ma voi chi siete, che d'un tratto vi ponete terzo fra noi? Da quale nulla siete uscito? Quale imprudenza di noi vi ha generato?".
L'inaspettato e obeso personaggio che magicamente  sorto fra me e Fabrizio, e con occhi sfanalati dal terrore contempla la superficie artica della Montecatini, comincia: "Hi... Hi..." ma non riesce a pronunciare la seconda sillaba del suo nome, perch come capisco senza esitazione, lo sfracellamento della dentatura seguito alla terribile caduta, non gli consente di pronunciare l'erre.
Pi con i gesti che con le parole, monsieur Hire spiega a me e a Fabrizio, che se nel giorno della sua morte egli si fosse buttato da una finestra della "Montecatini" anzich da quella della sua habitation bourgeoise di Parigi, non avrebbe trovato la pi piccola sporgenza, non il minimo aggetto cui afferrarsi con le dita prima, poi con le unghie, a sostenere il suo corpo enorme e pesantissimo in quei terribili secondi di agonia.
Tremante di paura pur di l dalla morte, monsieur Hire tace e guarda la facciata della "Montecatini", liscia come una faccia sulla quale una lingua di fuoco  passata e ha bruciato ciglia e sopracciglia; poi, a poco a poco, senza un gesto, senza un addio, senza una parola di scusa, il morto per sfracellamento si spegne d'in mezzo a noi.
Qui ove ora nella notte sorge la vitrea Montecatini, un giorno io passavo e, giovinetto, camminavo alla sinistra di Arrigo Boito, che somigliava al gatto di Pinocchio; alto e dottorale, e nascondeva lo zampetto dentro stivaletti di coppale, lustri e puntuti come ferri da stiro. Boito aveva una caviglia da puro sangue, la vestiva di serica e finissima calza nera, sulla quale dalla bocca dello stivaletto saliva come gambo di fiore una bacchetta di colore vivo, e la sua civetteria moltiplicava le occasioni di tirare su il calzone per mettere in vista quella pregevole parte di s. La madre di Boito era polacca, e questa  forse una ragione sufficiente per giustificare nel figlio la civetteria della caviglia.
Boito reggeva una cartata di dolci, avvolti nel nome della ditta Cova. Dove portava quei dolci Boito, e a chi? La mia vita amorosa in quel tempo si nutriva solo di speranze. Pensavo che Boito avesse delle amanti mature, ma morbide e bellissime. Grosse gatte bionde, avvolte nella seta e nelle piume di struzzo. E non una, ma tante. Dolci come tramonti d'estate. Creature odorose e dolcissime, ma inette al camminare. E pensavo che queste mammone lo ricevessero dentro alloggi minuscoli, ma imbottiti e soffici come bomboniere. E solo per questo invidiavo Boito: non per le sue opere, che non m'ispiravano n interesse n simpatia. Nemmeno del rispetto ero convinto, che io giovinetto avrei dovuto sentire per quell'uomo carico d'anni e di gloria; ma poich nemmeno della legittimit del mio non rispetto ero sicuro, me ne facevo una colpa. Il mio amico Mandiargue mi raccont sono pochi anni che Rimbaud fu condotto giovinetto da Vittor Hugo, come adolescente di belle speranze al patriarca della poesia. E Vittor Hugo pos la sua vecchia mano sulla testa del giovinetto, gli carezz i capelli, pronunci alcune parole di consiglio e di augurio; al che il giovinetto torse gli occhi glauchi su quel vecchio leone (o trombone) della poesia, e brontol fra i denti: "Vieux c...!
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NOTA: Sesostris sottomise tutti i popoli che si trovarono sul suo passaggio. Sul territorio di coloro che si erano difesi valorosamente, fece erigere delle steli col suo nome, quello della sua patria, e una scritta nella quale era detto che con la forza delle sue armi egli aveva soggiogato quel popolo; sul territorio di coloro che si erano arresi senza combattere, fece erigere delle steli simili alle prime, con questo in pi che vi era incisa anche l'immagine delle parti sessuali della donna. Erodoto, Euterpe. FINE NOTA.
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Come si spiega che alcuni popoli prendano a simbolo della stupidit il sesso femminile, e altri quello maschile? Boito se ne and, dopo che pure lui mi ebbe rivolte alcune parole di consiglio e di augurio, che io finsi di ascoltare con compunzione, ma alle quali non detti n attenzione n peso. Si capiva del resto che Boito stesso non chiedeva di meglio che vedermi andar via, e che la mia presenza gli dava pi imbarazzo che piacere. Quanto sensibili i vecchi, e quanto irritati dal non rispetto di un giovinetto che si avvia a fare le medesime cose che loro stessi hanno fatte, e nelle quali essi vorrebbero credere di essersi conquistata una posizione inespugnabile e di aver chiuso le porte a qualunque futura rivalit. Scintillava il pomeriggio estivo. Il cielo sembrava guardare sotto a s un mare commosso dal libeccio, non una citt ferma nelle sue pietre. Uno spazzino municipale annaffiava con la lancia i lastroni di via Principe Umberto, variando il getto ora a colonna dura e ora a ventaglio, ora vicino e ora lontano, ora a linea retta e ora a ponte, e il sole scintillava nell'acqua scagliata, formava delle fiamme e degli archi d'argento. Sul limite interno del marciapiede erano schierate le lance di una cancellata. L'angolo sul quale ora sorge lo scrimolo diaccio della Montecatini, allora era occupato da una casa bassa, rossa e gentilissima adibita manifestamente a portineria. Un'altra casa egualmente bassa e rossa le rispondeva dall'altro limite della cancellata, dietro la quale un prato si stendeva verde e pettinatissimo, che dichinava a conca intorno alle rive di un laghetto, sul quale alberi riccamente cappelluti e raccolti in signorile gravit, versavano la loro ombra. Bimbi e grossi sambernardo giocavano sul prato, dame e gentiluomini sedevano all'ombra degli alberi, in elegante merenda.
"Quello che hai visto in quel lontano pomeriggio d'estate" mi dice Fabrizio "era il parco della villa Melzi d'Eril".
Non posso guardare la Montecatini e non ricordare assieme quel prato che dichinava sulle rive del laghetto, quelle fresche dame sotto gli alberi, quei bimbi che giocavano coi sambernardo. N posso dimenticare che se monsieur Hire fosse partito per l'ultimo viaggio da queste finestre senza ciglia, non avrebbe avuto il diritto di pentirsi.
Del resto, perch pentirsi?
L'aria vibrante di ferro in mezzo a cui bisogna passare per traversare via Manzoni, giustifica ci che i vecchi milanesi dicono della morte di Giuseppe Verdi.
Verdi, come si sa, mor all'albergo Milano, all'angolo di via Manzoni e via Croce Rossa. Occupava un appartamento d'angolo, e si dice che durante la malattia il municipio fece spargere della paglia sulle due vie, perch il rumore dei veicoli non turbasse l'illustre infermo. Si dice pure che Verdi negli ultimi giorni si fece trasportare in salotto perch nella camera da letto gli mancava l'aria, e che nei suoi momenti estremi invoc "aria! aria!", come Goethe per parte sua aveva invocato: "Mehr Licht!".
Queste notizie me le aveva date il mio amico Ettore, e io, dopo averle accuratamente trascritte nel mio taccuino, avevo preso il treno e me n'ero tornato a Roma. Come diffidare di notizie sull'albergo Milano date dall'amico Ettore, che dell'albergo Milano  stato per tanti anni proprietario? Ma l'indomani una lettera dell'amico Ettore mi raggiunge a Roma, mi avverte che le notizie sono sbagliate. Verdi non  morto in salotto ma nella camera da letto, la paglia non  stata sparsa per Verdi, ma dieci anni prima per Don Pedro Secondo del Brasile.  curioso vedere come nascono le leggende, e soprattutto come il personaggio maggiore (Verdi) ha assorbito nella propria leggenda il personaggio minore: Don Pedro Secondo. Artista, sono contento che l'artista abbia assorbito l'imperatore. Quanto all'invocazione in extremis di Goethe, essa si riduce in verit al desiderio espresso dal morente di aprire un poco le persiane.
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NOTA: Cfr. Docteur Cabans, Le Cabinet Secret de l'Histoire. FINE NOTA.
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Ho visitato la camera nella quale  morto Verdi. Essa porta il numero 11, ossia  custodita da due carabinieri. Di Lui e delle sue cose non rimane traccia. Mi affaccio alla soglia della sua camera nella quale ora una sarta di Torino presenta i suoi modelli, abiti molli, slocati, svenuti sui divani. I mobili che componevano la camera di Verdi sono stati trasportati a Sant'Agata, ricomposti nel loro aggruppamento familiare. Sono patetici e "verdiani". Come tutte le miti cose dell'Ottocento, anche la camera di Verdi  una fotografia in negativa.
Quando Verdi mor, alle sedici del 21 gennaio 1901, egli non mor soltanto a Milano, ma nell'universo intero. Il verso di D'Annunzio: "Pianse ed am per tutti" suona retorico e insensato, ma praticamente  vero. La retorica una volta tanto s' incontrata con la verit.
Io ero ragazzino e si abitava Atene. Quando arriv la notizia che Verdi era morto, i fanali della via Stadio si velarono di crespo e le farfalle del gas bruciarono nella luce del sole. Luce velata  segno di morte: a maggior ragione luce nella luce. Mio padre si chiuse nel suo studio, e dal buco della serratura vidi che piangeva.
Al dolore seguirono gli aneddoti. Si seppe che Verdi aveva lasciato sette milioni di lire, somma enorme nella prospettiva economica di quel tempo.
Un giorno si presentarono al Console d'Italia al Pireo due contadini odorosi di cacio caprino, il figaretto aperto sulla camicia e la camicia aperta sul petto lanoso, la faccia piena di baffi e gli occhi di sopracciglia, le brache di lana strette alle caviglie e i piedi infilati negli zarc.
Delegati di un vasto parentado, costoro erano calati dal loro villaggio nativo, Macrinizza, sulle pendici selvose del Pelio, avevano navigato il canale dell'Eubea sulla tolda di uno di quei vaporetti greci sacri a Poseidon e brulicanti di scarafaggi, si presentavano al "signor Console dell'Italia" affinch li provvedesse dei mezzi necessari per recarsi in Italia.
"Perch volete andare in Italia?" domand il console.
"Perch dobbiamo ereditare da Verdi".
"E perch dovete ereditare da Verdi?".
"Perch anche noi ci chiamiamo Verdi" risposero quei quattro baffi come un baffo solo.
Era vero. Solo che la d dei Greci, cio a dire la delta, si pronuncia pi dolce e con la lingua fra i denti: "Verdhi".
Il verso di D'Annunzio va completato: "Pianse ed am, e raccatt soldi per tutti". Universalit di una fama! Una fama che fama non  pi, ma mito. Anche in questo Verdi somiglia Garibaldi. La somiglianza fra questi due "violoncelli della storia"  tale, che Verdi pu essere chiamato il Garibaldi della musica, Garibaldi il Verdi dei campi di battaglia. Sulle rive del mare d'Azf Garibaldi non si rec mai, ma tale era la sua fama di "liberatore", che gli abitanti di quelle rive, rozzi, miserabili, ignoranti, elessero per udito dire Garibaldi loro eroe nazionale, lo chiamarono Garibaldff, e aspettarono che arrivasse sul cavallo bianco, avvolto nel puncio, fissi davanti a s gli occhi biondi e ammiccanti, per liberarli dallo zar. Venne invece un commissario del popolo, e coloro forse aspettano ancora.
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I CINQUE TEATRINI DELLA CRUDELT.
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Le idee che a sentimento mio accompagnano il nome di Milano, sono: Giustizia Illuminata, Mancanza di Odio, Ignoranza della Crudelt.
Non appena ho finito di scrivere la parola Crudelt, scoppia nella parte ancora bianca del foglio una risata cos tagliente, che lacera la pagina da parte a parte. Prendo un altro foglio, ma questo mi si annegra tra le mani, non tanto per da non lasciarmi intravedere sul foglio stesso il contorno di cinque teatrini in fila. Io penso: "Qui ci sar spettacolo", e a conferma della mia congettura, il nero del foglio si allunga a nastro e mi avvolge di sopra e di sotto.
Si apre il siparietto del primo teatrino a sinistra, e appare il Parco di Milano, come lo si vede oggi dalla porta posteriore del Castello. La Torre Littoria a destra, il Palazzo dell'Arte a sinistra, le addomesticate selve dalle parti e l'Arco della Pace in fondo al grande prato. Poi, a poco a poco, il Parco si trasforma, traversa rapidamente la condizione nella quale era prima che il conte Alemagna lo sistemasse a parco cittadino, ricompone per un attimo le sue giostre e i suoi teatrini fra squilli di trombette e rulli di tamburelli, e infine, in un silenzio incantato, soffuso del frusciare di un tranquillo fogliame, del susurro delle fontane e del chioccolare degli zampilli, il Parco torna a essere quel Paradiso Terrestre che era nell'et viscontea, i suoi viali fiancheggiati di lauri e di mirti, e i tetti d'intrecciate rame. Al momento in cui si apre il siparietto, un milite sta puntando l'archibugio su un lepre che traversa il viale a tetto di verdura, spara e lo uccide. Entra in questo mentre da destra Bernab Visconti seguito da parecchi trabanti, e vedendo che il milite ha ucciso il lepre gli domanda:
"Perch quando spari chiudi un occhio?".
Il milite: "Per meglio prendere la mira, eccellentissimo Signore".
Bernab (ai suoi trabanti): "Sia tolto a questo bravo milite l'occhio che egli chiude per meglio prendere la mira. Io non amo le cose superflue".
Si chiude il siparietto del primo teatrino e si apre quello del secondo. La sala del trono, nel Castello di Milano. Entra un giovane dall'aria sventatella, che traversa la sala volteggiando come un cacciatore di farfalle, e va con una grande scivolata a fermarsi ai piedi del trono.
Il giovane (a Bernab): "Maest, ho sognato che uccidevo un cinghiale".
Bernab (ai suoi trabanti): "Sia tolto a questo giovane sognatore l'occhio sinistro e gli sia mozzata la mano destra. Stendhal, fra pi di quattro secoli, aggiunger a guisa di commento: lezione di discrezione".
Il giovane (mentre  trascinato via dalle guardie): "Grazie per la discrezione, eccellentissimo Signore".
Si chiude il siparietto del secondo teatrino e si apre quello del terzo. Galeazzo Visconti, nella sala delle torture, sta sperimentando sul paziente la famosa Satanica Quaresima, di sua personale invenzione. Nei primi nove giorni, separati da uno di riposo, il colpevole  fustigato; nel decimo e per tre giorni di seguito, gli si d da bere aceto misto a calce; nel quattordicesimo gli si strappano dalla schiena due liste di pelle; nel quindicesimo gli si scorticano i piedi e lo si obbliga a camminare su ceci secchi; dal diciannovesimo al ventunesimo gli tocca la pena del cavalletto con mani e piedi legati; nel ventitreesimo  privato d'un occhio e poi dell'altro, dopo di che gli si taglia il naso e infine, troncati mani e piedi,  attanagliato con ferro rovente su una pubblica piazza. Non  detto se a questo trattamento qualcuno sopravvivesse.
Voce di Clio (nel buio): "Galeazzo II, che tu qui vedi, diede grande lustro all'Universit di Pavia, incoraggi lo studio del diritto civile e di quello canonico, della medicina, della fisica e della logica. L'amore della scienza non  incompatibile con la crudelt. Questo stesso Galeazzo Visconti inizi nel 1376 l'edificazione della Certosa di Pavia, per sciorre un voto alla Madonna fatto dalla sua defunta consorte. Nemmeno la piet  incompatibile con la crudelt".
Si chiude il siparietto del terzo teatrino e si apre quello del quarto. Una via di Milano piena di popolo che grida e batte le mani. Passa un carro sul quale  legato un uomo nudo al quale il carnefice strappa di tanto in tanto, con una tenaglia enorme e arroventata, un lembo di carne che butta alla folla. Sembra una scena di carnevale e il carro pubblicitario di una ditta farmaceutica che lancia un suo prodotto per il mal di fegato, e non si capisce perch intorno a questo carro dell'"Epatina" non si avvolgano nastri di stelle filanti n clino nubi variopinte e tremolanti di coriandoli. Solo un esame pi attento assicura che questa carnevalata  fatta sul serio e che l'uomo attanagliato  il barbiere Gian Giacomo Mora, reo, quale untore, della peste del 1630.
Si chiude il siparietto del quarto teatrino e si apre quello del quinto. La scena  piena di confusione e lo spettatore non capirebbe nulla, se non soccorresse a buon punto la voce di Clio.
Voce di Clio: "Qui vedi le lotte sostenute per la fede dai Nicolaiti e dai Paterini. Costoro, chiamati cos per i paternostri con i quali cristianamente rispondevano agl'insulti, hanno dato il loro nome alla via Pattari, che oggi ancora parte dalla destra del Corso Vittorio Emanuele appena al suo inizio, e secondariamente ai rigattieri che or non  molto ancora trafficavano in questa via in oggetti disparati, che i milanesi chiamano appunto patte. Vedi il monaco Liprando, colui che nel 1103 sostenne, nell'attuale Piazza Sant'Ambrogio, la prova del fuoco e, ci che  pi strano, la vinse, e al quale, mentre egli officiava nella chiesa di San Paolo, furono mozzati il naso e le orecchie. Poi vedi gli stessi Paterini che due secoli dopo abiurano la loro fede e seguono Guglielmina la Boema, profetizzano la venuta del nuovo Messia, auspicano l'uguaglianza della donna e dell'uomo, e nei locali della Canonica dei Decumani, edificata sull'area dell'attuale Piazza Cavour, si uniscono ai preti che sono stanchi del celibato e vogliono contrarre matrimonio. Infine vedi il prete Mirano, che accusa al Tribunale dell'inquisizione Guglielmina la Boema, morta da parecchi anni e seppellita nell'abbazia di Chiaravalle, e l'inquisizione che fa esumare la spoglia di Guglielmina, e la fa bruciare in Piazza della Vetra, in compagnia di Maifreda, monaca Umiliata, e del prete Andrea Saramita, entrambi vivi".
Si chiude anche il siparietto del quinto teatrino, e la luce torna a farsi sulla mia pagina.
Fatta la luce, scopro Clio cos come l'ho figurata in Dico a te, Clio, la mano sinistra in atto di chiudere la porta ch'essa si porta sempre appresso, il braccio destro tagliato all'altezza del gomito, il chitone serrato alla vita da un cingolo, i piedi nudi infilati nei sandali, un velo matronale posato sulla sua mite e pensosa testa di cane. Dice Clio:
"Che sono questi pochi esempi di crudelt, in confronto alle crudelt che annegrano la storia di altre citt, di altri paesi? Credi a me: Milano  uno dei pochi siti della terra, in cui la parola humanitas serba intatto il proprio significato. Per collaudare i cannoni di grosso calibro sono stati fatti i ballipedi, per giocare a tennis i campi di tennis:  bene che voi pure, viventi la vita nella sua intera profondit ma senza speranza di evasione in altri mondi,  bene che voi pure abbiate i vostri campi di immortalit terrestre".
Clio se ne va, portandosi appresso la sua porta portatile, dietro la quale essa chiude via via i fatti e gli uomini che compongono la storia (debbo dire tuttavia che questa sua cucina, Clio la fa senza discernimento e al modo di un grossolanissimo minestrone) ma le parole che essa ha pronunciato prima di andarsene, continuano a occupare la mia mente.
Viene la notte, e quelle parole si gonfiano a poco a poco nella mia testa. Domani sar un nuovo giorno, poi di nuovo la notte caler, poi un'altra volta torner il giorno. Ma questo avvicendarsi di giorni e notti a me che importa? Vedo scendere l'ombra e risorgere la luce, questo spettacolo distante da me e che non mi riguarda. A me il mio giorno  perpetuo, la luce nella quale vivo immutabile: non abbagliante, ma distesa e tranquilla.
Immortalit terrestre.
Quale esattamente la differenza tra noi e gli "altri", e onde nasce l'invidia che gli "altri" hanno per noi, e invano tentano nascondere sotto un ostentato disprezzo e la fallace denuncia della nostra inutilit?
La differenza  questa, che noi conosciamo il gioco segreto della felicit, e coloro lo ignorano: quel gioco che spiegato altrui e insegnato, stupisce per la semplicit della sua tecnica e la modestia dei suoi risultati, ma in compenso  gioco sicuro e fondato sul principio della sana felicit, che  di ignorare l'irraggiungibile bene, e contentarsi del bene che si trova quaggi e si pu toccare con mano.
Gli altri vivono nella speranza di beni assai pi costosi e spettacolari. Hanno l'al di l. Hanno il paradiso se cristiani, i cori angelici e la contemplazione di Dio; hanno le montagne di pilf se musulmani, e le blandizie delle ur; hanno il nirvana se buddisti, e la suprema volutt del nulla. Noi, abbiamo l'immortalit terrestre.
Che ce ne faremmo noi dei gaudii celesti, che n i canti liturgici amiamo n le voci bianche, e cui la compagnia degli ospiti del paradiso dantesco, le loro facce, i loro ragionamenti e quel loro passeggiare in camice di candido lino farebbero morire di noia, se morire in paradiso non fosse un'assurdit?
L'arte stessa richiede la "permanenza sulla terra". Un artista serio, degno di questo nome, non sconfina dalla terra, non evade, non sula, ma sulla terra, nelle cose terrestri e a portata di mano trova mistero e lirismo, stupore e profondit. Sconfinano dalla terra gli esteti, ossia i falsi artisti, coloro i quali credono che l'arte  un al di l, una cosa "non da tutti i giorni", uno stato ineffabile, un ideale.
Noi che non fidiamo nella felicit futura, noi che siamo tornati all'idea del paradiso sulla terra, noi andiamo cercando un sito che per la sua natura, per la veste che lo copre, per l'aria che lo circonda, giustifichi questa paradisiaca idea.
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NOTA: Originariamente, il paradiso  soltanto terrestre. Pindaro descrive il soggiorno dei beati in un giardino bellissimo, rinfrescato dalle brezze oceaniche, e lo stesso concetto ritroviamo in Persia, ove la parola pairidaza, ossia "chiuso", designava i magnifici giardini che circondavano i castelli dei satrapi e del Gran Re. La storia della parola "paradiso" nelle tre grandi religioni monoteiste  originariamente il paradiso era un paese d'oltretomba collocato sulla terra stessa, forse in qualche oasi. L'idea del paradiso pass da terrestre a celeste in epoca relativamente tarda, e per influenza dell'astronomia caldea. FINE NOTA.
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Cerchiamo le Isole Fortunate.
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Le Isole Fortunate sono state identificate nelle Canarie. Ma le Canarie a noi sono inaccessibili, inabitabili forse. Del resto, anche sulla specie di questo paradiso terrestre, bisogna intendersi. Non chiediamo il "fulgor del creato", non bellezze prepotenti, e meno che meno aspetti drammatici della natura; ma un sito cos naturalmente civile, cos garbato, cos cortese, cos atto a non recare disturbo, che l'uomo-artista, secondo i dettami della vera felicit, possa liberamente e appieno godere di se stesso.
Le isole dei beati, la fantasia degli antichi le collocava fuori del mondo, in luoghi di accesso o difficile o addirittura impossibile, nei misteriosi oceani da cui emergevano anche i paesi d'utopia. Rimanevano alcuni pudori da sormontare...
Nella Storia vera, l'opera pi bella di Luciano, questi e i suoi compagni di viaggio approdano di l da un brumoso mare in un'isola nella quale vivono raccolti in dolce noia gli eroi morti, i poeti e i filosofi, dei quali il solo Empedocle manca perch essendosi presentato costui in condizione di avanzata carbonizzazione, gli fu negata l'ospitalit in luogo cos ordinato e pulito.
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NOTA: Di questo romanzetto d'avventure non si hanno se non due soli libri. Curiose le analogie tra questo romanzetto e i Viaggi di Cyrano di Bergerac, e soprattutto le Avventure di Pinocchio. FINE NOTA.
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Per noi, le nostre Isole Fortunate, il luogo della nostra immortalit terrestre  Milano nell'inverno, e la Versilia nell'estate.
Misteriose potevano sembrare le ragioni che ormai da tanti anni richiamano su questo lido e in queste pinete artisti e letterati. Ma la ragione  nella mitezza di questa natura, nella sua "umanit".
Qui n grandezza eccessiva di natura n eccessiva miseria distraggono l'uomo da se stesso. Monti alti ma non troppo, e cos saviamente collocati da non sopraffare l'uomo e renderlo un Segantini, un Vittor Hugo; fiumi in buon numero e brodosi, ma di facile passo e corso tranquillo. Vegetazione tanta da mobiliare piacevolmente e darci la sensazione che ci possiamo coricare ove che sia, che  il senso profondo della comodit, ma discreta e a statura d'uomo. Lo stesso mare - questo grande incantatore, questo grande scocciatore - tenuto nei limiti della pi garbata discrezione, e incapace di suggerire sia oceanici furori, sia barcarole indecorose ed emollienti.
Il simile da parte dell'uomo e dei suoi lavori. Nulla che turbi o disturbi la mente di colui che nella terrestrit ha riposto ogni sua fiducia, e nella vita stessa spera immortalit, di qua e di l dalla morte... Non antichit, non medio evo, non gravi voci del passato n sguardi carichi di fato.
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NOTA: Salvo la villa del senatore Rolandi Ricci presso il lido di Camaiore, che, come dicono le guide,  di "una perfetta architettura medievale". In questa villa, Gabriele D'Annunzio scrisse la Francesca da Rimini. Per singolare coincidenza, il torrione merlato che sorge dietro la villa Rolandi Ricci, stranamente ricorda la messinscena della Francesca da Rimini, che vedemmo tre anni fa al teatro Argentina di Roma. Nel contesto della tragedia, la citt dei Malatesta  virilizzata e chiamata Rimino. Anche la pineta della Pioggia nel...  chiamata "pineto". NOTA: Pure questa celebre poesia  stata ispirata dalla pineta versiliana). L'estetismo, che  il modo di nascondere la verit delle cose sotto pretesto di abbellirle e nobilitarle, porta anche alle alterazioni del suono usuale delle parole. In molte sue parti, l'opera di D'Annunzio dice quello che dicono tutti, ma con parole diverse. Udimmo una volta la tragedia di un nostro amico intitolata Sansone, in cui il nome della seduttrice di Sansone non era Dlila, ma Dlila. Inutile dire che la tragedia cadde. FINE NOTA.
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Le citt stesse, Viareggio, Forte dei Marmi, Marina di Massa sono senza burbanza cittadina n saccenteria di citt storiche e illustri; ma citt nate con noi e cresciute di conserva, nelle quali a ogni passo ti puoi imbattere in Pinocchio che se ne viene avanti tra maestro Ciliegia e il cane Medoro; case misurate cos bene alla lunghezza della gamba, che se dimentichi la chiave del portone, entrare per la finestra  uno scherzo.
L'uso degli uomini d'intelletto di venire in Versilia, continua quello di andare a Bagni di Lucca sulle orme di Montaigne.
Shelley correva a vele spante questo mare tra Viareggio e San Terenzio, e uscito dal mare si mostrava nudo e sgocciolante alla grave moglie del suo console; ma egli era troppo "puro" ancora, troppo arielesco, troppo alcioneo, troppo delfinico per meritarsi quella immortalit terrestre che solo spetta a coloro che hanno superato la chincaglieria poetica, l'ingenuit del sogno di Prometeo e le aspirazioni dell'uomo-dio.
Anche meno degno di questa immortalit  Giorgio Byron, colui che con inqualificabile mancanza di pudore accese il rogo sulla spiaggia di Viareggio, vi colloc la spoglia dell'amico annegato, poi, mentre l'amico bruciava, si gett nel mare e nuot urlando versi. Dalla Versilia perfezionata di oggi, Byron sarebbe espulso come Empedocle dall'isola dei beati.
Vennero poi i romantici tedeschi, Bcklin, Hans von Mares, meno "accesi di vuoto" e pi degni di questo lido; e ultimo, Hildebrand si costru una casa in istile saraceno, nella quale ora, di tanto in tanto, torna ad abitare il mio amico Malaparte.
Poi venne D'Annunzio, prima nella "Versiliana", piena di lapidi come un colombario, poi nel "castello" di Rolandi Ricci ove scrisse la Francesca da Rimini; e correvano la spiaggia a cavallo, lui ed Eleonora Duse, seguiti da una muta di levrieri, che nelle adiacenze di casa Hildebrand erano assaliti dai serpenti, che Hildebrand allevava nei sottosuoli della sua casa.
Venne poi Sargent, che dormiva all'addiaccio sopra una branda, e al quale Enrico Pea vend un cane che si chiamava Trovatore.
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NOTA: Il nome "Versiliana" fu imposto da Renato Fucini. A Enrico Pea si deve il pensamento pi geniale sull'origine della calvizie. Egli ha notato che il calvo, per calvo che sia, conserva una corona di capelli in quella parte della testa che  "cerchiata" dal cappello, e che di notte posa sul guanciale. Segno che cadono soltanto i capelli cui manca l'attrito e il movimento. Al che Pea supplisce agitandosi i capelli con le mani al sommo del cranio, in quella parte della testa ove i capelli sono immobili, e per immobilit destinati a morire. Quale prova migliore che anche la vita dei capelli  moto? Pea, come si sa, ha una chioma assalonica. FINE NOTA.
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L'ultimo degli "stranieri" in Versilia fu Aldous Huxley. Fosse venuto anche Nietzsche, e si fosse messo anche lui a correre in bicicletta dal Poveromo al caff Roma e ritorno, i baffoni in bocca e gli occhi infocati sotto le sopracciglia a gronda, non sarebbe finito pazzo, e invece di quei terribili dieci anni consumati con nuvole e sassi nella testa sulla collina di Weimar, avrebbe vissuto cinquant'anni ancora di pensieri chiari e tranquilli.
Rimangono i nostri: le arti e la letteratura italiana al completo, che da giugno a ottobre corrono in bicicletta questo lido, come bambini precoci o miracolosamente nati vecchi. Visibili i viventi, in mutandine e coperti il cranio da zucchetti a ciambella; invisibili ma presenti Dante, Petrarca, Leopardi, gli altri, e questi pure in bicicletta. Il solo Manzoni va in triciclo: un triciclo imbottito di rosso, come un inginocchiatoio.
Clio stamane  tornata da me, con la sua porta infilata al braccio come una corona mortuaria, e io le domando:
"A riguardo della storia una cosa mi ha sempre dato a pensare, che le storie parlino soprattutto dei fatti politici e guerreschi, e solo in minima parte delle altre operazioni umane. Solo le lotte politiche dunque, le battaglie diplomatiche, gli scontri sui campi di battaglia sono degni di ricordo?".
Clio mi risponde:
"La tua domanda trover naturale risposta, solo che tu capisca la funzione catartica della storia. La storia non raccoglie tutte le azioni memorabili degli uomini, ma solo quelle che, a non raccoglierle, costituirebbero ingombro. La guerra stessa  una operazione catartica. Anzi, quale operazione pi catartica della guerra?
"Enunciata cos, la funzione della storia rimane ancora limitata, e sarebbe pi giusto dire che la storia raccoglie via via tutte le azioni che riguardano il moto progressivo del mondo, ossia quelle che vanno continuamente rinnovate. Le altre, idee, arti, ritrovati scientifici, non vanno "chiuse" nella storia, perch non ingombrano il mondo, non lo insudiciano, non lo corrompono, anzi lo adornano.
"Due esempi si hanno di storia scritta ed egualmente estesa a tutte le umane attivit: I princip di una scienza nuova di Giambattista Vico, e il Tramonto dell'Occidente di Osvaldo Spengler. In Spengler anzi, il parallelismo tra fatti politici e fatti culturali costituisce la base e il significato della sua opera.
"Ma ambedue queste storie, malgrado le loro grandi qualit (specie nell'opera di Vico), sono storicamente sbagliate. Comunque, sono forme intellettualistiche di considerare la storia.
"Date a Cesare...".
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FINE Parte 1.